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Amica

· Riflessioni intorno a Maria ·

Riverberi sulla vita della Chiesa

Fra i molti pani che Dio offre ai suoi figli e figlie c’è quello dell’amicizia, con cui Dio vuole nutrire i suoi figli e le sue figlie rendendoli pellegrini forti per affrontare l’esodo verso il Cielo. Il pane dell’amicizia viene offerto perciò, come viatico per sostenersi nell’attraversare la terra dell’esistenza umana e, per noi cristiani, l’esperienza della vita di Chiesa e di missione fino ad arrivare all’altra sponda di questo mondo che è appunto l’Altro Mondo. Con l’amicizia Dio lega in comunione l’esistenza degli uomini con i suoi fili belli e preziosi.

Mike Torevell, «Mary and Jesus» (2014, particolare)

Dio, il “primo Amico” dell’uomo (Platone)

Tralasciando il molto che è possibile dire su Dio amico (ad esempio la vera summa sapienziale che ne fa il Siracide 6), basta fare una sola considerazione: Dio usa l’amicizia per dare un nome a quanti cercano un legame con lui con l’amore d’amicizia e anzitutto per dare un nome a se stesso. Nel libro dell’Esodo leggiamo come Mosè parlava al Signore entrando nella «tenda del convegno», come nel luogo della loro amicizia: «L’Eterno parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un amico» (33, 11).

Nell’amicizia in Dio e per Dio si raggiunge una più solida identità, poiché si è non con un amico, ma con l’Amico, che fa partecipi di tutto ciò che è suo. È fondamentale, perciò, guardare all’amicizia come a un fattore che aiuta la realizzazione della propria identità e permette a ciascuno di conoscere-amare l’altro come fine non come mezzo né in base alle sue qualità o capacità, ma come indipendente dai suoi bisogni e dai suoi sentimenti.

«Sul ponte dell’amicizia passa Cristo» (cardinale Corrado Ursi)

Lo sfondo divino dell’amicizia è reso più esplicito e forte da Cristo, che racconta Dio come colui che si lascia incomodare dall’amico importuno (cfr. Luca 11, 5-8); egli, oltre che a raccomandarcela come maestro sapiente (cfr. Luca 14, 12-14), si mostra personalmente amico (cfr. Giovanni 31, 1; Matteo 3, 14; 26, 29; Luca 12, 4). È soprattutto con sua Madre che Gesù mostra amicizia, a cominciare dalla vita familiare perché gli amori sono confinanti: l’amore d’amicizia certamente è fiorito insieme all’amore filiale che aveva per lei; è immaginabile come questo amore filiale si colorasse inevitabilmente con i toni della confidenza tipica dell’amore d’amicizia. Gesù ha espresso il suo amore d’amicizia per Maria dedicando la sua vita particolarmente a lei di sotto la croce, dove rappresentava tre popoli: la grande famiglia della creazione, di cui è la figlia migliore; Israele di cui è il “resto santo”; il popolo di Dio dei tempi nuovi, quale “Chiesa nascente”.

L’effetto della confidenza amicale suscitata da Gesù provocò quasi un contagio fra i discepoli, i quali impararono a trattarsi sulla base del «comandamento nuovo»: «Come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri» (Giovanni 13, 34). In tal modo, la comunità discepolare di Gesù, di cui Maria era il membro più perfetto, divenne l’immagine della migliore amicizia evangelica realizzata. È impressionante che a Gesù, maestro di sublimi verità, alla vigilia della sua morte, fra le cose che gli stessero più a cuore da dire ai suoi discepoli, ci fosse l’amicizia: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Giovanni 15, 15).

Dunque, Gesù mette fra le “cose maggiori” del suo Vangelo l’amicizia, non solo come propedeutica al Regno eterno, ma come importante contenuto di esso. Così, egli avvisa che sul ponte dell’amicizia egli passa di continuo per incontrare gli uomini e le donne, contagiarli con la sua amicizia fraterna da vivere nella Chiesa, la comunità amicale da lui fondata, e portare tutti in Cielo.

L’amicizia del Dio trinitario verso Maria

Entrando nel cuore del racconto biblico, vediamo che Dio stringe una bella e interessante relazione con Abramo, il quale, per ben quattro volte, è chiamato suo amico (2 Cronache 20, 3; Isaia 41, 8; Daniele 3, 35; Geremia 2, 23).

Come pure, Dio intesse legami con i profeti (cfr. Amos 3, 7), come segni di un’amicizia universale che, attraverso loro, ricerca sempre con l’intera famiglia umana, e quale mezzo e simbolo di una salvezza che vuole realizzare con gli uomini e le donne di tutti i luoghi, di tutti i tempi e oltre questi, nel Cielo e per l’eternità. Fra le “amicizie” del Dio trinitario c’è Maria.

Oltre all’amicizia che Gesù ha avuto con sua Madre, l’amicizia mariana dello Spirito è implicita nella plasmazione che egli ha operato in lei nel corpo e nell’anima, e nel seminare nel suo cuore tutti i fermenti d’amore di cui aveva bisogno come creatura, come discepola di Gesù, come Madre messianica. L’amicizia mariana del Padre sta nell’essere la fonte da cui provengono la vocazione di Maria a diventare la Madre di Gesù e la sua compagna nell’opera della redenzione e, in sintesi, per essere lei, la «figlia prediletta del Padre» (Lumen gentium, n. 53): in lei si è manifestato il disegno divino di amore per l’umanità.

La realtà di Maria Amica, modello di tutte le donne, della Chiesa Donna nel suo insieme e, in particolare, di quelle che in essa vivono e agiscono, è una fonte ispiratrice per la missione, per lo stile amicale-femminile da adottare nella vita interna alla Chiesa e in quella che essa svolge in uscita. La Chiesa ha bisogno di sviluppare la sua forma amicale intessendola della dolce sapienza che le donne sanno dare in modo singolare con il loro parlare e il loro operare.

Maria, Amica di Dio e dell’umanità

Nella prima alleanza Dio mostra la sua amicizia con gli uomini che ha annesso alla sua confidenza sul tema capitale della salvezza (col patriarca Abramo: Isaia 41, 8), (col legislatore Mosè: Esodo 33, 11). In modo assai particolare manifesta la sua amicizia nella seconda alleanza con Maria quando, all’Annunciazione, l’ammette a un dialogo responsabile sull’incarnazione del Figlio: l’Angelo, recando questa decisione divina a Maria, la saluta in modo estremamente amicale come l’amata prediletta, la piena di grazia, ossia la ricolma dell’amore divino.

Così, l’esperienza basilare dell’amicizia è di origine trinitaria: Dio decide di entrare in dialogo amoroso e singolarissimo con una sua creatura, Maria, che viene interpellata sull’evento più importante della storia degli uomini, se vuole essere la Madre del suo Figlio eterno, che ha deciso di generare nel tempo come uomo nel suo seno. Lei, perciò, è trattata con intimità e all’angelo risponde con lo stesso tono confidente, ossia con libertà, una nota immancabile nel rapporto d’amicizia.

Questa caratteristica inattesa e sorprendente di Maria quale creatura che diviene Amica di Dio, connota per sempre la sua personalità con la decisiva qualificazione di «Socia del Salvatore» (Lumen gentium, n. 53) e quale creatura docile all’azione plasmatrice dello Spirito che la rende del tutto adatta a vivere una delle espressioni dell’amicizia che è dialogare e anzitutto a rispondere con pia e amorosa ubbidienza alle richieste e alle offerte di Dio.

Così, Maria diviene esempio perfetto dell’amicizia fondata su ragioni di mistero: lei è resa dal Dio trinitario suo particolarissimo partner nella sua opera salvifica, ma anche modello di tutti gli uomini e di tutte le donne alla responsabile collaborazione alla stessa storia della salvezza che non dobbiamo mai pensare chiusa, ma ancora aperta e attiva.

In questo mondo siamo uomini e donne veri solo nell’amicizia

L’amicizia è realtà alta e complessa. Questo lo si comprende ben applicando a essa la categoria di «polarità», formulata in modo esemplare dal più grande teologo del Novecento, Romano Guardini, il quale, anche come raffinato pedagogista, insegna che in ogni amico è presente qualcosa del prossimo, in ogni fratello qualcosa dell’amico e che nemmeno il nemico è la negazione assoluta dell’essere amico (cfr. Stefano Zamboni, Teologia dell’amicizia, Edb, Bologna 2015, pp. 7-24). L’amicizia, dunque, è cosa durevolmente presente in ogni forma della vita dell’uomo.

L’amicizia, insomma, cerca sempre l’autentico volto dell’altro, mentre scopre anche il vero sé di chi lo cerca. Lungi dall’essere un «egoismo a due», l’amicizia è radicalmente aperta a un tertium quid, di cui essa ha bisogno per sussistere, e che esplicitamente viene trovato nell’amicizia in Cristo: in ogni vera amicizia vi è qualcosa di «cristiforme», tanto che si può parlare della «forma cristologica dell’amicizia» o del «terzo cristico» presente tra i due amici (Ivi, Teologia dell’amicizia, pp. 33, 48, 61).

Esempio eccelso dell’incarnazione di questa amicizia umana e teologica è Maria, la quale, con la sua personalità amicale, si rapporta in modo esemplare e stimolante all’estesa esperienza d’amicizia fra le donne, fra gli uomini, fra le donne e gli uomini. Lei è anche, in modo assai speciale, ispirazione per la Chiesa perché diventi una vera comunità di amici e di amiche di Dio e quale comunità che mostri alle altre comunità del mondo come si possa crescere in umanità anche alla luce e con la forza dell’amicizia.

La Chiesa una comunità amicale retta dall’amicizia con Cristo

La Chiesa è una comunità di volti se è una comunità di amici che si guardano con simpatia umana e con affetto fraterno e sororico. La Chiesa, fra l’altro, non può non essere una comunità di amici perché è fatta di uomini e donne, dacché l’amicizia è uno dei sentimenti più profondi se in questa esperienza l’uomo raggiunge il vertice della maturità e l’occasione privilegiata per la conoscenza di sé (cfr. Khalil Gibran, Le parole dell’amicizia, a cura di I. Farinelli, Milano 2004). L’uomo si realizza in modo essenziale quando il suo io si scopre a dire “tu” e riesce a pronunciare questo tu con responsabilità, preoccupandosi di lui, quasi a sottendere al suo parlare, al suo interrogare, al suo agire e reagire una preoccupazione e un’attenzione di fondo esprimibili nella domanda sottesa: «Tu, che destino avrai?».

Perciò l’amicizia è “riconoscimento” pieno dell’altro, il solo che consente di vivere la vicinanza amicale non come annessione a sé, bensì come reciproca costruzione di identità diverse. Cemento della vita di Chiesa è anche un’autentica amicizia realizzata sullo sfondo del divino; essa, quale comunità di volti, ha un esempio insuperabile cui guardare: è la prima comunità dei discepoli che Gesù stesso iniziò all’amicizia, abituandoli lui stesso a comportarsi da amici fra loro e con lui: il massimo della confidenza che concedeva loro era il metterli a parte dei segreti del Padre (cfr. Luca 22, 28-29; Giovanni 15, 15). L’amicizia che il Cristo accorda ai discepoli di tutti i tempi da un’importante qualificazione della Chiesa: questa è ben definibile come la comunità degli amici di Cristo.

La Chiesa celeste comunità di uomini e donne in amicizia

Se cominciamo a esserlo ora, saremo amici e amiche di Dio anche in Cielo. Lassù, saremo al massimo figli e figlie, fratelli e sorelle, amici e amiche. Tutta la struttura dell’uomo (ad esempio, la sua esperienza d’amicizia e d’amore) viene portata a compimento quando «Dio sarà tutto in tutti» (1 Corinzi 15, 28): allora, l’uomo sarà pieno d’amore, perché sarà perfetta la sua imitatio di un Dio che è amore (cfr. 1 Giovanni 4, 8.16). Nel Cielo si compie la storia d’amore che Dio ha iniziato con gli uomini e la Chiesa sarà perfettamente comunione, ossia una comunione non generica, senza ombre di imperfezioni di alcun genere, perché ognuno sarà libero dalle unilateralità e dalle tensioni della vita terrena, per cui anche coloro che quaggiù non sono stati in sintonia saranno estasiati l’uno dell’altro: vivranno per sempre immersi nella filialità più intensa, nella fratellanza e sorellanza più forti, nell’amicizia maschile-femminile più sincera.

Ma, tutto questo per noi inizia già ora, nel frattempo, nel tempo dell’esodo in cui realizziamo il nostro cammino confortati dall’icona vivente di Maria che si offre alla nostra contemplazione compiuta fra sorriso e pianto. La Vergine pellegrina ispira la nostra missione di Chiesa in uscita, avventurata su tratturi consunti e irti di crepe insidiose: ci mostra, in particolare, i valori femminili, spesso negletti, facendoli diventare forme attrattive di un modo nuovo di essere uomini e donne, discepoli e discepole, fratelli e sorelle, amici e amiche che sanno stare al mondo e nella Chiesa piacendo a Dio.

In Cielo, l’orizzontalità di uguaglianza di queste esperienze sarà perfettamente raccordata con la verticalità del mistero del Dio trinitario, ma già ora questa grazia si realizza profeticamente come paradigma di vita fra tutti i soggetti della Chiesa (uomini e donne) vivendo in essa nella più ampia condivisione possibile dei servizi da rendere per la santa causa del Regno, mentre la divina Rivelazione, autenticamente interpretata dalla Chiesa, segnerà l’ampiezza, la direzione e la forma di questa condivisione possibile.

di Michele Giulio Masciarelli

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26 agosto 2019

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