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Alta moda a Venezia

· Verdetti secondo previsione alla mostra del cinema ma la vera novità viene dal film che più ha deluso ·

Poche sorprese dal Lido. All’ultimo festival di Venezia hanno infatti vinto alcuni dei film che partivano favoriti non soltanto da prima della premiazione, ma addirittura dalla vigilia della manifestazione.
Com’era ampiamente prevedibile, è rimasto a bocca asciutta il grande Terrence Malick, che con To the Wonder  non aveva convinto quasi nessuno. In questo caso, tuttavia, è giusto fare una considerazione a margine.
Quando si tratta di un autore di questo livello, non bisogna soltanto prendere in esame il film in sé, ma anche l’indicazione più generale che vi è sottesa. In altre parole: il cinema d’autore è un po’ come l’alta moda, non serve tanto, o non solo, a vestire, quanto a lanciare delle tendenze che presumibilmente verranno recepite in futuro su larga scala. Va bene dunque criticare il risultato contingente, ma poi ci si deve chiedere se in esso non sia contenuto un messaggio più ampio e magari lungimirante.
E l’opera di Malick, come quella di Lynch, che pure passa per altre strade, in questi ultimi anni sta suggerendo con sempre maggior urgenza — e di conseguenza qualche eccesso e sbavatura, come in questo caso — l’esigenza per il cinema di recuperare il linguaggio non narrativo, come boccata d’aria per uscire dal vicolo cieco creato dal tramonto del postmoderno. E per sollevarsi dal pantano piattamente narrativo e del tutto inespressivo veicolato massicciamente dal successo delle serie televisive, dozzinale prêt-à-porter del recente audiovisivo.

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21 novembre 2018

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