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Alla scoperta di una nuova
immaginazione sociale

· Il pensiero di Giorgio La Pira di fronte alle sfide del presente ·

Nel momento storico attuale non mancano le sfide per l’Europa (come anche per il resto del mondo). Qual è il compito di uno Stato e dei cittadini in questo momento? Giorgio La Pira ha lavorato tutta la vita per l’Europa e per il dialogo tra i popoli. Guardando la sua opera, potremmo chiederci: quale è il futuro del Vecchio Mondo e della persona umana in generale? «Nei miei appunti — scrive La Pira — si trova la mia visione della Chiesa (il suo compito) e la funzione politica dell’Italia e dell’Europa».

Fioretta Mazzei  e Giorgio La Pira

La nostra scena temporale, indicata da Papa Francesco come «cambiamento d’epoca», con le sue immense risorse non manca di drammaticità. Accanto alla globalizzazione, non solo crescono, per così dire, giganti economici, ma crescono pure fenomeni inquietanti, come quello dei combattenti kamikaze del cosiddetto Stato islamico, che documentano gravissimi attacchi morali e materiali alla dignità della persona umana. Quale lezione stiamo imparando da questi fatti?

Se la fede ci spinge a una nuova immaginazione sociale, noi vogliamo farlo con una coscienza dell’attuale situazione storica: un contesto umanitario nel quale il numero delle persone sfollate è il più elevato dai tempi della seconda guerra mondiale, una situazione in cui emergono “venti freddi” di democrazie dirette che dimenticano i grandi ideali presenti nelle nostre costituzioni europee e infine un tempo che, accanto alle crisi delle grandi ideologie e dei partiti storici, vede la presenza di nuovi movimenti politici che rischiano di intercettare solo le aspettative più “basse” della gente.

Ci troviamo davanti a una crisi monumentale che ci spinge a cercare una soluzione monumentale e per farlo possiamo guardare all’utopia possibile (l’utopia — dice Papa Francesco — è l’unico modo di guardare la realtà) che La Pira ha vissuto. Nei difficili anni del secondo dopoguerra era solito dire: «vedo fiorire la speranza politica!». Le riflessioni di La Pira intorno al significato e al compito storico dell’Europa e del mondo attingono a differenti fonti: fonti teologiche, fonti filosofiche, fonti romane, temi politici ed ecclesiali. In un certo senso, tutte le sue riflessioni riflettono la sua personalità; la sua indole rivela i tratti caratteristici della cultura europea che si qualifica per il vincolo fra le tre città: Gerusalemme, Atene, Roma. Quest’ultima, la città di Pietro e Paolo — per dirla con Dante — onde «Cristo è romano».

La visione dell’Europa e della comunità internazionale secondo il sindaco santo ruota attorno alla difesa del valore di ogni singola persona. Il passaggio epocale ci impone un radicale cambiamento. Ma quale? Per introdurre la risposta vorrei citare alcune parole di La Pira, nelle quali emerge come intese sempre il suo impegno educativo, sociale e politico secondo la massima «Pensare globalmente, lavorare localmente».

«Rividi, come in un sol colpo d’occhio, assieme a quelle signorili e storiche, le nostre piccole città della Toscana, dell’Italia; gettai lo sguardo su tutte le incomparabili città dell’Europa, irte di cattedrali e di monumenti di inestimabile valore, autentiche rifrazioni dell’eternità nel tempo; passai, con l’immaginazione dalle città d’Europa a quelle, ugualmente preziose degli altri continenti: America, Asia, Australia, Africa».

Per La Pira la diversità dei componenti della famiglia umana costituisce una grande sfida. Parlando della crisi imponente che attraversa l’Europa e il mondo, possiamo idealmente riconsegnarci il sogno di La Pira, fare del mondo una famiglia, una comunità a partire dalla triplice famiglia di Abramo (ebrei, cristiani e musulmani), dove la Chiesa con la sua santità e la sua unità si pone al servizio del mondo mostrando prima di tutto l’unità e la fraternità al suo interno.

Questo è il radicale cambiamento che serve alla politica europea: la fraternità, che significa non ignorare le differenze ma trovare in esse un possibile percorso che aiuti al dialogo. «La primavera della pace e della unità tra tutti i popoli della famiglia di Abramo — scrive il “sindaco santo” — e tra i popoli, avanza irresistibilmente, malgrado tutto, nel Mediterraneo, in Europa e in tutti i continenti».

Che cosa ha fatto La Pira come sindaco, come professore, da politico e come presidente delle città unite? Proprio nella festa del Poverello d’Assisi, il 4 ottobre 1958, indisse un’azione a favore di tutti i popoli del Mediterraneo (ribattezzando il Mediterraneo come «il nuovo lago di Tiberiade»), per la loro «convergenza e pacifica coesistenza». Nello specifico voleva ricordare l’azione di pace svolta da san Francesco con il sultano. Rivivere quel momento storico del 1200 significò lavorare per un tessuto di negoziato globale e di pace destinato a dare unità a tutti i popoli del Mediterraneo, popoli che sapeva «destinati a dare un nuovo essenziale apporto alla civiltà del mondo». L’originalità, in questo contesto, fu quella di saper guardare Dio e il mondo con la consapevolezza che «la realtà parla per se stessa: molte volte». Infatti «l’utopia guarda al futuro, la memoria guarda al passato, e il presente si discerne», come ama ripetere Bergoglio). Fatti assai rilevanti per noi, uomini del terzo millennio. In questi ultimi mesi il tema dell’accoglienza o della non accoglienza domina nei social media. Tutto viene ridotto — spesso anche dai cattolici e da tanti cristiani — solo a un sì oppure a un no di leggi che potrebbero risolvere una volta per tutte un problema e non una risorsa, come diceva La Pira.

Ecco, per affrontare questa sfida epocale, l’Europa deve essere unita, i cristiani non devono dividersi, cristiani, non credenti, tutti insieme possiamo affrontare questa sfida: istituzioni, immigrati, comunità.

La riflessione e l’impegno di La Pira ruotano attorno alle relazioni reciproche fra Stati e altri enti, ai rapporti fra le città, all’impegno per la «pace necessaria» e all’intesa internazionale per l’unione dei popoli. Gli Stati, infatti, nel pensiero del professore di Pozzallo, «vanno considerati in determinati casi come organi della società internazionale». Qualora uno Stato violi una delle norme internazionali, questo va considerato «come lesione dell’intera società internazionale». Non solo lo Stato non è un assoluto, ma fa parte organicamente della comunità internazionale; il tutto precede necessariamente la parte. Ma, questo precedere del “tutto” sulla “parte”, non vuol dire che l’assoluto diventi la società internazionale. Piuttosto, questo “tutto” che precede, nella visione pluralista tracciata dal sindaco di Firenze, è «il tutto del poliedro, non il tutto sferico» secondo l’immagine tanto cara a Papa Francesco.

Per favorire una legge di solidarietà e sussidiarietà tra i popoli, La Pira favorì molti appuntamenti, fra i quali vanno ricordati i convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana, quello dei sindaci delle città capitali del mondo nel 1955 e i Colloqui del Mediterraneo. In seguito, a partire dal 1965, intensificò notevolmente i suoi viaggi e le sue visite e proprio per questi continui “pellegrinaggi” della pace fu presidente delle Città Unite.

Quali frutti ha portato l’azione di La Pira in campo internazionale? Una possibile risposta può essere trovata nel discorso che Gorbačëv pronunciò il 18 novembre 1990, dopo un nuovo incontro con Giovanni Paolo II e la firma di un accordo di collaborazione e di amicizia italo-sovietica al Palazzo del Quirinale: «Il trattato si inserisce nel nuovo sistema di sicurezza che oggi va sostituendo quello dei blocchi. Anche noi, come faceva a suo tempo Giorgio La Pira nel pieno della guerra fredda, ci battiamo per l’instaurazione di una pace stabile e salda tra ovest ed est e fra tutti i popoli del mondo».

Fino alla fine della vita, il “sindaco santo” continuerà a credere nella pace, nell’epoca in cui si uniscono le città per unire le nazioni: «la Provvidenza tesse davvero il Suo tessuto della inevitabile pacificazione ed unificazione del mondo». Credette sempre al negoziato e al dialogo, con il proposito di «dialogare col mondo moderno per lievitarlo tutto, illuminarlo tutto, unificarlo tutto». Questa visione può costituire una concreta speranza per l’Europa, e per tutti gli uomini del nostro tempo.

di Giovanni Emidio Palaia

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25 febbraio 2020

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