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Allegoria della crisi

· Dal celebre «King Kong» di Schoedsack a «Skull Island» di Vogt-Roberts ·

Come avrebbe reagito Ernest B. Schoedsack nel 1933 se gli avessero detto che il suo progetto cinematografico pionieristico e anche un po’ delirante su un mastodontico gorilla avrebbe attirato i produttori hollywoodiani a distanza di quasi un secolo? Malgrado fosse notoriamente un visionario e un megalomane, una specie di piccolo Howard Hughes, avrebbe sicuramente stentato a crederci. E invece King Kong è da poco tornato nelle sale, con Kong: Skull Island, diretto da Jordan Vogt-Roberts.

a locandina del film di Ernest B. Schoedsack

Se il King Kong del 2005 diretto da Peter Jackson era il fedele e dilatato remake del capostipite, la trama di quest’ultimo ricorda a grandi linee il suo immediato — e nettamente inferiore — seguito: Il figlio di King Kong, sempre girato da Schoedsack nel 1933. L’unica idea davvero nuova è quella di ambientare il racconto all’epoca della guerra del Vietnam. La dimensione metaforica, però, non decolla mai verso grandi significati, e tutto si riduce a qualche sporadica, benché puntuale, invettiva antimilitarista. Sul piano strettamente spettacolare invece il film rende bene, dato che l’idea deliziosamente astratta di un’isola in cui regna il gigantismo animale funziona ancora oggi.

Il film del 1933, però, oltre a uno shock visivo che non doveva essere tanto inferiore a quello dell’arrivo del treno nel primo film dei fratelli Lumière, per la sua epoca rappresentava qualcosa di ben più profondo: una fuga dalla realtà e persino un catartico esame di coscienza per una nazione traumatizzata dalla Grande Depressione, oltreché un esperimento estetico-espressivo che doveva testare la capacità del cinema sonoro di andare oltre la dimensione teatrale in cui rischiava di impantanarsi.

A rendere esplicita la funzione dialettica del film rispetto alla realtà del momento, contribuì il fatto di essere realizzato nella cosiddetta epoca pre-code, ovvero precedente al Codice Hays, il sistema di autocensura degli studios che sulla carta fu stilato nel 1930, ma che in pratica non fece sentire il suo peso fino alla metà del decennio. Si trattava di regole indirizzate alla sfera morale che però finirono presto per rendere edulcorata anche la rappresentazione della società nel suo complesso. Schoedsack e i suoi sceneggiatori, invece, non ebbero remore né limiti nel dipingere la disperazione diffusa che si respirava in quegli anni di crisi economica, come di lì a poco non sarebbe più stato possibile fare.

In una delle prime scene, vediamo una lunga processione di donne anziane pazientemente in fila davanti a una mensa pubblica per ricevere un piatto di minestra. E poco dopo una ragazza affamata tentare di rubare una mela da un fruttivendolo. Inoltre, quando la ragazza sarà scelta dal protagonista, un regista cinematografico, come eroina di un film da girare su un’isola esotica, per prima cosa immaginerà che l’uomo voglia in realtà approfittarsi di lei. Un altro dettaglio credibile che di lì a poco la censura avrebbe ritenuto troppo crudo.

Fra i suoi tanti meriti e aspetti innovativi, il film ha dunque anche quello di rappresentare una delle primissime pellicole autoreferenziali, ovvero intenzionate a dire qualcosa sul mondo del cinema. Un mondo che però ha perso i lustrini di quella che era la Hollywood-Babilonia degli anni Venti e ora è attraversato da una disillusione non tanto diversa da quella che, come visto, serpeggia lungo le strade cittadine.

di Emilio Ranzato

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22 agosto 2018

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