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​Amazzonia
laboratorio ecclesiale

· Il sinodo sarà l’occasione di una più convinta recezione dell’enciclica «Laudato si’» ·

Il sinodo di ottobre prossimo può costituire un’occasione propizia per ridestare l’attenzione su un documento a tutti gli effetti rivoluzionario. L’Amazzonia, pur geograficamente lontanissima da noi, può trasformarsi in un promettente “laboratorio” ecclesiale, capace di favorire anche in casa nostra una più profonda comprensione e, soprattutto, una più convinta recezione della Laudato si’. Non v’è dubbio, del resto, che anche l’Italia abbia i suoi “guai” con l’ambiente: già da tempo si parla della pianura padana come di una delle aree più inquinate d’Europa.

A livello planetario, è ben noto che l’Amazzonia costituisce oggi una delle regioni della terra più esposte all’ingordigia umana: uno sfruttamento iniziato tra XIX e XX secolo con la “febbre del caucciù” e proseguito con l’avvento delle monocolture e dell’allevamento intensivo, la costruzione di dighe e infrastrutture, la massiccia estrazione mineraria e la deforestazione incontrollata. Attività, quest’ultima, che raggiunge cifre da capogiro, se solo si pensa che la foresta amazzonica comprende 6,7 milioni di chilometri quadrati di boschi, suddivisi tra otto diversi paesi: ventidue volte la superficie dell’Italia. Un’immensa distesa verde, in cui scorre il 20 per cento delle acque dolci del pianeta, consentendo la vita di oltre 2500 specie animali, 40.000 specie vegetali e, soprattutto, 43 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Non è un caso che la Laudato si’ menzioni esplicitamente l’Amazzonia. Al n. 38 Francesco la definisce, insieme al bacino fluviale del Congo, uno dei «polmoni del pianeta colmi di biodiversità». Si tratta di territori di vitale importanza non solo per chi li abita, ma per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità. Territori, purtroppo, minacciati oggi da «enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali». Richiamandosi al Documento di Aparecida (2007), il Papa non teme di denunciare che esistono «proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, che servono solo agli interessi economici delle corporazioni transnazionali».

Quali sono quegli aspetti della Laudato si’ che il prossimo sinodo potrà aiutarci a capire e a vivere meglio? Un primo elemento, assolutamente decisivo, sta nella presa di coscienza della relazione strettissima tra crisi ambientale e crisi umana e sociale. Relazione che sta alla base del concetto-chiave di “ecologia integrale”, nel quale si fondono l’ecologia ambientale e l’ecologia umana. Come il Papa ripete a più riprese, un ambiente inquinato non è che la cartina al tornasole di una società “inquinata”: «L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale» (n. 48). Ecco, allora, che la questione ecologica è inseparabilmente culturale, spirituale e morale: essa postula una vera e propria “conversione” del cuore e degli stili di vita, chiamando in causa la predicazione, la catechesi, la teologia. Che posto ha la cura del creato nelle omelie domenicali, nei corsi di formazione cristiana per piccoli e grandi, nei nostri blasonati curricula teologici?

Un secondo aspetto, profondamente connesso, riguarda i poveri, siano essi gli indigeni amazzonici o gli “scartati” che vivono in tante altre aree del pianeta. Costoro sono oggi i meno responsabili del dissesto ambientale e i più danneggiati dai suoi effetti nocivi. Esiste, così, un vero e proprio “debito ecologico” tra il cosiddetto Primo Mondo e il cosiddetto Terzo Mondo. I poveri sono i più vulnerabili alle conseguenze sulla salute determinate dall’inquinamento, perché hanno minori possibilità di curarsi. «A questo», prosegue il Papa, «si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’attività inquinante di imprese che fanno nei paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei paesi che apportano loro capitale» (n. 51).

di Pasquale Bua

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17 agosto 2019

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