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Una genealogia della violenza religiosa

Il faraone Akhenaton della XVIII dinastia

Il libro Religione totale. Origini e forme dell’inasprimento puritano (Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2017, pagine 126, euro 12) è l’ultima opera di Jan Assmann — illustre egittologo tedesco noto in Italia per libri di grande diffusione quali Mosè l’egizio, Non avrai altro Dio e La distinzione mosaica — ottimamente curata da Elisabetta Colagrossi, cui si deve in passato un’importante intervista fatta allo studioso (Il disagio dei monoteismi. Sentieri teorici e autobiografici). Il volume contiene, si può ben dire, nova et vetera, novità che si inscrivono in un itinerario di ricerca le cui vie Assmann da qualche decennio viene tracciando.

Focalizzato com’è, tale itinerario, sui temi della violenza religiosa e delle sue origini monoteistiche, lo scandaglio di Assmann si addensa sulla domanda che campeggia nella quarta di copertina del volume: «La minaccia globale del terrorismo e della violenza di matrice religiosa sembra essere oggi più drammatica che mai. È possibile che il volto radicale dell’islam non sia soltanto la peculiarità di una particolare religione, ma si riferisca a una comunanza di tutte le varianti monoteiste?».

Chi sia un poco familiare alla ricerca di Assmann sa che sin dai suoi esordi negli anni novanta in Mosè l’egizio la risposta a tale interrogativo sta in un tratto che i monoteismi, al loro sorgere, presentano: il carattere univoco ed esclusivo che la fede nell’unico Dio manifesta, nella duplice forma di un “monoteismo della fedeltà” e di un “monoteismo della verità”. Se resta ferma l’idea di una rivelazione che irrompe nella storia con il divieto originario «nessun altro Dio», la prima forma di monoteismo, quella della fedeltà, ha il suo riferimento nel decalogo e contempla la richiesta di una fedeltà assoluta a Dio, senza escludere, in questa fase, l’esistenza di altri dei. In tale monoteismo “affettivo”, del cuore, suscitato dal Dio geloso dell’Antico Testamento che punisce l’infedele e benedice chi è fedele, le parole chiave sono “amico”, “fratello”, “vicino”. Assmann parla in proposito di “monolatria”, di venerazione del solo Dio rispetto agli altri dei, senza i quali l’atto di fedeltà non avrebbe senso.

Altro è invece il “monoteismo della verità” o “conoscitivo”, fondato sulla distinzione tra vero e falso, per il quale non esistono altri dei ma solo idoli, rispetto ai quali esercitare la satira e lo scherno che si deve ai feticci e al paganesimo. Questo monoteismo parla un linguaggio diverso: non più quello del Dio geloso, liberatore dall’Egitto, ma quello del creatore del cielo e della terra, come in Isaia 45, 18, della religione vera contro le fedi false.

Ora, per venire al tema del libro, simile monoteismo si è valso nel suo affermarsi lungo questi due stadi di un linguaggio della violenza, e la domanda dello studioso verte sul perché il monoteismo, al suo sorgere, abbia dovuto servirsi di un linguaggio violento. Appartiene questo linguaggio all’essenza del monoteismo o si tratta di una circostanza estrinseca, legata non al dominio della necessità ma della contingenza storica? La risposta suona anche qui in armonia con quanto già affermato nelle precedenti ricerche: no, la violenza non è una dimensione necessaria dei monoteismi, ma il prodotto del loro contaminarsi con lo spazio “teologico-politico”, che si manifesta originariamente nella trasposizione sul piano religioso dei patti assiri di sottomissione imposti dal sovrano ai sudditi.

«L’esclusiva fedeltà a Dio — scrive Assmann — pronta a uccidere e a morire nel caso di emergenza, ha la sua origine nel lealismo assiro, che richiede assoluta fedeltà al gran re assiro, con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze, e punisce l’apostasia, il venir meno della fede, con le più terribili punizioni».

In questo testo, come si vede, Assmann si avvale di una categoria propria del pensiero di Carl Schmitt, ossia del «caso d’emergenza». Per il teorico della politica e giurista tedesco, caso d’emergenza per eccellenza è la guerra, ora della verità in cui la dimensione politica ottiene una pretesa totalizzante sulla società. Trasposto nel dominio anticotestamentario, il caso d’emergenza corrisponde alla collera di Dio suscitata dall’infedeltà del popolo, col conseguente rischio della rottura del patto. Così, spiega la curatrice del volume, «gelosia divina e zelotismo umano sono due fuochi di una medesima ellisse». L’inasprimento puritano, spinto fino al martirio, è per lo studioso tedesco il punto di arrivo di questa dinamica, tanto che l’intero libro può considerarsi una genealogia della violenza religiosa nella forma del puritanesimo più radicale. Sappiamo quanto il fantasma della purezza attraversi le forme di fondamentalismo contemporanee e accompagni anche tanti populismi odierni.

Un libro destinato a far discutere, come altri di Assmann, ma del quale non si può, concordi o meno che si sia con le sue tesi, non rimarcare l’attualità e gli orizzonti futuri della religione dischiusi: che non si configurano, per lo studioso tedesco, nel segno di un ritorno a rabdomantici politeismi, ma in un processo di emendatio, di revisione dei monoteismi, prolungando il progetto intrapreso in tale direzione dalla religione dei Lumi, nel cui solco palesemente Assmann si inscrive. Uno scandaglio del passato che apre prospettive sull’avvenire. Di questo sguardo doppio, ancipite, abbiamo bisogno per comprendere il nostro tempo.

di Roberto Celada Ballanti

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20 marzo 2019

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