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Alle origini
dell’economia di mercato

· Per la cura della casa comune - Economia francescana ·

Miniatura XIV secolo

Gli studi di storia medievale hanno conosciuto nell’ultimo secolo uno sviluppo straordinario. Uno dei temi ricorrenti di questa abbondante letteratura è stata l’integrale revisione, anzi la demolizione del concetto del Medioevo come “età dei secoli bui”. Una non minore straordinaria affermazione è stata contemporaneamente seguita nel cercare di individuare proprio nel Medioevo le origini lontane di alcune strutture elementari della società moderna. Sono così fioriti studi sul pensiero scientifico, sulla matematica, sullo sviluppo degli scambi e dell’economia monetaria, sulle tecniche produttive, sullo sviluppo della cultura e della società urbana. Nel cercare le radici della scienza economica, molti studiosi hanno finito per concentrare la loro attenzione sulle dottrine sviluppate a partire dal XV secolo in Inghilterra e nei paesi del Nord-Europa. Fin troppo note sono le tesi di Max Weber, che individua nella riforma calvinista il seme dello sviluppo del capitalismo moderno. In realtà, la scienza economica affonda saldamente le sue radici nel basso Medioevo (si rinvia all’opera monumentale del compianto professor Oscar Nuccio). Non stupisce quindi il fatto che, a partire dal XIII secolo, si formino e si consolidino progressivamente i semi del futuro sviluppo dell’economia teorica. Vi sono tematiche, come le libertà politiche, la proprietà privata, l’utilità sociale della mercatura, l’interesse, il valore, il giusto prezzo, la moneta che furono affrontate non come pura astrazione teorica, ma nelle loro implicazioni pratiche. Per secoli, perciò, l’area del Mediterraneo ha detenuto il primato dello sviluppo economico e ha fornito l’ambiente adatto alla nascita dell’homo oeconomicus.

L’homo oeconomicus che scaturisce dalla dottrina economica medioevale è inserito in un contesto dottrinale in ragione del quale l’economia è un’arte architettonica e il mercato è inteso in senso processuale, dinamico anziché statico. In breve, nell’opera di umanisti, civilisti e canonisti si evince una nozione di mercato come insieme delle relazioni in forza delle quali ciascuno tenta di soddisfare le proprie aspettative, ricorrendo alla soddisfazione delle aspettative altrui e il cumpetere è inteso come il “cercare insieme” al fine di superare, di volta in volta (e mai definitivamente), l’inevitabile limite che contraddistingue il genere umano.

L’umanista rinascimentale Leon Battista Alberti difendeva la sua famiglia, dedita alle attività imprenditoriali, con queste parole: «Ne’ traffichi rompesse la fede ed onestà debita», e san Bernardino da Siena, considerando che «se è legittimo perdere, deve essere legittimo vincere», giungeva alla conclusione che per fabbricanti e commercianti è legittimo ottenere un profitto. Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzava anche il Vescovo di Firenze, il domenicano Sant’Antonino, il quale affermava che «poiché ogni agente opera per ottenere un fine, lo scopo immediato dell’uomo che lavora nel settore dell’agricoltura, della lana, dell’industria o di attività simili è il profitto». Per san Tommaso d’Aquino tra i motivi che giustificano i profitti dobbiamo considerarne fondamentalmente cinque: provvedere alla famiglia del mercante; aiutare i poveri; stimolare il benessere del paese; remunerare il lavoro del mercante; migliorare la merce.

Dunque, condanne e filippiche a parte, le virtù mercantili si impongono. Sta per formarsi un nuovo sistema economico che, per avviarsi e svilupparsi, ha bisogno, se non di tecniche nuove, per lo meno di un uso massiccio di pratiche da sempre condannate dalla Chiesa, i cui anatemi però vennero in molti casi superati, da un lato, con l’interpretazione delle singole tipologie di prestito e di interesse (damnum emergens, lucrum cessans, poena conventionalis), dall’altro, da una sottile analisi che traghettò il concetto di “capitale monetario” dalla nozione di somma di denaro destinato agli affari (capita), a elemento vivo la cui forza risiede nel suo carattere seminale (caput). L’avvio di tale analisi spetta all’originale idea del teologo Francescano Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) sul capitale, sull’interesse e sul giusto prezzo; quest’ultimo venne analizzato dall’Olivi a partire da una teoria soggettiva del valore: la complacibilitas (desiderabilità). Alla base del pensiero economico oliviano c’è la sua teoria del capitale, una somma di denaro che, essendo destinato agli affari, contiene già in sé un “seme di lucro”; questa presenza seminale costituisce il valore in più (“superadiunctus”) che il debitore deve restituire insieme alla somma ricevuta in prestito.

L’idea oliviana, ampliata e accolta dalla scolastica francescana, si fece strada ed ebbe larghissima diffusione e fece testo nel campo della teologia morale grazie ai sermoni e alle prediche del francescano San Bernardino da Siena e del domenicano Sant’Antonino da Firenze, finché la scuola teologica dei gesuiti nel XVII secolo la presenterà come dottrina comune dei moralisti, a cui attinse, più tardi, il filosofo morale Adam Smith. Si tratta di un contributo fondamentale all’analisi teorica dell’economia di mercato, di cui, peraltro, l’economia sociale di mercato di Röpke in Germania e di Einaudi e di Sturzo in Italia, richiamata da Papa Francesco nel discorso del 6 maggio 2016 in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, può essere considerata, in qualche misura, continuatrice ed erede.

di Flavio Felice 
Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche Università del Molise

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22 agosto 2019

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