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· Il 22 aprile 1516 veniva pubblicata a Ferrara la prima edizione dell’Orlando Furioso ·

Il 22 aprile 1516 il tipografo ferrarese Giovanni Mazzocchio finisce di stampare l’Orlando Furioso, in 1300 esemplari. Il lavoro tipografico durò circa sei mesi e fu seguito personalmente dall’autore, che (come avrebbe fatto Manzoni per i Promessi Sposi) pubblicò il libro a sue spese.

Francesco Xanto Avelli  «Astolfo e le arpie» (1532)

La data della pubblicazione non era casuale: era la vigilia della festa di san Giorgio, il santo cavaliere, allora come oggi la principale festa popolare della città di Ferrara. Di più. L’azione del poema inizia sotto il segno di quella festa, con straordinaria sovrapposizione teatrale del tempo della finzione narrativa al tempo cittadino: un cavaliere appiedato sfreccia completamente armato per la foresta inseguendo il suo cavallo «e più liggier correa per la foresta / ch’al palio rosso il villan mezo nudo» (i, 10), come nella gara del Palio di San Giorgio a Ferrara, cui partecipavano simultaneamente i fantini montati sui cavalli berberi del duca insieme a ragazzi, donne e vecchi appiedati: premio, appunto, una pezza di panno rosso, il palio.

Il poema dell’Ariosto riprendeva l’azione dell’Orlando Innamorato dal punto dove il poema del Boiardo era rimasto incompiuto. Il Furioso non era l’unica continuazione di quello del Boiardo, che aveva avuto uno straordinario successo (ce ne furono altre tre, oggi dimenticate), ma diventò in breve tempo tanto celebre da soppiantare progressivamente il predecessore. Era stata tutta di Boiardo l’idea di rappresentare il paladino Orlando in balìa dell’amore per la pagana Angelica. Da innamorato, il legnoso eroe carolingio resiste con ostinata perseveranza e quasi immutabile sfortuna al traballare dei valori della sua etica ormai sorpassata, risultando così comico e patetico insieme. Ariosto completa l’opera di dissoluzione dell’ideale cavalleresco (per dirla con Hegel) e rappresenta il paladino innamorato come vittima della melancholia adusta, fase terminale del mal d’amore, una patologia nota e descritta nella cultura medica contemporanea. Tra i libri della biblioteca di Don Chisciotte, Innamorato e Furioso furono certamente quelli che Cervantes ha più a lungo meditato.

Ariosto iniziò a comporre il suo poema in ottave intorno al 1507, come testimoniano le notizie di letture di singoli canti avvenute per intrattenere la corte. Costretto ad adattare «le armi e gli amori» all’instabile scenario della politica europea, ne stampò tre diverse redazioni (nel 1516, 1521, 1532) adeguandolo via via al mutare degli schieramenti, da filofrancese a filospagnolo, modificando via via i numerosi riferimenti all’attualità. Leggiamo oggi il Furioso nella sua ultima redazione del 1532, accresciuta di sei canti, interamente rivista sotto il profilo linguistico e ortografico e forse meno affascinante di quella del 1516. Ma l’ossatura del poema rimane la stessa, la stessa l’ambientazione nell’Europa dell’età carolingia. Il tema dinastico dell’origine degli Estensi da Ruggiero e Bradamante si intreccia strutturalmente con quello della follia di Orlando, che divide in due il poema e ne sorregge l’impalcatura. Un fitto sistema di interruzioni, rimandi e corrispondenze per analogia o antitesi annoda i fili di una miriade di storie, tutte raccontate dalla voce mutevole di un narratore onnisciente, a volte poeta epico, a volte cantastorie o poeta lirico. Capita poi spesso al narratore ariostesco di essere il primo a sorprendersi delle favole meravigliose che racconta, come il narratore delle Metamorfosi di Ovidio, un modello costante per il Furioso.

di Marina Beer

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09 dicembre 2019

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