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All’incrocio con la gratuità

· Nella «Caritas in veritate» tra solidarietà e sussidiarietà si evidenzia la via nuova della dottrina sociale ·

Il 17 e il 18 novembre si è svolto alla Pontificia Università Lateranense il colloquio annuale di Dottrina sociale della Chiesa organizzato dall’Area internazionale di ricerca «Caritas in veritate». Pubblichiamo stralci dell’intervento introduttivo tenuto dal vescovo rettore.

Sempre di più la Caritas in veritate viene proposta come una grande pista per elaborare «la terza via», o meglio una via nuova, che articoli un rapporto più umano e umanizzante tra i cittadini e le istituzioni. Con la crisi internazionale, che si prolunga ormai da diversi anni, le condizioni stesse dello sviluppo economico e sociale vanno cambiando in profondità e, probabilmente, in modo irreversibile.
Tuttavia il quadro non è privo di forze e di speranze. Il richiamo alla sussidiarietà e alla solidarietà non è certamente pratica nuova. «Elemento permanente» dell’intera dottrina sociale della Chiesa (così si esprimeva la Centesimus annus), esso è diventato l’imprescindibile anello di congiunzione fra tutte le encicliche sociali. Dalla Rerum novarum (1891), alla Quadragesimo anno (1931), fino alla Gaudium et spes e ai testi di quello che è stato definito «il Papa della sussidiarietà», il beato Papa Giovanni Paolo II: ebbene, il principio della sussidiarietà risulta sempre e intimamente associato a quello di solidarietà.
Ma è anzitutto l’enciclica Caritas in veritate che ha messo in piena evidenza la questione antropologica, che è strettamente connessa e legata alla questione sociale. Infatti Papa Benedetto sottolinea che la crisi e le difficoltà, di cui al presente soffrono gli Stati, la società e l’economia, sono dovute in primo luogo alla mancanza o alla carenza di un’adeguata ispirazione solidaristica, che sia orientata al bene comune: il bene comune, che significa «prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pòlis, di città» (7).
Si pone, dunque, il problema del significato dello sviluppo autentico, e di come perseguirlo. Una risposta unificata e unificante al problema dello sviluppo orientato al bene comune e alla promozione della persona è appunto — in linea con la Centesimus annus — nella combinazione di sussidiarietà e di solidarietà, i due principi costanti della dottrina sociale cattolica. «Il principio di sussidiarietà — dice l’enciclica Caritas in veritate — va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo, che umilia il portatore di bisogno» (52). Affermazione poi completata dalla seguente: «Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà, espressione dell’inalienabile libertà umana» (57).
In questa circostanza, poi, è doveroso far tesoro di un’altra ammonizione formulata da Benedetto XVI nella medesima enciclica, laddove egli auspica la creazione di «un’autorità politica mondiale», che «dovrà essere regolata dal diritto», avendo come bussola — ancora una volta — i principi di sussidiarietà e di solidarietà.
In buona sostanza, si tratta di andare oltre l’approccio paternalistico, tipico di certa propaganda assistenziale, che acuisce la dipendenza dei Paesi del Sud del mondo. Non basta neppure concepire gli interventi trasferendo da un continente all’altro l’enciclopedia dei saperi e delle conoscenze, ma occorre essere determinati nella promozione della crescita integrale della persona e delle comunità, riconoscendone i diritti inalienabili.
Uno dei passaggi più originali e dibattuti dell’enciclica Caritas in veritate è quello in cui il Papa supera il concetto della generica solidarietà, e indica la fraternità e la gratuità come approccio-guida per promuovere e orientare lo sviluppo autentico dei popoli.
A parere di Benedetto XVI, il concetto di solidarietà è ancora troppo limitato, e non impegna integralmente la comunità umana e la Chiesa nel prendersi cura dell’altro. La fraternità, intesa come pratica della carità nella verità, significa amare l’umanità esprimendo un amore gratuito, che impegna ogni individuo a dare, prima ancora che a ricevere. A riguardo, l’enciclica è esplicita nel richiedere a ciascuno la conversione del cuore. In questo contesto si comprende quale sia il «primo servizio» che la comunità cristiana deve offrire alla società. Esso non consiste principalmente nel fornire una dottrina morale, o nell’essere portatrice di un’etica civile. Il primo servizio è quello di introdurre una vera comunione fra le persone: far accadere dentro alla nostra vita civile l’evento di una vera fraternità. «Fraternità» come «vera comunione tra le persone», come missione prioritaria della comunità cristiana, ancora prima della diffusione di una dottrina morale. «Comunione» certamente significata dall’Eucarestia, che non deve mai essere separata dal concreto agire degli individui dentro la società: non solo, dunque, l’impegno mistico e spirituale del levita, ma anche lo «sporcarsi le mani» del buon samaritano, che si ferma e si china sullo sconosciuto che soffre.

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20 ottobre 2019

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