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​Alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI

La pace come dimensione essenziale della vita cristiana, e dunque della santità, è al centro di un articolo scritto da Giovanni Battista Montini per «Studium», dove uscì nel giugno del 1930. Lo ripubblichiamo alla vigilia delle canonizzazioni del 14 ottobre, quando con Paolo VI (nato nel 1897 e morto nel 1978) vengono proclamati santi l’arcivescovo martire salvadoregno Óscar Arnulfo Romero Galdámez (1917-1980), il sacerdote lombardo Francesco Spinelli (1853-1913), il parroco campano Vincenzo Romano (1751-1831), la religiosa tedesca Katharina Kasper (1820-1898), la suora missionaria spagnola Nazaria Ignacia March Mesa (1889-1943) e il giovanissimo operaio abruzzese Nunzio Sulprizio (1817-1836). Con il testo di Montini figura in queste pagine la conclusione del “dizionario montiniano” scritto da Giacomo Scanzi e pubblicato a partire dal numero del 26 luglio scorso. Anticipiamo infine la premessa al libro Montini e la santità (Brescia, Morcelliana, 2018, pagine 126, euro 10) di Giovanni Maria Vian. «L’eroismo è raro e prezioso. La genialità forse non meno. L’attività può esser di molti. L’ascetismo mi lascia dubitoso, e un po’ umiliato. L’eloquenza non è che metà della vita, espressione. Ma la bontà è sincera e pura virtù, è cuore caldo e autentico, è uomo perfetto» sintetizza Montini nell’articolo del 1930 dopo aver descritto una santità ordinaria: «La umile Suora che veglierà questa notte l’ammalato, e, lungi dall’ascoltare il battito del proprio cuore nelle ore interminabili e opprimenti, ascolterà solo il battito del cuore dell’infermo, avrà pace per sé e per lui. Per sé e per lui, quale fatica! quale carità! quale insonnia! Il maestro di religione, che domani salirà in cattedra a spiegare l’eterno catechismo, darà a tutti gli allievi l’impressione d’un uomo eminentemente pacifico. Ma, di lassù, egli battaglierà con tutti gli elefanti degli errori moderni, con audacia formidabile; di lassù, raccogliendo nel proprio cuore l’ansia delle nuove generazioni, discorrerà con la foga e la violenza del profeta, cui nessuno può eguagliare in vivacità e acutezza, in genialità e fortezza. Di lassù, vedrà il mondo di sotto e tremerà di pietà; vedrà il cielo di sopra, e griderà invocando; sentirà se stesso timido ed ultimo, e sarà pronto a dare per primo a sé la pace che Cristo gli offre per dispensare agli altri».

Pax vobis

Questo argomento della pace, della tua pace, o Signore, discorre di grandi cose alle anime moderne.

Monsignor Montini il 2 novembre 1954 in un disegno di Macarena Kindelán

Esse non hanno la pace, una finta pace, se non negando i problemi dello spirito e della vita. Ovvero esse non amano la pace, perché la credono inerte e vuota: preferiscono dubitare e cercare; preferiscono l’angoscia delle inutili vigilie, il dramma delle deluse speranze, l’illusoria carezza delle mobili sensazioni spirituali, il parossismo delle teologie arbitrarie, e la vanità in che tutto precipita e si dilegua, senza che una croce stia sulle tombe, diritta e vittoriosa, a presagire l’eternità. La pace? sarebbe il sonno nell’unica ora solare concessa all’anima umana; sarebbe puerile e gratuita sicurezza incosciente dinanzi agli abissi suscitatori di vertigini immense; sarebbe volgare e borghese riduzione dei movimenti liberi dello spirito entro un perimetro convenzionale e opprimente, fatto per gli uomini che vivono in serie.

E i cattolici non sono spesso lontani dal pensare diversamente. Essi sono talora pigri e meschini: tutto per loro è facile, tutto è risolto, tutto è raggiunto. Noia e ripetizione avvolgono la loro preghiera: ignobili scopi economici vi bruciano ancora un incenso, che sa di vecchia, inutile, miserabile vita spirituale.

Sono invece altra volta agitati e nervosi: credono che il fervore sia uno strappo violento e artificioso dato ai tendini del moto spirituale; sia una prodiga dispersione di sentimenti iperbolici, una sovvertitrice commozione che faccia d’un tratto santi e perfetti.

Neppur essi hanno accolto come si deve il primo saluto di Gesù nato nel mondo: — Pace alla terra! — Di Gesù rinato per il mondo: — Pace a voi! —

Ora bisogna ch’io la comprenda cotesta pace, da cui deve fluire la nuova vita spirituale.

Posso chiamare cristiana una vita spirituale che non possegga la pace?

No. La vita cristiana ha la conquista, sia pure implicita ed iniziale, del bene supremo a cui essa può aspirare. Sopprimere la pace è infirmare la fede.

Ma davvero poi la pace è pigrizia?

Se l’esperienza religiosa fondamentale che deriva dalla grazia e dalla fede, è la pace, posso qualificare la vita cattolica, in quanto tale, vita statica e stagnante? No.

E se alcuni fratelli con l’esempio d’una vita religiosa comoda e indolente, chiusa ad ogni volo, e inetta ad ogni slancio, mi dipingessero così la pace cristiana, non dovrei forse immunizzare la mia anima da un’imitazione complice e vile?

E se alcuni avversari dicessero la Chiesa solidale con tutte le paci, quelle dei tiranni e quelle d’un’infingarda tradizione, non dovrei rivendicare alla pace della Chiesa i sovrani pregi della libertà e dell’interiorità? e l’augusta forza dell’amorosa milizia nella testimonianza del vero e nella difesa del bene? Non ha Cristo annunciato la pace e portato nel mondo la spada?

Già vedo che la pace cristiana non è semplicismo. Vedo che non è viltà. Vedo che non è inerzia.

Vedo che pace e alacrità, pace e combattimento, pace e dolore possono accordarsi nella vita cristiana.

La umile Suora che veglierà questa notte l’ammalato, e, lungi dall’ascoltare il battito del proprio cuore nelle ore interminabili e opprimenti, ascolterà solo il battito del cuore dell’infermo, avrà pace per sé e per lui. Per sé e per lui, quale fatica! quale carità! quale insonnia!

Il maestro di religione, che domani salirà in cattedra a spiegare l’eterno catechismo, darà a tutti gli allievi l’impressione d’un uomo eminentemente pacifico. Ma, di lassù, egli battaglierà con tutti gli elefanti degli errori moderni, con audacia formidabile; di lassù, raccogliendo nel proprio cuore l’ansia delle nuove generazioni, discorrerà con la foga e la violenza del profeta, cui nessuno può eguagliare in vivacità e acutezza, in genialità e fortezza. Di lassù, vedrà il mondo di sotto e tremerà di pietà; vedrà il cielo di sopra, e griderà invocando; sentirà se stesso timido ed ultimo, e sarà pronto a dare per primo a sé la pace che Cristo gli offre per dispensare agli altri.

Questi son esempi. Tutta la vita veramente cristiana ne è piena.

E la ragione è questa. Che a torto noi crediamo sia il dubbio fonte di moto. A torto crediamo che il movimento dello spirito esista, come si verifica il moto di gravitazione, quando vien meno un sostegno.

È la certezza che muove e che feconda lo spirito. Anche la sferza del dubbio muove lo spirito per qualche grado di certezza che in sé mantiene, o per l’inevitabile piega verso la certezza cui l’uomo non può non seguire.

Ora la pace cristiana è certezza. È la certezza che la fede concede, è la confidenza universale che, nel cono luminoso della rivelazione, vien proiettata sull’umanità, e lo scioglimento di tutte le paure legittime che paralizzano l’anima umana. Perciò la pace cristiana è feconda. È anzi la condizione più propizia e lo stimolo migliore per la più alta fecondità dello spirito.

Ora vediamo. Solo per iscorcio. Dov’è la fecondità del pensiero, sgorgato dalla pace della fede?

Apro la prima pagina del gran libro del più qualificato maestro, Tomaso d’Aquino. «Sembra non sia necessario, oltre la speculazione filosofica cercare altra dottrina... Invece fa necessario per il bene umano l’esistenza d’una certa dottrina venuta per divina rivelazione, ulteriore al pensiero filosofico».

Aumento, non diminuzione. Campo più largo, non più ristretto. Impiego d’ogni risorsa di pensiero, per un supremo pensiero. E diffusione dovunque, su tutti i gradi dell’essere, e del conoscere, d’una domestica luce di verità e di provvidenza, che allo scienziato che inizia il duro pellegrinaggio della ricerca, comunica la preventiva sicurezza di trovare dovunque sapienza, verità, più alta del suo attuale conoscere, perché dovunque è l’opera del Padre Onnipotente.

Ma quali sono i miei professori che hanno quest’amore e questo slancio? Quali hanno la pace di Cristo viva nell’anima?

Fecondità nell’opera. Pace è bontà.

Il metro con cui misuro il santo — quello che mi attendo di incontrare per le vie, di scoprire dietro uno sportello d’ufficio, di ascoltare parlante dall’alto d’un pulpito, o di osservare dietro i volumi d’uno scrittorio, — è quello della bontà. L’eroismo è raro e prezioso. La genialità forse non meno. L’attività può esser di molti. L’ascetismo mi lascia dubitoso, e un po’ umiliato. L’eloquenza non è che metà della vita, espressione. Ma la bontà è sincera e pura virtù, è cuore caldo e autentico, è uomo perfetto.

Ma la bontà è in ragione della sicurezza che uno spirito gode. La bontà che sostituirebbe la dottrina e la certezza e si stenderebbe come velo soave sul volto cieco, che altro valore ha, se non di ridare, per altra via, confidenza nella vita e nel vero? Se no, è bugia. La filosofia dell’«als ob», del «come se» è sterile, quando i discepoli s’accorgono che non può aver fede che nell’illusione.

Invece io penso che S. Paolo, nell’inno del capo decimoterzo della prima lettera ai Corinti, pensasse alla vera bontà cristiana quando descriveva la carità: «è paziente, è mansueta. Non conosce invidia, non è sleale, non è gonfia, né ambiziosa; di sé non cura; non si inasprisce; non pensa male; non gode dell’iniquità, condivide la gioia della verità; e tutto accetta, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».

Ed è perciò che i mistici, i più pervasi dall’esperienza della pace della grazia, sono operativi. Chi sperimenta la pace che interiormente supera la potenzialità del sentire: exuperat omnem sensum, trova la forza di superare esteriormente gli ostacoli che altri non hanno né audacia né resistenza per vincere.

E che dire della pace cristiana nel sentimento? Qui nasce l’arte cristiana: equilibrio e follia senza paragone. Bisognerà pur studiare l’esperienza artistica religiosa: ma ora basti dire che nessuna lirica ha motivi più limpidi e più impulsivi, nessuna gioia e nessun dolore ha veemenza più legittima e più sacra, nessun amore ha fuoco più ardente e più robusto di quello che può venire ad un’anima che si gode l’intimità di Cristo.

Perché la pace nostra è anche, e sopratutto questo: intimità di Cristo.

di Giovanni Battista Montini


Un cristiano divenuto papa

Montini è un papa dimenticato. Per la distanza ormai grande da un tempo che sempre più sta abbandonando ogni memoria, per l’incomprensione sofferta durante i difficili ma decisivi anni del suo pontificato e soprattutto per la rapida eclissi. Un’eclissi che si spiega con il confronto tra Paolo VI, il predecessore Roncalli e il secondo successore di Montini, il polacco Karol Wojtyła, eletto in seguito alla morte improvvisa, dopo appena un mese dall’elezione in conclave, di Albino Luciani. Entrambi popolarissimi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno infatti presto oscurato nell’opinione pubblica la figura di Paolo VI. Da una parte per la forza dell’immagine rappresentata dal “papa buono” dopo il ventennio pacelliano, dall’altra per la durata del lunghissimo regno e per la personalità planetaria del primo pontefice non italiano da oltre quattro secoli e mezzo.

Montini con un gruppo di universitari cattolici in ritiro presso il santuario mariano altoatesino di Pietralba (agosto 1932)

Tuttavia, sin dall’inizio del pontificato in ambienti cattolici progressisti a Montini venne contrapposto Roncalli, benché questi lo avesse di fatto indicato, se non proprio designato, come suo possibile successore. Di «parrocchie contrastanti», giovannea e paolina, scrive nel 1966 Alberto Cavallari nel suo libro inchiesta Il Vaticano che cambia, ma già Paolo VI avverte questo nodo: «ci pare d’essere sulle orme di Papa Giovanni», annota in un appunto risalente con ogni probabilità all’anno precedente. Durante il quindicennio montiniano il nodo resta comunque non sciolto, al punto da suggerire un inedito doppio nome, Giovanni Paolo, per le successioni papali del 1978, in un tentativo di composizione ideale tra i due pontefici del concilio.

A sollevare decisamente il velo dell’oblio su Paolo VI è stato non tanto l’avvio nel 1993 e poi il procedere della causa di canonizzazione, giunta ora alla conclusione, quanto il riferirsi di Francesco al suo predecessore. È infatti Montini il papa a cui Bergoglio più si ispira, in un rapporto che è di sostanza e di fondo, talvolta dichiarato ma non desumibile dall’esteriorità delle citazioni, peraltro non troppo amate da Francesco. Tanto più significativa appare dunque, nell’intervento che l’arcivescovo di Buenos Aires pronuncia durante una delle ultime riunioni precedenti il conclave del 2013, l’esplicita citazione di Paolo VI sulla «dolce e confortante gioia di evangelizzare», che poi viene sviluppata nel lungo documento programmatico del pontificato intitolato appunto Evangelii gaudium.

È così Francesco, quarant’anni dopo la morte, a canonizzare Montini, che lui stesso ha beatificato nel 2014. Con una novità, perché per la prima volta un pontefice non viene proclamato santo da solo o con un altro papa, com’era avvenuto proprio lo stesso anno con Roncalli e Wojtyła, ma insieme a figure diverse. Una nuova svolta, insomma, nella storia della santità papale, nodo difficile e nei confronti del quale non a caso la chiesa di Roma è stata sempre molto cauta. Nell’elenco dei successori di Pietro da molti secoli sono tradizionalmente considerati santi, e per di più martiri, tutti i vescovi di Roma fino alla cosiddetta pace costantiniana, poi santi quasi tutti quelli fino all’età di Gregorio Magno, e si tratta evidentemente di una sorta di idealizzazione agiografica fondata sulla mitizzazione delle origini. In pieno medioevo analoga appare la convinzione, come viene dichiarato con nettezza nel Dictatus papae di Gregorio VII, che «il romano pontefice, se sia stato ordinato canonicamente, per i meriti del beato Pietro senza dubbio diviene santo».

Questa affermazione impegnativa è senza dubbio legata alla scelta riformatrice e all’affermazione del papato, e a essa si ispira la singolare celebrazione iconografica nello scomparso oratorio lateranense di San Nicola, attestata da una riproduzione del 1638. Qui ai grandi modelli del pontificato romano, Leone e Gregorio (ma anche Silvestro), vengono accostati i papi dell’XI e XII secolo, contemporanei e che riprendono nomi non più usati nelle successioni sulla cattedra di Pietro dall’età antica (Alessandro II, Urbano II, Gelasio II) e sono tutti denominati “santi” (ma con una sola conferma formale di culto molto posteriore) proprio in quanto protagonisti della riforma che sostiene con forza le prerogative del papato. Nei secoli successivi la santità papale di fatto scompare. Per riapparire non a caso dopo la perdita del potere temporale nel 1870, e in un trasparente tentativo di compensarla, con il riconoscimento formale del culto di alcuni pontefici medievali da parte di Pio IX e soprattutto di Leone XIII. Ma il vero rilancio si colloca alcuni decenni più tardi, quando Pio XII tra il 1951 e il 1954 beatifica e canonizza Pio X, e proclama poi beato Innocenzo XI nel 1956.

Negli anni del concilio Paolo VI, per fermare la proposta di canonizzare in concilio Giovanni XXIII, contrapposto a Pio XII (e a lui stesso), dispone l’avvio delle due cause di canonizzazione per via normale. L’intenzione è di evitare, come afferma esplicitamente il papa, «che alcun altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l’edificazione della sua Chiesa, ricomponga le loro autentiche e care figure per la nostra venerazione». E il risultato è l’incanalamento delle due cause, che vengono poi introdotte per via normale, indipendentemente l’una dall’altra. Queste nuove cause papali si aggiungono così a quella, introdotta nel 1954 e divenuta molto controversa, di Pio IX, che peraltro Roncalli avrebbe voluto beatificare. E proprio Pio IX e Giovanni XXIII sono i primi a salire agli onori degli altari in un’unica celebrazione nel 2000, appaiati quasi a bilanciarsi e insieme ad altri “servi di Dio”.

Poi è la volta nel 2011 della rapidissima beatificazione di Giovanni Paolo II, per il quale già durante i funerali viene ripetuto lo slogan «santo subito». A celebrarla a Roma è il suo successore Benedetto XVI, che presiedendone i funerali come cardinale decano aveva in qualche modo adombrato la santità del pontefice appena morto in un’omelia commossa e ispirata. «Possiamo essere sicuri che il nostro amato papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice» conclude Ratzinger. Eletto successore di Wojtyła, il pontefice permette inusualmente che ne sia introdotta subito la causa di canonizzazione e lo dichiara beato. Infine nel 2014 è il nuovo papa a proclamare santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II in un’unica cerimonia, restando dunque nel solco del bilanciamento già sperimentato nel 2000, e più tardi nello stesso anno a dichiarare beato Montini.

Con la canonizzazione di Paolo VI, per la prima volta, un cristiano divenuto papa viene proclamato santo insieme ad altre figure esemplari. «Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi» ha sottolineato Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate descrivendo i tratti di una santità comune, ora riconosciuta e celebrata anche ufficialmente in Montini. «La santità dev’essere la vocazione di tutti» aveva dal canto suo annotato Paolo VI in uno scritto privato del 1974 richiamando san Paolo, il concilio Vaticano II e san Tommaso.

Montini e la santità è il tema che unisce due miei studi (entrambi risalenti al 1998 e qui riediti con lievi ritocchi, ma senza aggiornamenti bibliografici, sostanzialmente irrilevanti per la prospettiva qui assunta) dove si analizzano i santi di Paolo VI e gli scritti che Montini dedica a santi e santità sin dagli anni giovanili. Nella convinzione che il suo rapporto con la dimensione della santità non solo illumina la sua figura, ma è indispensabile anche per comprenderla storicamente.

Sullo sfondo stanno due poli: la modernità e la tradizione, come nel 1950 il prelato confida nel primo incontro con Jean Guitton. «Bisogna sapere essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?», dice al filosofo amico che nel 1967 pubblicherà i Dialogues avec Paul VI, modello insuperato di un nuovo genere letterario papale.

Da una parte, dunque, il tormento dell’uomo moderno. «Tutto lo predispose a essere un intellettuale, capace d’immergersi nella realtà contemporanea» ha osservato Nello Vian (mio padre, alla cui memoria questo piccolo libro è dedicato). Dall’altra, un elemento radicale della fede cristiana, e cioè la comunione dei santi che lega in un rapporto misterioso ma reale i morti e i vivi.

Tra questi due poli, molti sono i temi rilevanti per la ricostruzione della figura di Montini che compaiono in queste pagine. Innanzi tutto, le sue sintonie agiografiche. Come la sobria pietà mariana che cura di non separare «mai la Madonna da Cristo». Oppure l’interesse e la predilezione per san Paolo, di cui tra il 1929 e il 1933 commenta l’intero epistolario e a cui dedica una serie di sette articoli. Fino a un inedito scritto come pro-segretario di stato su Charles de Foucauld, il “fratello universale” e a una preghiera, qualche anno più tardi, davanti alla tomba del santo di Assisi. «È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l’amore? È possibile una qualche amicizia fra madonna economia e madonna povertà?», si interroga l’arcivescovo di Milano negli anni del tumultuoso boom italiano.

Eletto papa, anche in questo ambito Montini interviene. Proclama san Benedetto patrono principale d’Europa e, per la prima volta, dichiara due donne dottori della Chiesa con una decisione rivoluzionaria. Meno noto è invece il blocco, per evitare strumentalizzazioni politiche, delle cause dei martiri della guerra di Spagna mentre ormai il franchismo ha iniziato la sua parabola discendente. Fino al rapporto importante e complesso con Pacelli e Roncalli. Da parte di un uomo che li aveva conosciuti da vicino (rispettivamente dal 1930 e dal 1925) e li rilegge con acutezza, ma che, eletto loro successore nel 1963, scelse di non chiamarsi né Pio né Giovanni ma Paolo, come l’apostolo legato inscindibilmente alle origini e al divenire della fede cristiana.

(g.m.v.)

Santità destino di tutti

Dizionario montiniano

«L’esortazione perciò, che vi rivolgiamo, non è fuori luogo, non è iperbolica; e non è anacronistica rispetto allo stile di vita, che il costume moderno impone a tutti; la santità non è cosa né di pochi privilegiati, né di cristiani dei tempi antichi; è sempre di moda; vogliamo dire è sempre programma attuale ed impegnativo per chiunque voglia chiamarsi seguace di Cristo».

Trento Longaretti «Viandanti»

La santità è il programma, il fine, l’esperienza ricercata per l’intera vita da Giovanni Battista Montini. Fin dagli anni giovanili, quando poco più che ventenne inizia a misurare la propria umanità con il mistero più grande che già si è fatto l’amore più grande: «Te solo. Ch’io impari a conoscere me da te e te da me. Io sono pieno di desideri e di debolezza. Il primo atto della fiducia è di preferirti a ogni desiderio. Te solo. Vorrei essere qualche cosa di più per offrirmi più degnamente a te. Ma l’offerta è umiliazione, e nessuno dovrebbe averne quanto me. Com’è terribile la tua presenza. Tu investighi dentro e tu conosci e giudichi; Dio come mi giudichi? io giudico sempre col gusto fallace dell’amor proprio e dell’ambizione. Signore ch’io mi senta investito dal tuo sguardo, e ch’io confessi la verità. Sono infimo, sono macchiato, sono miserabile; tu solo conosci la sincerità di questa confessione. Ma tu sai ch’io ti amo. Io confido in te perché in nessuno posso confidare e di me debbo diffidare. Signore, come frenerò questo superbo desiderio di scienza, di gonfio sapere, di studio appassionato, sí che tu solo sia mia luce e mia intima pace? come imparerò l’impossibile preghiera, preghiera immobile, fervida, umile, generatrice d’azione? come imparerò l’impossibile umiltà, umiltà vera che è il recipiente della carità, umiltà necessaria che è la regola della via giusta, umiltà soave senza di che l’azione è disordine, umiltà lontana da me più che le stelle del cielo? come imparerò a non lamentarmi mai ad essere caritatevole, a stimare i miei fratelli, ad amare gli antipatici, a non giudicare alcuno? potrò io, non dico compiere l’eroismo senza il quale non v’è santità, ma compiere i più elementari sacrifici con animo povero, con cuore puro, con perseveranza forte e serena? Io vorrei tutto questo, perché vorrei amarti. Mio Dio, Padre, infinitamente Padre, io voglio, perché confido ciecamente in te. Questo è il testamento d’un miserabile. Confido in te, confido che tu trionfi in me, Padre. Amen» (1921).

È dunque la santità, per Paolo VI, il meraviglioso, anelato approdo di ogni credente. Perché la santità affascina, in quanto «personifica un essere superiore, e tanto di più se a questo possiamo attribuire, noi piccoli, l’esaltante titolo: è nostro!» (1970).

Vi è, in questo «è nostro» la dimensione esaltante e dolcissima, della santità come dimensione comunitaria. Non si può essere soli nell’esperienza del bene. Anzi, la santità è intrinsecamente diffusiva, appartiene essa stessa a un popolo e si realizza, nella dimensione dell’eternità, proprio nel suo statuto comunitario. Si tratta di un approdo esaltante e concreto, in cui l’umanità dell’uomo potrà compiersi definitivamente. Lo aveva già prefigurato il papà Giorgio innestando l’eternità nel cuore stesso del suo amore coniugale: «Come deve essere bello il paradiso, dove tutti, padri e figli, ci troveremo insieme in un eterno amore!». Paolo vi rimodula quella certezza paterna in modo universale: «La fede ci inserisce nell’albero dell’eterna vita: Cristo. L’essere uniti con Cristo è necessità essenziale per noi. Se siamo innestati in lui e cristiani vivi, il nostro destino è bene assicurato e i nostri giorni possono anche consumarsi rapidamente: non importa. Sappiamo d’essere incamminati non verso l’oscurità, l’annullamento, il castigo del nostro essere, ma verso l’oceano della vita: Cristo, la nostra redenzione e salvezza, il nostro premio». I santi dunque sono anelli forti di una catena che lega gli uomini nel tempo e nella storia e definitivamente li àncora all’eternità.

«Noi vivremo sempre, anche dopo questo disfacimento della nostra vita presente; il nostro spirito sopravvive; e un giorno, l’ultimo e definitivo, per divina virtù, esso ridarà di nuovo animazione alle ceneri disperse del nostro corpo: noi risorgeremo. Questa è la verità, questa è la sapienza della vita, questa è la sorte che ci riguarda. L’uomo moderno, che si è meravigliosamente sviluppato, subisce la tremenda tentazione di dimenticare, di negare questa nostra futura realtà, e così si fa fatalmente profeta della morte. Chiudendo dentro il modo presente di vivere, nella sola esperienza del tempo, il suo destino, egli perde il vero senso dei valori stessi del tempo: si esalta di essi, come fossero i soli e i definitivi; e poi si rassegna o si dispera, perché li scopre effimeri e fugaci, e non vede più a che cosa essi devono finalmente servire» (1971).

E se la morte, in una prospettiva mondana, annichilisce l’uomo e lo fa disperato, è proprio la luce del tramonto, che allunga le ombre, a rendere la realtà più viva, visibile anche nei suoi particolari più nascosti, minimi. L’orizzonte, finalmente si disvela. La giornata trascorsa è ormai memoria, ricordo. E tutto riprende il suo giusto posto. È l’ora del silenzio, della quiete: «E che cosa è questa madre terra, se non un immenso campo che raccoglie nel suo disfacimento l’umanità corporea e mortale come suo estremo rifugio? Tristezza: pensavamo anche noi alle persone conosciute ed amate, e perdute alla nostra conversazione. Silenzio» (1973).

«Morte, morte dappertutto e per tutti. La sua rovina è la sua potenza. Ma, figli carissimi, è cotesta una potenza proprio invincibile? La disperazione sarebbe dunque il destino fatale dell’uomo? L’illusione dei ricordi e dei fiori il solo conforto? No, figli carissimi. “Ultimo nemico”, c’insegna l’apostolo, sarà annientata la morte. Il quadro della storia reale della nostra esistenza comprende fin d’ora l’immortalità dell’anima e comprenderà alla fine anche la nostra risurrezione corporale, in virtù della risurrezione di Cristo. La fede ha su questo punto un’affermazione violenta e prodigiosa. Risorgeremo; sì, risorgeremo. “Il nostro non è un Dio dei morti, ma il Dio dei vivi”. E allora? e intanto? Bisogna che noi ci pensiamo. Sarebbe stolto eludere questo sovrano pensiero. La nostra vita non finisce nel tempo. Questa vita presente ci è data in funzione di quella futura. Ciò non svaluta, ma valorizza al massimo il prezzo del tempo, di cui dobbiamo fare uso ottimo e saggio» (1973).

A rompere il silenzio e a fugare la mestizia è «il poema della comunione dei santi» (1963) che ha la sua prefigurazione storica, pietra viva su pietra viva, nella Chiesa, che «di natura sua, tende a diffondere fra quanti la compongono un’atmosfera di solidarietà e di simpatia, ad armonizzare animi e voci in una medesima preghiera, a fare dei fratelli, a fare d’ogni singola famiglia un nido di amore, di fedeltà e di pietà, a fare un popolo; un popolo di Dio, a cui la stessa fede, la stessa speranza, la stessa carità lasciano pregustare qualche cosa del gaudio dell’unità escatologica, cioè quello pieno e perfetto della comunione dei santi finale» (1971).

Vita e morte sono dunque partecipi di un dialogo ininterrotto, di rimandi continui che gettano luci vicendevoli. Si tratta di un’esperienza compartecipativa che alla luce della fede immette vivi e morti in una medesima storia dialogante, una multiforme, creativa, storia di santità.

La santità, con la sua meravigliosa, caleidoscopica e «indefinita ricchezza di tipi umani, uno distinto dall’altro nella meravigliosa varietà di volti umani trasfigurati, ciascuno da un proprio differente carisma». Così, se «la santità è unica» e «consiste nell’essere uniti a Dio, vitalmente, mediante la carità» essa «si realizza in tante forme diverse, e anche in tante misure diverse». Dunque, nell’unicità della sua natura, essa per Montini attiene direttamente al linguaggio proprio della storicizzazione dell’assoluto. L’incarnazione del sommo bene non è estranea insomma allo specifico storico in cui si realizza, si presenta, diviene voce e testimonianza diretta dell’opera di Dio dentro l’uomo e dentro la storia.

«È diversa la bontà, cioè la santità, d’un bambino dalla bontà d’una persona adulta; è diversa la bontà d’un uomo da quella di una donna; la bontà d’un soldato è diversa da quella, per così dire, d’un malato, o d’un vecchio! ogni condizione di vita ha le sue virtù particolari. Ogni persona, possiamo dire, ha la sua propria maniera di realizzare la santità, a seconda delle proprie attitudini e dei propri doveri. Ma quello che dobbiamo ricordare è questo: ognuno di noi è chiamato ad essere santo, cioè ad essere veramente buono, veramente cristiano».

La santità: «che consiste — sulla scorta di Newman — in sentimenti di viva tenerezza per nostro Signore e che aggiunge a un’anima cristiana ciò che la bellezza esteriore aggiunge al merito di un uomo. Soprattutto la virtù e la fede ma anche un fiore di grazia e di giovinezza» (1970).

La santità, per Paolo vi, dunque attiene prima ancora che alla dimensione della bontà, alla dimensione della bellezza. È essa stessa una poetica dell’esistenza che appartiene all’immensa poetica di Dio. È in questa dimensione di totalità che si comprende il terribile monito di Paolo VI alle donne e agli uomini religiosi. La santità non ammette mezze misure, piccoli accorgimenti, furbizie mondane: «La religiosa, come del resto il sacerdote, il religioso, pur se in altra prospettiva, sono di fronte ad un terribile dilemma: o essere santi, totalmente, senza compromessi, per raggiungere la loro piena dimensione, o ridursi a scherzi, a caricature, a esseri malriusciti e, lasciateci dire, abortivi» (1969).

Così, in Paolo VI, la santità si disvela come un programma di vita, una tensione continua, in cui libertà e obbedienza si compiono perfettamente e totalmente, senza opposizioni, senza tensioni, senza strappi. Essa è «un’arte di vita in equilibrio mirabile» in cui la grazia del Signore e la volontà dell’uomo si compenetrano e divengono una sola cosa. La santità è condizione personale e insieme dimensione sociale, perché «il mondo aspetta il passaggio dei santi» (1974) e in particolare «le giovani generazioni vorrebbero incontrare innanzitutto dei testimoni dell’Assoluto».

«È sempre di moda»: il linguaggio montiniano, tipico di quegli anni in cui le mode sembravano condurre al guinzaglio un’umanità smarrita, in cui le categorie dell’antico e del moderno parevano separare mondi e generazioni, in cui l’euforia legata al progresso tecnico e sociale nonché velleitariamente antropologico, riconduceva alla radice ultima, ineliminabile, del mistero dell’esistenza umana. Santità non è affatto parola vaga. Si incarna in ogni esperienza: sacerdotale, familiare, lavorativa, politica, culturale, e assume la sua sostanza ineliminabile, la sua condizione intrinseca all’umano, facendosi epica e poetica: la santità in Paolo VI assumeva i connotati tragici della stessa condizione umana, ne diveniva il linguaggio, sebbene surrettiziamente negato dalla modernità, l’unica possibile esperienza, seppure baldanzosamente irrisa, l’unico inevitabile approdo, seppure violentemente avversato. La santità veniva presentata e offerta all’uomo di ogni tempo e in particolare all’uomo moderno, nel linguaggio montiniano e nella sua immensa passione per l’umanità intera, come uno straordinario «dramma d’amore» (1969).

di Giacomo Scanzi

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25 agosto 2019

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