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​Alle origini
del diritto internazionale

· «Retour à Lemberg» di Philippe Sands ·

«Che importanza può avere un assassinio isolato, un errore personale accanto a quella distruzione di massa della vita umana, quella più spaventosa che la storia abbia mai conosciuto?» scriveva già Stefan Zweig nell’ Impazienza del cuore (1939), mentre vedeva le atrocità della prima guerra mondiale abbattersi di nuovo sull’Europa, questa volta nel segno del nazismo. Con grande finezza lo scrittore austriaco naturalizzato britannico notava che la morte di un essere umano aveva, per la coscienza di chi la provocava, un peso diverso: poteva essere enorme prima della grande guerra; sicuramente minimo, se non inesistente, durante il conflitto. Senza sapere ancora nulla dello sterminio di massa che verrà perpetrato negli anni successivi, Zweig aveva già individuato l’inquietante novità delle guerre del XX secolo: ovvero che l’errore personale veniva «sciolto nella palude sanguinosa dell’errore generale». Idea, questa, che anticipava le problematiche che faranno da filo rosso a gran parte della letteratura filosofica, politica e giuridica dell’Europa della seconda metà del secolo. 

Lembergerstrasse, dove abitava la famiglia di Leon Buchholz (Leopoli, 1890)

Bisognerà infatti aspettare la completa materializzazione del “male assoluto” nella seconda guerra mondiale per avviare le prime riflessioni, su scala internazionale, riguardo allo sterminio di massa e alla responsabilità dei suoi esecutori. Fino al famoso processo di Norimberga, nel 1945, la questione rappresentava un vuoto legislativo. Con questo processo, vera e propria “fabbrica del diritto internazionale”, si è cercato di capire come la giustizia potesse tutelare gli individui perseguitati perché appartenenti a un determinato gruppo. Una problematica, questa, le cui dinamiche vengono brillantemente ricostruite da Philippe Sands nel volume Retour à Lemberg (Paris, Albin Michel, 2017, pagine 544, euro 23). Attraverso un’inchiesta dal sapore romanzesco sulle vicende biografiche di coloro che contribuirono a far emergere l’esigenza di una giustizia internazionale, l’autore — avvocato franco-britannico specializzato nella difesa dei diritti umani — racconta una storia caratterizzata da destini suggestivamente intrecciati.
Tutto inizia a Leopoli, in Ucraina, dove nel 2010 Sands era stato invitato a tenere una conferenza. Una preziosa occasione per lui di far luce sul passato di suo nonno, Leon Buchholz, che in quella città aveva trascorso l’infanzia, prima di dover fuggire a Parigi, nel 1939, per sottrarsi alla Shoah, durante la quale perderà l’intera famiglia. Di questo passato traumatico Buchholz non dirà una parola al nipote, nonostante il loro rapporto sia stretto e confidenziale. Ma questo legame familiare con la città di cui è stato ospite è solo la prima di una serie di coincidenze sconcertanti che Sands scoprirà passo passo preparando la conferenza. Leopoli, come rivela il libro, è un crocevia sconosciuto della storia dell’Olocausto. Oggi Ucraina, un tempo era chiamata Lemberg, o Lvow, cambiando nome a seconda delle occupazioni: austriaca, russa, polacca e tedesca. Proprio lì, nel 1942, l’“avvocato preferito” di Hitler, Hans Frank, annuncerà la “soluzione finale” che condurrà alla morte di milioni di ebrei. E in questa stessa città hanno studiato i due teorici che capovolgeranno l’ordine giuridico mondiale del XX secolo: Hersch Lauterpacht (1897-1960), e Raphael Lemkin (1900-1959), due giuristi che, nell’ambito del processo di Norimberga, formuleranno rispettivamente le nozioni di crimine contro l’umanità e di genocidio. Dalla guerra fino a dietro le quinte di quel celeberrimo processo, veniamo scoprendo l’itinerario esistenziale dei quattro personaggi, le cui vicende personali sono sì strettamente legate, ma non s’incrociano mai.
Tuttavia per l’avvocato che ha preso parte a quasi tutti i grandi processi internazionali degli ultimi decenni — dall’ex-Jugoslavia al Rwanda — il racconto è anche l’occasione per realizzare una profonda riflessione di carattere giuridico, che prende spunto dall’opposizione ideologica tra Lauterpacht e Lemkin, i quali propugnavano due tesi diverse di fronte allo sterminio di massa, sintetizzabili con la seguente domanda: importa di più che la legge ci protegga perché siamo individui o perché apparteniamo a un gruppo? Seconndo Lemkin la legge deve prima difendere la collettività se è vero che l’appartenenza a un determinato gruppo è all’origine della persecuzione. Allo stesso modo, trasferisce la responsabilità del singolo individuo allo Stato, che per primo rende possibili tali massacri. Lauterpacht temeva invece che il termine di genocidio creasse una “concorrenza vittimaria”, esasperando il «senso del “noi” contro loro», e rafforzando in questo modo l’identità collettiva e riducendo le opportunità di riconciliazione. Se, a differenza del crimine contro l’umanità, il termine di genocidio non appare nella sentenza del processo di Norimberga, una gerarchia informale si è imposta negli anni successivi fra i circoli politici e nel dibattito pubblico. Il genocidio è così divenuto “il crimine dei crimini”, elevando la protezione dei gruppi al di sopra di quella degli individui, come ricorda Sands. Il quale, riaffermando il valore fondamentale di tale nozione, suggerisce che essa ha forse indebolito la nostra concezione di crimine contro l’umanità o di crimine di guerra. Citando una lettera di Leopold Kohr rivolta a Lemkin — nella quale scriveva che «il genocidio avrebbe finito col suscitare precisamente le situazioni che cercava di correggere» — Sands ricollega questa «sfida per il sistema di diritto internazionale» all’attuale crisi del progetto europeo, ammonendo contro la fragilità delle nostre strutture di pace. Una problematica che, secondo lui, aveva già un grande rilievo all’indomani della seconda guerra mondiale e che anche adesso riveste una forte attualità, soprattutto in un’Europa segnata da una destabilizzante recrudescenza dei particolarismi e delle rivendicazioni identitarie.

di Solène Tadié

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21 luglio 2018

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