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All’Europa manca la Fed

· Nuova strategia per la Banca centrale statunitense ·

La grande crisi finanziaria impone nuove strategie. L’incertezza e la mancanza di fiducia chiedono cooperazione e coordinamento, risposte immediate ed equilibrate. Per questo la recente decisione della Federal Reserve di annunciare ogni tre mesi le previsioni di medio periodo sui tassi rappresenta una piccola ma significativa rivoluzione. Bernanke vuole alimentare la fragile ripresa americana, dando indicazioni più precise agli investitori. Non un paternalismo dei mercati, dunque, ma un rapporto più stretto e collaborativo. La Fed mostra una dinamicità che, forse, in questo momento farebbe bene anche all’Europa.

La mossa della Fed ha un significato politico che non può essere sottovalutato: a dieci mesi dalle elezioni, con il mercato del lavoro che mostra inattesi segnali di ripresa e con le paure di un contagio della crisi del debito dall’Europa, Bernanke — confermato da Obama nell’agosto 2009 — cerca di allentare ulteriormente la politica monetaria per aiutare la crescita. E lo fa guardando soprattutto ai settori più in difficoltà: le banche e le case. Nel 2011 i fallimenti degli istituti sono calati, ma, in questi anni, il crollo delle vendite degli immobili è stato pari a circa due milioni di unità e sono ancora allo studio i piani di risanamento dei colossi del settore colpiti dal crac (Fannie Mae e Freddie Mac). Le dichiarazioni di molti governatori della Fed fanno capire che a Washington si stanno studiando nuove misure di stimolo fiscale, anche se non tutti sono d’accordo. Ma in questa fase, la stabilità politica è essenziale per dettare una linea comune.

Non è un caso che lo scatto di Bernanke sia arrivato proprio alla vigilia di una serie di importanti colloqui in Europa. Anche questo è un segnale politico. Segnale che gli Stati Uniti vogliono smarcarsi sempre di più dal vecchio continente, proteggendo le loro banche da un contagio che a Wall Street considerano ormai più che scontato. Merkel e Sarkozy sanno bene che è venuto il momento di decidere quale strada prendere, con o senza l’America. Finora Berlino ha dettato una sola linea: quella di un’unione ristretta con regole ferree e bilanci sotto controllo all’interno di un’unione più vasta. Ma una proficua intesa con i mercati non può sorgere soltanto sul rigore.

L’unica cosa che l’Europa può fare adesso è cercare di imparare dagli errori e impostare la propria strada. È vero però — come hanno fatto notare molti esponenti di spicco della finanza mondiale — che Bruxelles ha dato finora poche risposte e in ritardo. Complice la mancanza di una vera unità economica e politica. Ma complice anche una Bce imbrigliata da trattati troppo restrittivi che ne limitano l’azione: molti Governi premono per un istituto centrale dotato di tutti gli strumenti utili a fornire liquidità e garantire il buon finanziamento dei mercati. Francoforte dovrebbe poter acquistare i bond sovrani al momento dell’asta se la richiesta degli investitori è carente per evitare speculazioni e governare gli spread. Un maggiore dinamismo in materia di politica monetaria sarebbe un segnale convincente in direzione delle banche europee, che ancora stentano a far ripartire il credito, e degli investitori internazionali.

Una Bce più simile alla Fed — dicono gli esperti — richiederebbe altre due misure molto complesse. La prima dovrebbe essere un radicale ripensamento dei rapporti tra l’istituto e la politica in direzione di una maggiore interazione. Molti analisti d’altronde criticano l’autonomia di Francoforte, definendola troppo restrittiva. Occorrerebbe perciò riformare i trattati. La seconda misura è il varo degli eurobond, le obbligazioni europee che dovrebbero evitare lo spezzettamento del debito. Italia, Francia e Bruxelles premono perché siano varate al più presto. La Germania ritiene che gli eurobond non risolvano la crisi dei debiti sovrani e soprattutto non amano l’idea che i debiti dei Paesi più deboli siano assimilati a quelli dei Paesi forti: sarebbe un alibi per la mancanza di rigore. Tuttavia, l’articolo 6 dell’accordo del nove dicembre sembra aprire la strada verso un tipo di obbligazioni sovranazionali garantite dai Paesi dell’Unione.

Una tregua credibile con i mercati internazionali può arrivare soltanto dalle Banche centrali e dalla politica monetaria: gli Stati Uniti l’hanno capito. Ora tocca all’Europa.

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