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All’eterno dal tempo

· Michelangelo e Caravaggio in mostra a Forlì ·

Caravaggio, «La Madonna dei pellegrini» (1604-1606, particolare)

Si è da poco aperta, presso il Museo San Domenico di Forlì, la mostra L’Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio che attraverso un percorso di 190 opere presenta il processo di rinnovamento delle arti in Italia sotto l’impulso dei tempestosi avvenimenti che attraversarono l’Europa del Cinquecento. Lungo tredici capitoli, l’itinerario presenta i momenti cruciali del secolo, dalla Riforma luterana al concilio di Trento, passando per la diaspora dei maggiori artisti italiani impegnati nelle imprese romane a seguito del saccheggio della città, agli affreschi del Giudizio sistino e della cappella Paolina, che occuparono l’ormai vecchio Michelangelo a partire dal 1541-1542, per chiudere con la morte del Caravaggio e il Sidereus Nuncius di Galileo (1610).

Lungo la scia di tali sconvolgimenti, e della profonda crisi spirituale del tempo, un comune filo conduttore pareva consacrare all’immortalità due giganti del secolo, Michelangelo Buonarroti e Caravaggio, in nome della conquista verso il pieno affrancamento espressivo dell’artista: per il Merisi, attingendo dagli strati popolari; nell’inquieto sperimentalismo formale, il Buonarroti.

Così, nella chiesa conventuale di San Giacomo Apostolo, per la prima volta utilizzata come sede espositiva dopo il suo recupero, l’arazzo di manifattura belga, su cartone del Raffaello (1515-1519), dei Musei Vaticani, raffigurante la pesca miracolosa con scene della vita di Leone X, apre la vasta rassegna, composta da dipinti, sculture lignee, in marmo e in bronzo, libri a stampa, arredi sacri, paramenti, progetti, disegni, incisioni. Gli ideali di classica bellezza vengono rappresentati dall’opera di Michelangelo — ma completata da un ignoto — il Cristo Giustiniani (1513-1514) dove il nudo viene ancora inteso come somma fusione di arte e fede. Con i principi figurativi di classicismo dell’arazzo leonino, giunti ormai verso il tramonto del Rinascimento negli anni dei fermenti riformistici, si riafferma invece il primato di Pietro alla guida della Chiesa.

L’itinerario si dispiega illustrando la nuova ondata della pittura “di maniera”, col Pontormo, tra cui la Madonna con il Bambino e san Giovannino degli Uffizi (1528-1529), Rosso Fiorentino, Beccafumi con lo Sposalizio di santa Caterina, dell’Ermitage, Lorenzo Lotto, Daniele da Volterra, la maestosa Deposizione di Giorgio Vasari (1539-1540) del monastero di Camaldoli, il Ritratto del cardinal Reginald Pole di Perino del Vaga, anch’esso dall’Ermitage (1542).

Nel capitolo Su modello di Michelangelo l’accento si pone sulle invenzioni grafiche, il Crocifisso e la Pietà, e la loro fortuna, che Michelangelo tra il 1538-1541 e il 1546, dedicò alla cara amica, l’aristocratica poetessa Vittoria Colonna, con la quale condivideva, in stretta affinità intellettuale, riflessioni sulla fede e speranze di rinnovamento.

Apre la sesta sezione uno tra i documenti figurativi più emblematici di quella fase di riorganizzazione rigoristica della Chiesa di Roma indetta da Paolo iii, col sussidio della nuova Compagnia di Gesù. Negli stessi giorni dell’apertura del concilio, Tiziano è chiamato a celebrare il casato Farnese, dove il vecchio Pontefice siede affiancato dal cardinal nipote Alessandro e al giovane fratello Ottavio. L’esigenza di uno spazio sacro atto ad accogliere il maggior numero di fedeli incentivò il rinnovamento della concezione spaziale delle chiese con l’impianto ad aula promossa dalla Compagnia di Gesù (sezione quarta). La novità coinvolse anche la concezione della pala d’altare unificata, atta a catturare emotivamente il fedele, secondo istanze a cui il marchigiano Federico Barocci aderì profondamente nella finissima Deposizione di Perugia (1568-1569) (sezione ottava). La reazione classicista dei cugini Carracci si esprime invece nella glorificazione dei valori di umiltà dei “nuovi santi”, secondo i principi tridentini, come nel San Francesco in adorazione del Crocifisso di Ludovico (1585 circa) o San Francesco che mostra il crocifisso di Annibale (1586 circa). Con l’aprirsi del nuovo secolo, Roma teatro del giubileo si affollò di artisti di tutta Europa mossi dalla necessità di produrre un’arte meno dogmatica e più ancorata alla vita terrena. Il sacrificio di Isacco (1600) degli Uffizi e La Madonna dei pellegrini (1605) in Sant’Agostino a Roma, esprimono la carica realistica del nuovo naturalismo caravaggesco, una lezione recepita appieno dal fiammingo Rubens nell’Adorazione dei Pastori di Fermo (1608), a chiudere un’epoca tra le più avvincenti e artisticamente feconde della storia europea.

di Luisa Nieddu

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19 ottobre 2019

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