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Alle afghane pochi diritti e tanti abusi

«Tradite e uccise»: Davide Frattini, inviato del «Corriere della Sera», ha ricordato Najia Sidiqi, Hanifa Safi, Anisa e le altre donne afghane che — dopo aver creduto nelle promesse occidentali e nella nuova Costituzione — sono state uccise perché hanno osato fare qualcosa per le loro simili. Un rapporto delle Nazioni Unite presentato qualche settimana fa apre la contabilità dolorosa delle violenze con la storia di una quindicenne che si è data fuoco: picchiata quotidianamente da marito e suocero, dai poliziotti ai quali li aveva denunciati era stata invitata a tacere e tornarsene a casa. La Commissione indipendente per i diritti umani ha registrato 4.100 casi di violenze nei primi mesi del 2012, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. È vero che i numeri crescono anche perché in molte hanno trovato il coraggio di denunciare, ma — fa notare il dossier dell’Onu di cui ha scritto il giornalista — in 16 delle 34 province solo il 21 per cento delle querele ha portato a condanne. Magistrati, giudici e poliziotti hanno cominciato ad applicare la legge del 2009 per l’eliminazione della violenza contro le donne (che punisce, tra l’altro, nozze forzate, stupri, botte in famiglia, compravendita di donne con la scusa di sistemare dispute tra clan), ma la strada perché le donne siano davvero protette e la loro eguaglianza riconosciuta è ancora lunga. «Gli attivisti — conclude Frattini — sanno che le donne rischiano di essere le vittime del negoziato con i talebani».

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