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Amazzonia sotto attacco

· Mai così alta la minaccia alle popolazioni indigene e al territorio ·

Il fango ricopriva tutto e l’aria era diventata irrespirabile. Si vedeva solo acqua e, in fondo, ma sempre più vicino, «grandi lingue marroni che, con il vento, si trasformavano in onde irraggiungibili». Lungo la riva, dall’uno all’altro lato, gli abitanti gridavano e poi scoppiavano a piangere, traboccanti «di paura e di dolore». È questo il racconto dei sopravvissuti del piccolo paese di Bento Rodriguez in Brasile: su di loro una valanga di fango tossico dovuta alla rottura di una diga che, dopo aver falciato 28 vite, in soli undici minuti ha spazzato via l’intero paese nello stato di Minas Gerais, nel sud-est brasiliano.

Era il 5 novembre 2015 quando, all’improvviso, da una miniera di ferro sono fuoriusciti 62 milioni di metri cubi di fango velenoso, devastando un’area di ben 680 chilometri e riversandosi poi nei fiumi Gualaxo del Norte, Carmo e Doce, che hanno trasportato il disastro ecologico nel vicino stato di Espíritu Santo, fino all’Oceano Atlantico. Da allora, il materiale marrone e vischioso accumulato nella miniera Samarco (di proprietà della brasiliana Vale e dell’anglo-australiana Bhp Billiton), ha danneggiato tutto il bacino del fiume. A due anni di distanza, il verde e l’azzurro degli oltre seicento chilometri di fiume si sono trasformati in un’enorme e compatta macchia marrone, senza che ci sia stato alcun monitoraggio della qualità delle acque.

Mezzo milione sono le persone ancora coinvolte dal disastro e dalla loro parte hanno solo la versione parziale della Samarco e una manciata di studi indipendenti che avanzano conclusioni diverse. «La gente non dispone ancora di relazioni di esperti che l’aiutino a verificare se l’acqua è veramente buona» spiega il vescovo Joaquim Wladimir Lopes Dias, della diocesi di Colatina. Secondo il ricercatore Carlos Alfredo Joly, dell’Istituto di Biologia dell’Università di Campinas, che monitora l’attività economica e il suo impatto ambientale sui bacini idrografici della regione, l’80 per cento del fiume Doce è «andato definitivamente perduto». La densità dei rifiuti minerari e la perdita di ossigeno dell’acqua hanno provocato la morte di 11 tonnellate di pesci in un corso che a tratti appare completamente secco, ostruito dal fango. Il ricercatore dell’Istituto di biologia sostiene che «un intero ecosistema è stato danneggiato e noi non vivremo abbastanza a lungo per vedere un pur minimo recupero della vegetazione distrutta». Ricorda inoltre che il fango tossico avrà un «effetto cronico» per molto tempo; quando pioverà sul fiume, i residui riprenderanno il loro cammino verso il mare e l’inquinamento delle acque sarà perciò intermittente. Nonostante molti brasiliani siano rimasti senza casa, senza fiumi in cui pescare, senza terre da coltivare e senza cibo per il bestiame, questo disastro ambientale non ha rimesso in discussione il modello di crescita della regione. L’attività mineraria, lo sfruttamento petrolifero e le discariche dirette delle acque reflue sono fattori che incidono negativamente sul trattamento delle acque per il consumo umano in tutto il paese. Questa tensione costante tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente si vede ancora più chiaramente nel fiume con la maggiore portata idrica e più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni, con i suoi oltre 6800 chilometri.

È il più grande bacino idrografico del pianeta. Nasce dal monte Nevado del Mismi, nel dipartimento di Arequipa (Perú), a circa 5170 metri di altitudine. Attraversa nove paesi: Brasile, Bolivia, Perú, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Guayana francese e Suriname. Lungo questo enorme tesoro naturale vivono più di 34 milioni di persone. Ha un bacino di drenaggio di 7.050.000 chilometri quadrati e i fiumi che ne fanno parte si scambiano sedimenti su distanze continentali, apportando sostanze nutritive che mantengono e autoalimentano la più grande biodiversità della terra.

Ebbene, in questa che è la rete più grande e complessa di canali fluviali del mondo, attualmente ci sono 140 dighe idrauliche operative o in costruzione, ed è prevista la realizzazione di altre 428. Anche se alla fine ne verrà costruita solo una parte, gli studiosi ritengono che comunque l’impatto sui fiumi amazzonici sarà “disastroso”. Lo sostiene tra gli altri Pablo Artaxo, docente dell’Istituto di Fisica dell’Università di San Paolo, il quale aggiunge che «l’Amazzonia regola per più del 90 per cento il ciclo idrologico dell’America del Sud, incluse le aree andine. E ciò che accade nel nostro continente incide sull’intero pianeta».

Il Brasile si trova di fronte a un dilemma costante. Da un lato aspira a diventare una grande potenza ambientale grazie alla biodiversità del suo immenso territorio, che racchiude il 37 per cento delle foreste del pianeta e il 20 per cento dell’acqua dolce liquida della terra. Dall’altro sta però sperimentando un brusco crollo dello sviluppo economico che gli sta facendo perdere, giorno dopo giorno, posizioni tra i grandi paesi emergenti. E sebbene l’energia idroelettrica fornisca quasi un quinto dell’elettricità del mondo, garantendo sviluppo sociale e competitività alle economie locali, non esiste fiume in grado di sopravvivere a 568 dighe. È questa la conclusione principale di un vasto studio a cui hanno partecipato esperti — da geologi a ingegneri, passando per economisti e teologi — di una decina di università brasiliane, britanniche, statunitensi e tedesche. Dalla relazione si desume che la filosofia alla base della costruzione di dighe idrauliche è altamente mercificatrice e si esprime in un piano di produzione massiccia di energia elettrica per rifornire il complesso imprenditoriale minerario-metallurgico presente in Amazzonia e non i suoi abitanti, i quali non godono, e questo sì che è un paradosso, della disponibilità di acqua potabile. Solo un 57 per cento delle famiglie nei municipi amazzonici brasiliani usufruisce di un servizio di acqua potabile.

Lo stesso accade nella zona amazzonica del Perú dove sono quattro milioni le persone che non dispongono di acqua potabile e più di sei quelle escluse dal servizio fognario connesso alla rete pubblica, secondo i dati recenti dell’Istituto peruviano di statistica e informatica (Inei). Con la crescente pressione sulle risorse naturali da parte delle imprese estrattive e dei grandi progetti imposti in Amazzonia, si stanno invadendo i luoghi più distanti e remoti della foresta. Angoli di terra vergine dove vivono 145 dei 160 gruppi indigeni in situazione di isolamento dal mondo e che non hanno alcun contatto con l’Occidente. In generale sono gruppi piccoli e tale “contatto” è pericoloso in quanto si possono trasmettere loro malattie, come l’influenza, il morbillo e la varicella, che finirebbero col decimarli o eliminarli del tutto, come è già accaduto negli ultimi decenni. L’equilibrio che i popoli indigeni mantengono con la terra oggi in Amazzonia è profondamente minacciato.

La persecuzione e la violenza contro quanti difendono l’ambiente è la storia di un martirio che coinvolge realtà collegate alle Chiese, che spesso sono in prima linea. «Nell’enciclica Laudato si’, Papa Francesco mostra la sua preoccupazione profetica e chiara per quanto sta accadendo in Amazzonia, un luogo del mondo dove c’è uno sfruttamento indiscriminato delle risorse, a beneficio di pochi e con il sacrificio di molti». Sono le parole di David Martínez de Aguirre, vescovo di Puerto Maldonado, che accoglierà il Papa durante la visita che lo porterà in questa città il prossimo 19 gennaio. A suo avviso, con l’annuncio del Sinodo per l’Amazzonia, la Chiesa riconosce di aver bisogno dei popoli indigeni al fine di contrastare i danni che diversi agenti stanno arrecando a questa parte del mondo. È inoltre dimostrato che la costruzione di dighe in varie zone sta favorendo la deforestazione. L’espansione dell’agricoltura e dell’allevamento, le concessioni minerarie e il drammatico aumento delle centrali idroelettriche sono solo alcuni dei fattori che stanno mettendo a rischio la foresta più grande del mondo. Mai nella storia l’Amazzonia è stata tanto minacciata come lo è oggi.

di Silvina Pérez

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12 dicembre 2017

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