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All'ombra del campanile

· Una mostra a Viterbo sul culto della Vergine attraverso i borghi e i conventi della Tuscia ·

Bisogna andare in provincia per incontrare i migliori esempi di corretta tutela e di efficace valorizzazione. Il “Museo Italia”, quello che sta all’ombra di ogni campanile ed è presente in ogni piega del nostro territorio, chiede solo di far sapere che esiste. Per nostra grande fortuna c’è chi sa intendere questa richiesta che viene dal cuore profondo del Paese e sa offrire risposte ispirate a intelligente sensibilità.

Bartolomeo Cavarozzi«Madonna col Bambino» (1625)

Facevo queste riflessioni quando, qualche giorno or sono, visitavo, a Viterbo nel gotico Palazzo dei Papi, la mostra Immagini della Vergine. Dipinti dal territorio della diocesi di Viterbo, voluta dal vescovo, monsignor Lino Fumagalli.
Mi accompagnavano nella visita il vicario generale della diocesi, don Luigi Fabbri, l’ingegnere Santino Tosini, direttore dell’Ufficio beni culturali, il professore Osbat, direttore del Centro diocesano di documentazione. Io camminavo attraverso la mostra e scoprivo opere di pittura provenienti da luoghi remoti (da Canino, da Latera, da Valentano, da Rocca di Castro, da Farnese, oltre che dal Palazzo vescovile di Viterbo) quasi sempre a me del tutto incognite e oggetto, tutte, di soggetti mariani.
La mostra (aperta fino al prossimo primo febbraio) racconta il culto della Vergine declinato in pittura nei borghi nelle parrocchie e nei conventi dell’antica Italia rurale, in quella parte del Lazio settentrionale che conosciamo come “Tuscia”.
Ci sono opere che meritano una speciale attenzione. Per esempio la Natività di Canino in catalogo attribuito a Monaldo Trofi (Monaldo Corso), un’opera rustica e popolaresca, fragrante tuttavia di involontario umorismo con il bue e l’asino che, inginocchiati davanti al Bambino, rischiano di essere i veri protagonisti della scena, caratterizzati come sono da corna e da orecchie iperboliche dentro la scatola prospettica, memore di Filippino Lippi e di Antoniazzo Romano, all’interno del quale avviene la Natività.
Oppure la grande tela tardo cinquecentesca dal convento di santa Maria delle Grazie a Farnese (autore è il bolognese Antonio Maria Panico) che, sotto il titolo iconografico della Immacolata Concezione rappresentata in alto, è un vero e proprio catalogo, improntato a sussiegoso rigore feudale, della Famiglia Farnese completa di tutti i suoi membri maschili e femminili, compresa la bambina Isabella erede del nome e del ducato.
Dominano la mostra le tele d’impronta stilistica barocca, varianti o interpretazioni dai prototipi romani del Baciccio, di Pietro da Cortona, del Maratta (con Ludovico Mazzanti, con Niccolò Berrettoni da Macerata Feltria, con Giovanni Odazzi), senza escludere tuttavia incontri del tutto imprevisti e imprevedibili in questo contesto storico. Per esempio la Madonna fra S. Sebastiano e S. Giovanni di Palma il Giovane (da Rocca di Castro) o il magnifico Corrado Giaquinto (la Madonna con il Bambino San Giuseppe e le anime del Purgatorio) conservato nella chiesa di San Giovanni a Valentano. C’è anche un fiorentino di primo Seicento nell’antologia delle tele mariane. Documentato nella Madonna dei Sette Dolori, già in Santa Maria del Gonfalone di Valentano, è Anastasio Fontebuoni ricordato dal Baglioni e dal Baldinucci, un artista che, trasferitosi a Roma, si creò in questi territori una piccola fortuna lavorando per gli Odescalchi a Bassano Romano.
Il curatore della mostra, il funzionario della Soprintendenza statale ai beni artistici, Tiziano Giannino, ci consola scrivendo, in introduzione al catalogo, che questo, presentato nel viterbese Palazzo dei Papi, non è che il primo segmento di una più grande e sistematica «opera di catalogazione, valorizzazione e promozione di tutti gli oggetti sparsi nel vasto territorio appartenenti agli enti ecclesiastici»; opera condotta in fruttuosa collaborazione fra la diocesi e gli uffici della tutela.

In tempi in cui i media di altro non parlano se non del grande museo pubblico che, governato dal cosiddetto “manager”, dovrà diventare moltiplicatore di occupazione e produttore di mirabolanti profitti, fa piacere accorgersi che c’è ancora chi si occupa del “museo diffuso”, di quell’insieme di cose, ovunque distribuite, che fanno la storia e l’identità dei nostri popoli.

di Antonio Paolucci

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24 ottobre 2019

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