Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

All’ora dell’Angelus

· Ricordo di Mario Agnes a un mese dalla scomparsa ·

Era il biglietto da visita del giornale, il suo inconfondibile timbro di voce quando si trattava di dire una parola autorevole sui fatti della Chiesa e del mondo. Il lead — quel breve testo in grassetto che apriva spesso la prima pagina del quotidiano — è stato certamente una delle caratteristiche dell’Osservatore Romano diretto da Mario Agnes.

Graficamente riconoscibile per i caratteri marcati e la collocazione sotto il titolo principale, con Agnes era divenuto una lettura indispensabile per interpretare lo sguardo attento e partecipe che la testata della Santa Sede posava ogni giorno sulle vicende del pianeta. Appena qualche decina di righe, a metà tra un editoriale e un corsivo. Scritte, più che con la penna, con il cesello allorché servivano ad amplificare i gesti e la voce del Papa. O con lo scalpello laddove erano in gioco i valori fondamentali per i quali si batteva il giornale: restano memorabili quelli pubblicati durante le drammatiche settimane della prima guerra del Golfo, ai quali persino i movimenti che da tutt’altre sponde scendevano in piazza contro il conflitto attingevano il lessico elementare della pace.

Quando nella riunione del mattino si decideva di «fare il lead», Agnes vi si dedicava a lungo, con un’attenzione quasi maniacale. Prendeva appunti, calibrava le parole. Lo riscriveva e lo rileggeva fino all’ultimo istante, seduto al tavolo della sala dei tipografi davanti alle pagine fresche di inchiostro che attendevano il visto per la stampa. E quando non era in redazione perché al seguito del Pontefice, dovunque si trovasse, non mancava mai la sua telefonata mattutina per dettare almeno qualche spunto per il testo che avrebbe offerto la chiave di lettura più fedele del viaggio papale.

Nei suoi lead c’erano passione e acume, impeto e rigore. Perciò gli si perdonava anche qualche inevitabile indulgenza alla retorica. In ogni caso, c’era scolpita fin nelle virgole l’impronta tipica di Agnes, del suo stile di laico credente «senza se e senza ma», secondo un’espressione a lui cara.

Non si sottraeva al confronto con la redazione, talvolta con gli stessi superiori, aperto com’era alle ragioni altrui ma senza scendere a patti con la propria coscienza. Ho avuto l’occasione di collaborare con lui all’elaborazione e alla redazione di alcuni di quei testi. E ricordo quando, nel pieno della guerra nei Balcani, propose di aprire il giornale con un lead tutto giocato sull’appello a «costruire ponti tra i popoli» come antidoto all’odio e all’intolleranza. Uno slogan oggi quasi scontato ma che allora poteva apparire perfino audace. Proprio in quei giorni la comunità internazionale aveva assistito impotente alla distruzione dello storico ponte di Mostar, che sarebbe divenuto uno dei simboli del sanguinoso conflitto nella ex Jugoslavia. Forse anche per questo, di fronte all’incerto evolversi della situazione nella regione, dopo una serie di valutazioni con i superiori venne deciso di sospendere la pubblicazione del testo già preparato. Ligio al suo senso di fedeltà, quando lo seppe Agnes non disse niente, ma i nostri sguardi si incrociarono. E nel suo vidi con chiarezza non tanto la delusione dello sconfitto, quanto la determinazione serena di chi sente di aver fatto fino in fondo la sua parte pur di non venir meno al dovere interiore della verità.

Spesso la stesura di quei lead si protraeva per buona parte della mattinata. Ma quando, all’ora dell’Angelus, i rintocchi delle campane della parrocchia di Sant’Anna arrivavano nella sua stanza in fondo al corridoio, era come se scattasse il segnale di una tregua. Agnes era fatto così: la sua dedizione al lavoro — attenta, scrupolosa, quasi ossessiva — era capace di fermarsi di fronte a quel suono, nel quale riconosceva l’eco della fede semplice ed essenziale vissuta all’ombra di un campanile durante gli anni dell’infanzia e della giovinezza nella sua terra irpina.

Quando mi capitava di essere con lui in quel momento per dare gli ultimi ritocchi al testo, assistevo a un piccolo rituale. Agnes posava la penna sul tavolo, abbassava gli occhi e alzava la mano come se volesse fermare lo scorrere frenetico della giornata. Poi si segnava con la croce e restava assorto per qualche istante in preghiera. Lo guardavo e mi veniva in mente il celebre quadro di Millet, nel quale due contadini al tramonto, sospeso il lavoro dei campi e deposti in terra gli attrezzi del mestiere, sostano col capo chino a pregare l’Angelus. Mi piace pensare che anche il 9 maggio scorso, quando si è chiusa la sua lunga giornata terrena, Agnes abbia percepito il suono di quelle campane. E deposti a terra gli “attrezzi” di un’intera esistenza, abbia socchiuso gli occhi e sollevato per l’ultima volta la mano nodosa e ormai irrigidita dal male che lo aveva colpito. Come per congedarsi dalla vita.

di Francesco M. Valiante

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE