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Altre logiche
per salvare l’Amazzonia

· Dai popoli indigeni insegnamenti da seguire ·

L’Amazzonia che brucia in un’illustrazione di Giovana Medeiros

La visione di un esponente dell’ecologia integrale originario della regione panamazzonica come Alirio Cáceres Aguirre è incredibilmente preziosa in questo percorso sinodale. Cáceres Aguirre è diacono permanente dell’arcidiocesi di Bogotá. Le sue qualifiche accademiche come ecoteologo, gestore delle risorse ambientali, ingegnere chimico specializzato nell’insegnamento e dottore in teologia rendono le sue opinioni particolarmente autorevoli. Inoltre l’impegno ecclesiastico e la missione inculturata in questa regione fanno sì che il suo contributo risulti ancora più importante. Alirio partecipa attivamente al programma di ecologia integrale della Caritas in America Latina e nei Caraibi ed è anche membro animatore del Movimento cattolico mondiale per il clima.

Nel capitolo dedicato all’ecologia integrale, l’Instrumentum laboris per il sinodo sull’Amazzonia presenta alcuni suggerimenti e pareri. Come risponderebbe alla seguente domanda, che emerge da questo documento: “Come recuperare il territorio amazzonico, salvarlo dal degrado neocolonialista e restituirgli il suo benessere sano e autentico?”

Questa domanda pone una questione cruciale, che riguarda il possesso della terra nel bioma amazzonico, compresi il suolo e il sottosuolo. Il dibattito sulla proprietà deve essere collegato alla funzione sociale e ambientale della terra stessa. Questo significa che gli stati, i governi di turno e le società devono accertarsi che chi reclama la proprietà della terra si impegni anche a farne un uso adeguato. L’Amazzonia e le foreste pluviali tropicali della “cintura verde” al di sopra della linea dell’Equatore (Congo, Indonesia e anche la Mesoamerica) rappresentano una risorsa planetaria per affrontare il cambiamento climatico. Un terzo dei gas serra viene catturato da queste “masse boschive”. In tal senso, la proprietà (pubblica o privata) comporta una rilevante ipoteca sociale, dato che si parla di un patrimonio dell’umanità. È per questo che lo Stato, le comunità dei popoli indigeni e i coloni meticci campesinos, le grandi imprese e i proprietari terrieri, le ong e le diverse organizzazioni della società civile devono assumersi la responsabilità dell’utilizzo delle terre amazzoniche e stringere un patto basato sulla cultura della salvaguardia promossa dalla Laudato si’. A loro volta le società, le imprese e i governi che geograficamente non fanno parte dell’Amazzonia devono impegnarsi a contenere il loro impatto negativo su questo ecosistema tanto delicato, dal momento che la pressione distruttiva su questo bioma è dovuta all’affanno di alimentare i loro mercati. Questo implica andare alla radice del paradigma tecno-economico e smontarlo dalle fondamenta. Seguendo l’approccio del famoso documentario La storia delle cose, è necessario superare la costante logica dell’estrazione che bistratta persone ed elementi naturali e passare invece a un’economia circolare, ecologica, solidale, profetica. Un’economia di comunione con il Creato. La visione dell’ecologia integrale riprende la nozione di un territorio che mette gli esseri umani in collegamento con i loro simili, la loro storia, la loro cultura e l’ambiente in cui vivono. Esistono già progetti di silvicoltura comunitaria, piani per la vita basati sulla ruota dell’abbondanza e pratiche economiche ispirate dalla saggezza ancestrale degli indigeni e dei discendenti delle popolazioni africane. Identificarli, valorizzarli e ripeterli su scala panamazzonica è un passaggio chiave per far sì che la madre Terra torni in buona salute e in comunione con i suoi figli e le sue figlie.

Quali sono le sue riflessioni riguardo al contributo che i popoli indigeni forniscono per la biodiversità nel rispetto di un ecosistema integrale?

Se le foreste tropicali sono ancora in piedi è perché vi abitano comunità etniche millenarie. Le loro pratiche ancestrali rivelano una visione del cosmo che garantisce la sostenibilità della vita nella foresta. Il paradigma tecnocratico e il relativismo morale, frutti dell’antropocentrismo irresponsabile che caratterizza la civiltà occidentale, stanno distruggendo la vita del pianeta, e questo risulta particolarmente evidente nel caso dei fragili ecosistemi amazzonici. Valorizzare la saggezza di questi popoli e imparare da essi i modi per prendersi cura della foresta sono imperativi etici per promuovere il concetto di “vivere bene” e imparare a convivere armoniosamente nella nostra casa comune. Ma la conversione ecologica prospettata da Papa Francesco nella Laudato si’ non si limita a questo. Non implica soltanto il passaggio dalla cultura dello scarto a quella dell’impegno, ma anche un nuovo senso della vita ispirato alla spiritualità di san Francesco d’Assisi, teso a lodare il Creatore e a prendersi cura della sua opera, senza trascurare l’attenzione per la natura, la giustizia nei confronti dei poveri, l’impegno sociale e la pace interiore. Non basta quindi l’imprescindibile dialogo tra un’ecologia ambientale, economica, sociale, culturale e quotidiana e i principi etici del bene comune e della giustizia generazionale. Si tratta anche di adottare uno stile di vita nuovo, sobrio e felice, basato sull’intelligenza territoriale e sulla responsabilità comunitaria. I nostri fratelli e sorelle dei popoli indigeni sono maestri in questo e ci chiamano a rispondere del nostro consumismo sfrenato segnalandoci altri modi per arrivare a una vita giusta e sana basata sull’abbondanza, la reciprocità e l’esperienza quotidiana del sacro. È quindi evidente che “amazzonizzare la Chiesa” sia un modo per “laudatosificare la società”.

In che modo la cultura e la visione spirituale del cosmo dei popoli aborigeni latinoamericani possono arricchire la visione cattolica durante il percorso sinodale?

Quando si parla di popoli amazzonici è importante distinguere diversi processi. A) Alcuni sono volontariamente isolati e non desiderano un contatto con la nostra civiltà. Un atteggiamento solidale nei confronti della loro posizione, che rispetti la differenza e abbia cura del bioma, può arricchire la nostra contemplazione della presenza di Dio nella biodiversità. B) Ci sono popoli che rifiutano recisamente qualunque intervento della Chiesa, a fronte di un passato doloroso di sterminio causato da un’evangelizzazione legata al colonialismo. Riconoscere umilmente gli errori che come Chiesa abbiamo commesso, imparare dai nostri martiri e dai pionieri dell’inculturazione e cercare una riconciliazione con l’unico obiettivo di tentare una sana convivenza in un territorio comune sono modi per seguire le tracce del nostro maestro Gesù nel contesto panamazzonico. C) Ci sono popoli che considerano la Chiesa cattolica un’alleata per difendere i loro diritti e quelli della madre Terra, ma non sono interessati a farsi battezzare e ad assumere comportamenti dettati dalle istituzioni cattoliche. Un lavoro congiunto con questi popoli è segno di tolleranza e di unità. D) Esistono popoli convertiti al cristianesimo promosso dalle Chiese evangeliche e neopentecostali che tentano di ostacolare il dialogo e la cooperazione ecumenica cristiana. E) Ci sono anche popoli che hanno accettato il Vangelo all’interno del magistero della Chiesa cattolica, con tanto di membri del clero locali e forme liturgiche arricchite con espressioni culturali proprie dell’Amazzonia. È qui che una Chiesa autoctona può maturare e sbocciare con l’ispirazione dello Spirito santo. Imparare a comprendere questi popoli e a dialogare con loro è un’occasione di sintesi teologica e di pratica coerente in quanto discepoli missionari di Gesù Cristo, che ci permette di diventare i custodi di una Creazione di cui siamo parte integrante.

di Marcelo Figueroa

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22 novembre 2019

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