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All’ombra
di San Pietro

· Intervista al rettore del Pontificio collegio Etiopico ·

Il Pontificio collegio Etiopico — l’unica istituzione formativa del genere presente tra le mura vaticane — è un punto di conoscenza, di comunione e di vincolo tra le Chiese in Etiopia e in Eritrea e la Chiesa universale. Lo spiega in questa intervista all’«Osservatore Romano» il frate minore cappuccino eritreo Abba Hailemikael Beraki, dal 2019 rettore del collegio che proprio in questi giorni celebra il centenario della sua fondazione.

I primi studenti col loro rettore nel 1919

Come si spiega la presenza del Pontificio collegio Etiopico all’interno del Vaticano?

La spiegazione va trovata nell’atteggiamento dei Pontefici nei nostri confronti, in particolare di Benedetto XV e di Pio XI. Dopo la stipula dei Patti Lateranensi, i collegi che erano dentro le mura vaticane sono stati spostati nella città di Roma. Per un privilegio e per una predilezione dei Pontefici, noi siamo rimasti qui. Esisteva un ospizio per i pellegrini abissini già dal 1481. Si trovava dietro l’abside della basilica, accanto alla chiesa dedicata, appunto, a santo Stefano degli Abissini. Benedetto XV trasformò l’ospizio che nel 1919 permise l’apertura del collegio. Il suo successore, Pio XI, ha ereditato questa realtà e l’ha potenziata. Nel 1930 fece costruire nei Giardini Vaticani una nuova sede, quella che attualmente conosciamo come Pontificio collegio Etiopico.

Che tipo di studenti ospitate?

Dal 1919 fino al 1970 venivano ospitati giovani seminaristi che venivano dall’Eritrea e dall’Etiopia. Frequentavano i corsi ginnasiali, e poi la filosofia e la teologia negli atenei romani. Una volta ordinati sacerdoti tornavano nei rispettivi Paesi per svolgere il servizio pastorale. Dal 1970 in poi, invece, non vengono ospitati più seminaristi ma sacerdoti. L’obiettivo è quello di formarsi nelle diverse università per conseguire le varie licenze o lauree. In genere sono preti diocesani di rito orientale provenienti dall’Etiopia e dall’Eritrea. Non sono religiosi.

Lei però è un consacrato.

Dobbiamo ricordare un po’ la storia del collegio. Esso è nato da un’iniziativa di due missionari cappuccini reduci dall’Eritrea. Si chiamavano padre Francesco da Offeio e padre Angelo da Ronciglione. Negli anni Venti del Novecento i due frequentarono l’ospizio di Santo Stefano degli Abissini, che a quel tempo era casa di formazione dei Trinitari scalzi. Avevano chiesto ai frati di ospitare un loro ex allievo del seminario di Cheren che era venuto a Roma per continuare gli studi in preparazione al sacerdozio. Entrando nell’ospizio, videro alcune tombe dei nostri connazionali e da lì venne loro l’idea di un collegio. Chiesero a Benedetto XV il privilegio di mettere a disposizione dei seminaristi eritrei quei locali. Allora contattarono una persona influente, il gesuita Camillo Beccari, che parlò con il Pontefice e gli consegnò la loro lettera. Scrissero anche al primo vicario apostolico in Eritrea, monsignor Camillo Francesco Carrara, ex ministro provinciale dei cappuccini della Lombardia.

Nasce così il legame con i frati minori cappuccini?

L’iniziativa del collegio partì da quei due missionari cappuccini e così la gestione venne affidata al nostro ordine. Infatti, dal 1919 al 1970 sono stati cappuccini di diverse nazionalità a dirigere il collegio. Dal 1970 al 1999 sono subentrati i monaci cistercensi, quindi, dal 1999 al 2003, un prete di Addis Abeba. Sono seguiti i lazzaristi dal 2003 al 2012. Dal 2012 la gestione è affidata ai frati minori cappuccini dell’Eritrea e dell’Etiopia. Il collegio rientra nelle competenze della Congregazione per le Chiese orientali.

Quale importanza riveste per la Chiesa nel vostro Paese?

Il collegio ha un’importanza vitale, perché qui si formano i sacerdoti che saranno le guide del popolo, i “maestri” che condurranno la Chiesa locale. Alcuni studenti un giorno probabilmente diventeranno vescovi. Nel corso degli anni sono stati ben undici coloro che hanno studiato nel collegio e poi hanno ricevuto l’ordinazione episcopale. Nel 1930, nella nostra cappella, è stato ordinato il primo vescovo indigeno dell’Etiopia e dell’Eritrea, monsignor Kidanè-Maryam Cassà, dell’arciperarchia di Asmara. Venendo qui i sacerdoti si formano con una mentalità aperta, con un orizzonte ampio. Conoscono diverse realtà non solo all’interno della Chiesa cattolica, ma anche delle altre Chiese, soprattutto ortodosse. Alcuni dei nostri studenti frequentano il Pontificio istituto Orientale, dove ci sono alunni provenienti da ogni parte del mondo. Sono cattolici, ma anche ortodossi, e in questo modo ci si confronta e ci si affratella.

Quanti studenti ospitate attualmente?

Ventuno, di cui quattordici etiopi e sette eritrei. Io che ho l’incarico di rettore sono eritreo mentre il vice rettore è etiope. Abbiamo anche tre suore indiane che ci aiutano nella conduzione della casa. Appartengono alla congregazione del Piccolo fiore di Betania. Quel “piccolo fiore” ormai è diventato grande e le suore sono circa un migliaio sparse in tutto il mondo. Abbiamo tre dipendenti che ci aiutano in cucina e nelle pulizie. Il collegio può ospitare fino a 25 studenti, oltre ad avere anche alcune camere per gli ospiti.

Cosa faceva prima di essere nominato rettore?

Ero frate in Eritrea e continuo a farlo anche stando qui. Sono stato per molti anni formatore dei giovani nella provincia cappuccina dell’Asmara. Sono poi diventato segretario del provinciale per 15 anni e poi sono stato eletto provinciale, incarico che ho mantenuto per 6 anni. Al termine del mandato sono stato chiamato a Roma e destinato alla Garbatella, dove c’è un piccolo convento adiacente al monastero delle Clarisse cappuccine. Sono stato per quattro anni superiore della casa e cappellano del monastero.

di Nicola Gori

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