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​Alla scoperta di un monaco agostiniano

L’odierno conferimento del dottorato honoris causa in scienze patristiche è un onore che mi ha profondamente toccato e commosso. Già il fatto di ottenere questo riconoscimento dal più importante istituto internazionale di ricerca in ambito patristico rappresenta molto di più di quanto avrei potuto aspettarmi in vita mia. Che poi una facoltà romana nell’anno 2017, cioè in occasione del cinquecentesimo anniversario della Riforma, conferisca a me, patrologo evangelico, il dottorato honoris causa mi ha lasciato privo di parola ed infinitamente grato di un tale, grande segno di comunione ecumenica. Un collega cattolico mi ha detto alcuni giorni fa: «Questo è il tuo primo autentico dottorato, il primo la cui validità sia davvero riconosciuta dal diritto canonico». 

Sant’Agostino (VI secolo)

E poi la circostanza che lei, venerato cardinale Koch, abbia voluto intervenire con un suo personale saluto è una prova che occuparsi dei padri della Chiesa secondo i canoni della rigorosità filologica e storica può assumere al contempo il significato di prestare un servizio all’unità della Chiesa — come può assumerlo la riflessione in profondità sulle origini della Riforma.
Ed egualmente toccato e commosso mi ha la presenza di colui che ha tenuto la laudatio. Chi lavora nella mia disciplina non può non ammirare le numerose, imponenti edizioni, le traduzioni con commento e gli altri contributi scientifici del professor Manlio Simonetti. Tra i volumi scritti dal professor Simonetti che occupano un’intera, particolare sezione della mia biblioteca personale vi è la sua prima opera: gli Studi agiografici contenenti saggi su singoli acta martyrum. Questo volume venne pubblicato nel 1955, quando i miei genitori non erano ancora nemmeno sposati. I suoi lavori sulla gnosi hanno rappresentato uno stimolo per gli studi preparatori della mia tesi dottorale. La sua magistrale monografia sulla disputa trinitaria pubblicato con il titolo de La crisi ariana del IV secolo mi ha accompagnato nella fase di stesura del mio saggio di libera docenza. Senza l’Origene esegeta e la sua tradizione non potremmo oggi curare l’edizione delle opere esegetiche di Origene all’accademia delle Scienze di Berlino. Il fatto di essere lodato da questo studioso che ha accompagnato e contribuito a formare la mia vita di patrologo riveste per me un profondo significato ed uno stimolo ad attenermi, entro i limiti del possibile, ai parametri di elevata qualità definiti dal professor Simonetti.
Una disputa su Lutero è sempre stata e continua ad essere anche una disputa sull’adeguata interpretazione di Agostino. Questa considerazione ci consente oggi di guardare con maggior distacco ad alcune dispute del sedicesimo secolo. Oggi però, dopo tanti secoli e di fronte alle sfide drammatiche che il cristianesimo si trova ad affrontare all’inizio del XXI secolo, le diverse interpretazioni del padre della chiesa nordafricano possono forse essere concepite come trasformazioni, di volta in volta indipendenti, della sua teologia. Esse, non senza un certo sforzo, si possono organizzare in maniera così complementare, da consentire di superare, una volta per tutte, le conseguenze dello scisma verificatosi nella chiesa occidentale.
Mi sembra chiaro che questi sono sogni da patrologo. Sono comunque così realistico da non ritenere che determinate posizioni sostenute nell’ambito della mia disciplina — soprattutto quelle relative al significato fondamentale che detiene Agostino per la teologia di Lutero e di altri riformatori — non costituiscono una prospettiva ermeneutica tale da consentire l’apertura di tutte le porte chiuse ad una riconciliazione ecumenica. In tempi caratterizzati da una problematica specializzazione della scienza e di riflesso anche della teologia e della patristica si dovrebbe compiere un particolare, ulteriore sforzo di evitare valutazioni di carattere generico ed a fortiori attacchi dilettantistici nei confronti di altre confessioni. Se oggi fossi riuscito a dimostrare loro che il lavoro di un patrologo che fa quanto è richiesto dal suo ufficio — cioè identificare e descrivere le tracce della recezione e della trasformazione dell’immagine di Agostino avvertibili nell’ordine degli eremiti agostiniani del sedicesimo secolo — potrebbe essere d’aiuto nel promuovere nell’anno giubilare della Riforma 2017, perlomeno per un tratto del cammino, l’avanzamento dell’unità dei cristiani, allora riterrei d’aver potuto esprimere la mia modesta riconoscenza per il conferimento di un grande onore che tanto mi ha commosso. Il cardinale Kasper si esprime nei seguenti termini: «Abbiamo bisogno di un ecumenismo recettivo, disposto ad apprendere gli uni dagli altri». Se studiamo insieme Agostino e se studiamo insieme il monaco agostiniano Lutero, allora il dottore della chiesa ci si presenterà per alcuni punti sorprendentemente nuovo, e per altri sorprendentemente estraneo, ma interpretabile da una nuova prospettiva. Allora non avremmo solo imparato gli uni dagli altri, ma anche imparato insieme. Che ora possa imparare insieme a loro che io, come teologo evangelico dotato di un nihil obstat romano presente tra di loro, con un vero dottorato, come diceva il mio collega, è quanto mi consentirà di impegnarmi anche in altre sedi a praticare ancor più il nostro apprendimento comune.

di Christoph Markschies

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20 ottobre 2019

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