Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Alla scoperta
di un altro sole

· ​Un ricordo del teologo francese Olivier Clément ·

Una volta ho sentito dire che le Confessioni di sant’Agostino sono uno di quei pochi libri che dovrebbero essere letti più volte nel corso della vita: a seconda delle diverse situazioni o delle tappe della vita, esse risuonano nel cuore in un modo sempre nuovo. Questo particolare dono caratterizza anche l’autobiografia spirituale di Olivier Clément, intitolata L’Altro Sole. Le sue pagine suscitano un’attrattiva e una corrispondenza travolgenti. Ed è così per la bellezza della prosa, nella linea della “teopoética” tanto caratteristica della sua scrittura; ma anche e soprattutto per il suo attualissimo e sorprendente cammino esistenziale.

Olivier Clément

Clément è un testimone della lacerante e dolorosa ricerca di senso che stringe il cuore umano, e del suo compimento in Cristo Risorto. Non dovremmo dimenticare questi testimoni di un cristianesimo creativo, di una santità geniale. Essi lasciano come traccia non un ricordo né un’opera, sono una vera chiamata, un bagliore dello Spirito che sorprende coloro che vi si accostano. Per questo, nel decimo anniversario del passaggio di Olivier Clément da questo mondo al Padre — lui amava questa vocazione di passeur, uomo di frontiera — vogliamo restituire un’eco della vita e delle sue parole. Ci risveglia, questo, da qualunque sonnambulismo, routine o “accomodamento” cristiano.

Nasce nel 1921 nel sud della Francia, nella zona della Linguadoca, in seno a una famiglia la cui unica religione era il socialismo. Cresce cullato tra lo stupore e l’angoscia, tra l’ebbrezza del dionisiaco e il nichilismo, nell’euforia del paganesimo mediterraneo: la meraviglia di esistere, l’amore erotico, l’impegno attivo nella resistenza contro l’occupazione nazista, la passione per la poesia. E poi, sull’altra riva, una tormentosa e incessante memoria della morte e dei morti, dell’assurdità di questa esistenza sepolta, inghiottita dal nulla. Per più di trent’anni Olivier visse tra una sponda e l’altra di questa linea di fuoco. Nel frattempo s’innamorò varie volte, ebbe quattro figli che in pratica abbandonò, come gli amori che li generarono, lavorò come professore di storia e alla fine si trasferì a Parigi. Là incontra e approfondisce la conoscenza delle spiritualità mistiche dell’Oriente, entra in rapporto con figure come Simon Weil, Emmanuel Mounier, Laza del Vasto, Mircea Eliade, Vladimir Losskyj, e attraverso l’amicizia con Losskyj e gli scritti di Nikolaj Berdjaev conosce il cristianesimo orientale, che finirà per trasformarsi nella sua terra promessa.

Accadde una sera, nella sua stanza, una sera qualunque colma di tristezza fino al punto da desiderare il suicidio. Cristo crocifisso, da un’icona, lo guardò e lo perdonò. Fu la sera della sua seconda nascita, quella delle lacrime, la sua conversione. Più a fondo dell’angoscia, della disperazione o dell’esaltazione passeggera, stava Lui. Il primo novembre del 1954 si battezza nella Chiesa Ortodossa. Laico, sposato, padre di due figli, si immerge totalmente nell’Ortodossia fino a diventare professore nell’Istituto di Teologia San Sergio di Parigi, segretario generale della rivista «Contacts» e uno dei teologi ortodossi più importanti della seconda metà del ventesimo secolo.

In questa tappa della sua vita, si avventura su nuove frontiere, quelle che oggi chiameremmo periferie. Una di esse sarà la causa ecumenica, soprattutto nella ricerca dell’unità tra Oriente e Occidente attraverso la riflessione teologica e l’ecumenismo dell’amicizia, che coltivò specialmente con la Chiesa cattolica. San Giovanni Paolo II volle dialogare personalmente con lui sul suo libro Corps de mort et de gloire, e dopo questo primo incontro le occasioni si succedono una dopo l’altra. Scrive le meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo del 1998 al Colosseo, risponde alla chiamata del documento Ut unum sint per riflettere sul papato e sull’unità della Chiesa con il suo libro Roma diversamente: un ortodosso di fronte al papato, collabora assiduamente con il Centro Aletti di Roma, mantiene una stretta amicizia con la Comunità di sant’Egidio. Ripete di continuo: «Cerco semplicemente di arrivare ad essere cristiano».

L’altra tensione “di frontiera” è in rapporto al dialogo tra fede e cultura, tra il cristianesimo e la bellezza. Clément esce per le strade di Parigi nel maggio del 1968 e legge la rivoluzione e il suo desiderio violento di vita come una sete di assoluto, in definitiva come sete di Dio trasformata in grido. Scommette su un cristianesimo filocàlico i cui gesti profetici di carità spezzino, per effetto della scandalosa testimonianza di una presenza trasfigurata in Cristo, ogni aggressività e indifferenza di fronte alle sfide del ventunesimo secolo: l’immigrazione, la crisi ecologica, gli estremismi religiosi, il terrorismo, e la spersonalizzazione della società postmoderna globalizzata. Quasi impossibilitato a camminare, recluso in una stanza della sua casa, Clément attenderà e si preparerà per anni a varcare l’ultima frontiera: il passaggio alla Vita. Cristo venne di nuovo a cercarlo. «Io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre». E Olivier gli aprì, il 15 gennaio 2009.

di Carolina Blázquez Casado

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE