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Ambasciatori
del Vangelo

· Il segretario di Stato apre la riunione con i nunzi apostolici ·

«Il nostro operato di rappresentanti della Santa Sede deve essere sempre esemplare e la nostra condotta cristallina». Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ai nunzi apostolici che hanno concelebrato con lui nella cappella del Coro della basilica Vaticana, mercoledì mattina, 12 giugno, in occasione della messa di apertura della riunione convocata dal Papa fino a sabato 15.

«Siamo costantemente invitati — ha aggiunto il porporato — a vigilare sul nostro rapporto con la legge, intendo qui soprattutto la legge canonica, senza escludere anche la legge civile». Infatti, da una parte «ne dobbiamo essere i primi custodi e osservanti», dall’altra non va «dimenticato che lo stesso Codice di diritto canonico ci insegna» che suprema lex salus animarum, «in obbedienza a quanto sosteneva Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”». Il servizio dei rappresentanti pontifici e quello di tutti «i sistemi giuridici presenti nel mondo sono — o dovrebbero essere — indirizzati al bene dell’uomo e di ogni uomo: al rispetto dei suoi diritti, alla costruzione di una società più giusta, a una convivenza nella pace». Questo, ha fatto notare il cardinale, tra l’altro è «l’ambito dell’azione diplomatica della Santa Sede. La legge deve essere sempre e solo a servizio dell’umanità».

Se il vertice della legge è l’amore, ha sottolineato il porporato, «di quanta amorevolezza deve essere dotato il nostro servizio! Possono mutare le condizioni in cui ci troviamo: favorevoli in alcune Nazioni o avverse in altre». L’azione della Chiesa potrà «essere favorita in qualche parte, oppure fortemente contrastata in altre. Ma niente e nessuno potrà impedirci di amare». Un amore «appassionato per Cristo e per la sua Chiesa, un amore generoso per gli uomini, per le popolazioni presso cui siamo inviati e, soprattutto, per i poveri».

Ogni ministero nella Chiesa, compreso quello della rappresentanza pontificia, ha aggiunto il segretario di Stato, «non gode di una gloria propria, ma deve riflettere unicamente quella della nuova alleanza in Cristo». Ogni giorno nella messa si celebra il memoriale eucaristico con le parole stesse di Paolo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue», cercando «costantemente di costruire con tutti rapporti di stima e fraternità, servendo alla “diplomazia del Vangelo”». Sempre l’apostolo afferma: Dio ha affidato a noi «la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta».

«Il nostro ministero è altissimo, rivestito anch’esso di gloria divina — ha affermato il cardinale — ma la nostra persona di ministri rimane segnata dalla povertà e dal limite. Si può essere rappresentanti pontifici solo nella stima del compito affidato e, contemporaneamente, nell’umiltà sincera circa la propria persona». Da qui l’invito ai nunzi apostolici a lasciarsi trasformare dal compito affidato. «Se i messaggeri — ha detto — devono fare corpo unico col messaggio che annunciano, anche i rappresentanti pontifici sono chiamati in qualche modo a lasciarsi trasfigurare dall’annuncio che recano». Nell’antichità, ha ricordato, gli ambasciatori «godevano di uno statuto straordinario: in qualità di rappresentanti, rendevano presente la persona stessa del re». Infatti, se si «accoglieva o, al contrario, si respingeva l’ambasciatore, era come se questo gesto lo si fosse fatto direttamente al monarca rappresentato: nell’inviato c’era qualcosa dell’inviante». Per questo, «non solo deve rendersi presente in noi lo stile pastorale del Santo Padre, che rappresentiamo e negli Stati presso i quali siamo accreditati, ma il nostro cuore di pastori e di vescovi deve immedesimarsi sempre più con il Vangelo stesso e con la nuova alleanza di Gesù». Questo, ha fatto notare, farà «di noi uomini di grande fede, di umiltà autentica, di amore appassionato per il Signore e per gli uomini e di dedizione incondizionata per la Chiesa, sposa di Cristo. Saranno queste le credenziali più belle che renderanno “glorioso” il vostro ministero».

Al termine, il porporato ha invitato alla preghiera, perché il servizio dei rappresentati pontifici «ci tenga “incatenati” al Vangelo di Gesù in modo irreversibile, così da diventare anche noi gioiosi e coraggiosi “ambasciatori in catene”, “prigionieri” per sempre della legge dell’amore».

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