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All’Urbaniana Kim En Joong
artista della luce

Dopo aver esposto le sue opere in tutto il mondo, per la prima volta Kim En Joong, con la mostra «Schegge di Luce», arriva a Roma. Le pitture, le ceramiche e le vetrate del sacerdote e artista coreano (a cui il nostro giornale ha dedicato una pagina monografica il 27 gennaio scorso, a firma di Denis Coutagne) possono essere ammirate gratuitamente fino al 27 luglio presso la Pontificia università Urbaniana. Kim En Joong è nato nel 1940 nei pressi di Seul e si è diplomato all’Accademia di belle arti della sua città. Buddista di origine, chiede il battesimo nel 1967 e, giunto in Europa, scopre l’arte impressionista e post impressionista, prima di entrare in un convento di domenicani a Friburgo, in Svizzera, dove viene consacrato sacerdote nel 1974. Negli anni, ha sempre affiancato l’attività artistica a quella sacerdotale, dedicandosi in particolare alla pittura di vetrate e alla creazione di ceramiche. I suoi lavori sono esposti in molte chiese europee: dalla cattedrale di Evry alla basilica di Brioude, dalla cappella di Sant’Ireneo a Lione alla basilica del Sacro Cuore di Koekelberg di Bruxelles. Unendo calligrafia orientale e astrattismo occidentale, l’opera di Kim En Joong mostra una grande libertà d’espressione: il colore e il tratto, spesso deciso se non addirittura violento, creano forme capaci di infondere un nuovo senso alle vetrate di antiche chiese romaniche, come a installazioni o architetture contemporanee. Nessuna storia da illustrare o personaggi da rappresentare, ma solo un Mistero da esprimere attraverso i vetri, la pittura, la ceramica, ma anche litografie, casule, ventagli. «Lasciato il suo paese — scriveva Alberto Fabio Ambrosio sul nostro giornale il 6 gennaio di due anni fa — per perfezionare l’arte in Francia, qui conosce il cristianesimo e abbraccia la fede cristiana. Nella sua pittura non figurativa è lo splendore della luce che rifulge. Sembrano semplici pennellate di colore: invece si tratta di un universo spirituale che viene offerto in visione, anzi in contemplazione. O forse è ancora di più: un’esperienza della fede». L’arte del padre domenicano è, a suo modo, un inno alla conversione. Un inno così profondo da non aver bisogno di censurare nulla del passato, anzi, da attingere energia e vita dalla radice stessa della sua cultura di origine, perché — continua Ambrosio — «è Cristo presente ovunque che illumina ogni cosa e dona alla luce stessa un riflesso particolare».

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19 agosto 2019

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