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Alla scuola del Poverello
e di padre Kolbe​

· Il ministro generale dei frati minori conventuali rivive gli incontri con il Pontefice ad Assisi e ad Auschwitz ·

Non capita a tutti di incontrare il Papa per due volte in meno di una settimana, in luoghi distanti tra loro quasi millecinquecento chilometri. Ma può accadere se si è il superiore di un ordine religioso il cui fondatore è stato scelto come modello per il pontificato. E così padre Marco Tasca, ministro generale dei frati minori conventuali, il 29 luglio ha ricevuto Francesco davanti alla cella di san Massimiliano Kolbe ad Auschwitz e il successivo 4 agosto lo ha di nuovo salutato nel cortile della basilica di Santa Maria degli Angeli, in occasione della visita del Pontefice alla Porziuncola di Assisi. In quest’intervista all’Osservatore Romano il sacerdote francescano confida le proprie impressioni.

Il Papa prega nella cella di padre Kolbe ad Auschwitz (29 luglio)

Cominciamo da Assisi. Quali momenti l’hanno colpita maggiormente?

Il Papa si è fatto “pellegrino tra i pellegrini” per pregare alla Porziuncola, questa realtà che da ottocento anni dispensa grazia, misericordia, pace. Un gesto, il suo, di grande significato. Attraverso il quale il Papa dice che pregare alla Porziuncola è una via da percorrere per arrivare alla pace, alla riconciliazione, alla misericordia.

All'incontro era presente anche Qader Mohd, imam di Perugia. Cos’è successo?

C’è stato uno scambio estremamente breve, ma è stato bello vedere il Papa che tendeva la mano all’imam. Venivamo da una domenica in cui proprio ad Assisi abbiamo vissuto un’esperienza profetica di incontro tra cristiani e musulmani e vedere il Pontefice che va incontro a quest’uomo per instaurare un momento di dialogo, credo che sia importante per tutti. In particolare per noi francescani. Il Papa ci ha detto che questa è la strada: fare ponti. È il modo cristiano per affrontare anche le sfida di oggi.

Per quanto riguarda Auschwitz, lei ha potuto salutare il Papa lontano dalle telecamere. Cosa ha fatto nei luoghi in cui morì san Massimiliano Kolbe?

Io e il provinciale di Cracovia non siamo entrati con Francesco nella cella 18. Eravamo all’ingresso prima che scendesse le scale, ma abbiamo notato che era molto pensoso, aveva il volto commosso: gli abbiamo stretto la mano, ma nessuna parola. Questo silenzio ad Auschwitz e a Birkenau di fronte alle tragedie che vi si sono consumate credo sia l’atteggiamento più consono. Perché altrimenti le parole possono snaturare il senso e la comprensione di quanto accaduto. Mi hanno colpito il silenzio e la preghiera del Papa. E anche quando ha incontrato i sopravvissuti alla terribile tragedia della shoah, ha rimarcato un aspetto importante: più che fare proclami il Pontefice vuole incontrare una per una le persone che hanno sofferto. Insomma la ricerca del dialogo, della relazione. E lo stesso ha fatto a Birkenau, con i 25 giusti delle nazioni, che si sono opposti all’orrore anche a rischio della vita. Il Papa ancora una volta, come mezzo di evangelizzazione, ha scelto l’incontro non tanto con le idee ma con la vita di chi ha sofferto.

di Gianluca Biccini

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19 settembre 2019

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