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All’inizio non c’era nessuna gerarchia

Chiamiamo più volte Santa Marta: chiediamo di parlare con il segretario del cardinale Gracias, che è a Roma per le riunioni del consiglio dei cardinali che aiuta Papa Francesco «nel governo della Chiesa universale». All’ennesimo tentativo, uno degli addetti alla reception ci spiega la difficoltà nel trovarlo: «Sua eminenza è solo, nessuno lo accompagna». Una prima, sonora lezione: a settantadue anni, dopo aver affrontato gravi problemi di salute, l’attuale presidente della Federazione delle conferenze dei vescovi cattolici asiatici, nonché presidente della conferenza dei vescovi cattolici latini dell’India e uno tra i cardinali più vicini a Francesco, fa frequentemente (pochi giorni prima del nostro incontro era venuto per partecipare alla canonizzazione di Madre Teresa) avanti indietro tra Roma e Mumbai (l’antica Bombay) da solo. Lo stiamo cercando per un’intervista in previsione di questo numero di «donne chiesa mondo» perché Oswald Gracias, oltre ad aver preso spesso la parola in difesa delle donne, è un esperto di diritto canonico: dopo la laurea all’Urbaniana e il diploma in giurisprudenza presso la Gregoriana, è stato, tra l’altro, più volte presidente della Canon law society of India (1987-1991, 1993-1997) e consultore del Pontificio consiglio per i testi legislativi.

Ospiti di un centro antiviolenza in India

All’inizio del nostro colloquio il cardinale precisa: «Agli inizi della storia della Chiesa, ai tempi di Gesù non c’era alcuna discriminazione: nella mente di Nostro Signore ognuno ha il suo ruolo senza traccia seppur minima di gerarchia. È stato solo successivamente che le cose sono cambiate nella Chiesa: negli anni, infatti, le donne sono state relegate in posti e ruoli secondari. E il cambiamento è avvenuto perché la Chiesa vive nel mondo, e così facendo finisce per assumerne la mentalità: e nel mondo le donne avevano un posto di serie b».

E siamo ancora lì...

Ma le cose stanno cambiando, anche nella Chiesa! Papa Francesco lo ribadisce molto spesso: per la vita della comunità ecclesiastica è importante che le donne abbiano ruoli di responsabilità.

Oggi le donne cattoliche indicano nel diritto canonico la ragione della loro esclusione: non sarebbe una questione teologica o di limiti indicati nelle Scritture, ma sarebbe un problema di diritto canonico...

In qualità di canonista, vorrei difendere il diritto canonico e dire che non ha alcuna responsabilità. Ma d’altro canto, non lo difenderei al punto da sostenere che non possa aver bisogno di essere rivisto o modificato. Se guardiamo però alle norme in se stesse, ci sono pochissime restrizioni che escludono espressamente il femminile, come è ad esempio il caso dell’ordinazione sacerdotale. Il vero punto semmai è un altro: la distinzione tra clero e laici, tra quello che possono fare gli uni e gli altri. Questo potrebbe essere rivisto. Ma quando si parla di laici, non vedo una differenza sostanziale tra maschi e femmine. Ciò non toglie che forse è venuto il momento di intraprendere una azione positiva per mostrare chiaramente che le donne sono parte integrante della Chiesa. Ne abbiamo parlato anche di recente all’interno della nostra conferenza episcopale. Certo, le cose stanno molto diversamente a seconda dei contesti e delle società: in alcune conferenze episcopali le donne svolgono ruoli che non hanno in altre; la varietà è veramente grande. Al fondo, però, occorrerebbe avere chiaro che giacché maschi e femmine sono diversi, la specificità femminile è una ricchezza per la vita della Chiesa. È importante che tutti lo capiscano, e che lo mettano poi concretamente in pratica.

Parlando di diritto canonico, si è appena concluso il giubileo straordinario sulla misericordia: ma se Gesù è misericordia e il diritto è giustizia, come li possiamo conciliare?

È una domanda interessantissima. Abbiamo organizzato a Mumbai un convegno in tema proprio per indagare la relazione tra di esse. Il Papa ha richiamato spesso l’attenzione su entrambe, sull’uso della misericordia e sull’applicazione della giustizia. La domanda di fondo è se vi sia o non vi sia contraddizione: ritengo che misericordia e giustizia non siano in opposizione tra loro perché la giustizia di Dio è misericordia. È questione di gratuità, di perdono, di comprensione reciproca. E, ovviamente, anche del fatto che ognuno abbia il giusto posto. Dobbiamo dunque ridefinire il nostro concetto di giustizia, perché la giustizia non può escludere la misericordia. Altrimenti sarebbe una giustizia divina difettosa. Una giustizia viziata.

Torniamo alle donne: lei si è espresso molto spesso in loro difesa, specie nel contesto dell’ondata di stupri occorsi in India di cui i media internazionali hanno dato ampio conto...

Mi vergogno profondamente per la violenza contro le donne che sta attraversando l’India. Gli episodi sono così numerosi, specie in alcune zone del paese. La cosa veramente grave di questa situazione è il senso di impunità che accompagna la recezione della cronaca di questi orrori. Se c’è un tentativo di cambiare le leggi per renderle più dure, dobbiamo però aver presente che non si può cambiare la società con le sole disposizioni normative: la maggior parte delle persone è convinta che la colpa sia delle donne che provocano gli uomini, che in fondo le vere responsabili siano loro, che le vittime di questi episodi siano donne “cattive”, colpevoli per il loro atteggiamento. In tutte le sue forme la misoginia viene così minimizzata e banalizzata. È questo che si impara a casa e nella società. Ed è questo che deve cambiare.

La Chiesa può fare qualcosa?

Da decenni lavoriamo senza sosta per l’emancipazione delle bambine e per migliorare la dignità delle donne, attraverso i nostri apostolati educativi, sanitari e sociali: solo quando i bambini e le bambine saranno trattati allo stesso modo in casa propria, saremo in grado davvero di aggredire alla radice il nodo della misoginia e della violenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme, a ogni livello. Ora, ad esempio, stiamo mettendo a punto un protocollo sul comportamento delle persone che lavorano nella Chiesa, nelle parrocchie, siano esse religiosi o laici. Del resto, abbiamo il modello delle congregazioni femminili che nel nostro paese stanno facendo veramente tantissimo per aiutare le donne brutalizzate, violentate, schiavizzate, impoverite.

La canonizzazione di madre Teresa, che lei ha indicato come riferimento insieme a san Francesco Saverio ha significato anche in questo senso?

Certo. La canonizzazione di madre Teresa è stata una fonte di gioia enorme: lei è veramente un esempio di cristianesimo. È un dono dell’India al mondo, al mondo cristiano ma anche al mondo secolare. Era amata e seguita da tutti, senza distinzioni alcune: persino gli atei la amavano con grande intensità. È stata veramente un modello di compassione e di amore appassionato verso i più poveri e gli emarginati in genere. Una vita, la sua, vissuta all’insegna della misericordia. Ogni singolo minuto di ogni singolo giorno della sua esistenza è stato un inno della misericordia. La canonizzazione di madre Teresa è così una chiamata concreta. È un modello per tutti, in ogni campo.

A questo proposito, c’è qualcosa che noi donne occidentali potremmo imparare dalle donne indiane?

Una certa gentilezza, direi. Alcune donne occidentali lottano per i diritti in un modo molto maschile, e credo che questo sia sbagliato.

di Giulia Galeotti

Oswald Gracias

Il cardinale arcivescovo metropolita di Bombay (India), è nato nella metropoli indiana — ora Mumbai — il 24 dicembre 1944. È originario della parrocchia di San Michele a Mahim, dove è cresciuto ed è stato ordinato sacerdote il 20 dicembre 1970. Dal 1982 al 1986 è stato segretario dell’arcivescovo di Bombay e, fino al 1997, cancelliere e vicario giudiziale. Ha insegnato in vari centri scolastici e ha contribuito all’istituzione dei tribunali matrimoniali in diverse diocesi indiane. Il 28 giugno 1997 è stato eletto vescovo titolare di Bladia e nominato ausiliare dell’arcivescovo di Bombay. Il 16 settembre successivo ha ricevuto l’ordinazione episcopale, scegliendo come motto Riconciliare tutto in Cristo. Da ausiliare è stato incaricato di seguire zone di Bombay particolarmente povere. In quel periodo è stato anche vicario episcopale per l’apostolato della famiglia. Nominato arcivescovo di Agra nel 2000, venne promosso alla sede arcivescovile di Bombay sei anni dopo. Nella Conferenza episcopale indiana ha ricoperto numerosi incarichi, specie in ambito giuridico e delle comunicazioni sociali. Il 13 aprile 2013 Papa Francesco lo ha nominato membro del gruppo di cardinali che lo consiglia nel governo della Chiesa universale e studia un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus.

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