Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

All’incrocio
tra due mondi

· Nell’autobiografia di Farian Sabahi ·

«La mia storia persiana fra due paesi e tre religioni» recita il sottotitolo dell’autobiografia Non legare il cuore di Farian Sabahi (Milano, Solferino, 2018, pagine 186, euro 15), titolo tratto da un versetto del mistico islamico Rumi che invita a non legare il cuore a nessuna dimora.

In realtà, e a cominciare dal nome — poi ribadito nel nome persiano da lei scelto per il figlio — che costituisce il tratto più importante della nostra identità, al quale si deve aggiungere l’aggettivo persiana con il quale definisce la sua storia biografica, l’autrice una dimora ce l’ha. Da una parte imposta — il nome dal padre — dall’altra scelta, nonostante la più gran parte della sua vita e la sua residenza attuale siano legate all’Italia e al Piemonte.
Certo il Piemonte — soprattutto quello della provincia in cui ha passato l’infanzia — è per molti versi un luogo banale, perfino un po’ gretto, che fa cattiva figura davanti all’esotismo, ai colori e alle scoperte che all’autrice, fin dalla prima giovinezza, offrono i soggiorni a Teheran, presso la famiglia paterna. A questa fascinazione fa da pendant una religione cattolica vissuta prevalentemente come una forma di perbenismo borghese, centrata sul cimitero di paese, la messa grande la domenica, il battesimo in un certo senso “forzato”, confrontata a un islam mistico e a una misteriosa ma per questo ancora più affascinante tradizione legata a Zoroastro.
A questo dualismo corrisponde la figura sicuramente più prevedibile della madre, giovane donna ricca influenzata dal 1968, che pensa che né l’appartenenza etnica né tanto meno quella religiosa possano costituire problemi nei rapporti umani, e del coraggioso padre, che arriva in un paese sconosciuto dove fra molte difficoltà e solitudini si costruisce una strada senza perdere le sue radici.
Sì, la partita è vinta dall’Oriente, anche se si ha la sensazione che l’Occidente — nonostante la frequentazione di dotti sacerdoti e cardinali per ricevere lumi religiosi — non abbia mai veramente giocato ad armi pari. Almeno, non abbia giocato bene questa partita nella consapevolezza dell’autrice: il solo fatto che lei abbia sempre vissuto in Italia, che abbia tessuto legami affettivi con uomini occidentali, fa capire che nella realtà ha vinto l’occidente.
Ma non nell’immaginario: qui vediamo che manca nella sua formazione — ed è un problema non solo suo, ma delle generazioni giovani — la lettura delle donne. La lettura delle mistiche cristiane, delle esegete che in questi trent’anni hanno rivoluzionato l’interpretazione dei testi sacri, perfino delle bravissime scrittrici che hanno raccontato il suo Monferrato rivelando un’epica certo non meno interessante a quella dei suoi antenati di Baku. Tutto sta negli occhi di chi guarda, come ben sappiamo, e Farian non ha trovato — o cercato? — gli occhi giusti perché la contesa fra le due culture si svolgesse ad armi pari.
Anche se qua e là questa consapevolezza si fa strada — specialmente nelle pagine in cui parla della nonna monferrina — l’autrice sembra non essere capace di cogliere l’unicità misteriosa di ogni essere umano, la sua diversità da tutti gli altri, all’interno di ogni cultura, e soprattutto che, al di là delle sue generali osservazioni sulle religioni monoteistiche, l’unica vera esperienza di Dio che possiamo fare è quella dell’amore che riceviamo e diamo agli altri esseri umani, anche quelli che ci sembrano scialbi e banali.
Una visione più ampia e profonda le avrebbe permesso di non scrivere osservazioni un po’ banali, come che «tutti i monoteismi sono in qualche modo discriminatori nei confronti delle donne», oppure che «le religioni monoteistiche sono come i versanti di una stessa montagna, ma non fanno che dividere». Come se solo una posizione in un certo senso indifferente verso ogni fede religiosa potesse garantire una convivenza pacifica multiculturale.
Come sappiamo, ci sono mille testimonianze che questo non è vero, che si può essere intensamente credenti e amare i fedeli di altre religioni, ma l’idea che solo la laicità assicuri la tolleranza oggi è una illusione molto diffusa.

Al contrario di molte affermazioni contenute nel libro, questa narrazione autobiografica invece è la prova di come oggi l’appartenenza religiosa costituisca un problema difficilmente trascurabile nelle nostre vite, un problema che si pone a tutti e che chiede una risposta anche da parte di chi apparentemente non la vuole dare, anche da chi si trova a vivere all’incrocio fra due mondi, fra due culture, fra due religioni diverse.

di Lucetta Scaraffia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE