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Alla scoperta di Palmira

· Storie straordinarie dell'antica metropoli d'Oriente ·

Nell’immaginario collettivo Palmira è il simbolo della furia iconoclasta dei jihadisti dell’Is che, dal 2011, hanno fatto scempio del suo patrimonio culturale. I brutali sfregi inflitti, con impietosa sistematicità, a reperti di arte e di storia di inestimabile valore sono poi culminati nell’assassinio di Khaled al-Assad, il direttore generale delle antichità di Palmira decapitato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città siriana e di collaborare con i terroristi. 

L’Arco in un disegno tratto dal libro di Robert Wood «The Ruins of Palmyra»

Ma Palmira non è solo sinonimo di orrore e barbarie, perché, sottolinea Maria Teresa Grassi in Palmira. Storie straordinarie dell'antica metropoli d'Oriente (Milano, Edizioni Terra Santa, 2017, pagine 158, euro 16) i suoi monumenti, le sue statue, le sue epigrafi testimoniano, in modo inequivocabile, di un passato espressione di una civiltà che è felice sintesi di cultura, arte, spirito di tolleranza e ingegno umano. L’autrice insegna archeologia delle province romane all’università degli studi di Milano e ha diretto la missione archeologica congiunta italo-siriana di Palmira dal 2007 al 2010. Ha anche lavorato in stretta collaborazione con Waleed al-Assad, il figlio del direttore generale delle antichità di Palmira brutalmente assassinato. Ha quindi molto a cuore che il sito di Palmira sia conosciuto dal lettore comune, che non si deve limitare alle notizie di natura bellica riguardanti la città comunicate dai media internazionali.
Palmira — cui il museo nazionale archeologico di Aquileia dedica la mostra, fino al 3 ottobre, Volti di Palmira ad Aquileia che si fregia di eccezionali reperti — si trova in un’oasi della steppa desertica siriana, a metà strada fra il Mediterraneo e l’Eufrate, e la sua storia comincia nel secondo millennio prima dell’era cristiana. Se ne conosce il nome, Tadmor, iscritto in caratteri cuneiformi su alcune tavolette degli archivi reali di Mari (importante città sull’Eufrate) e ne sono state recuperate le tracce scavando nell’area dove poi sarebbe sorto il grande santuario di Bel.
Non mancano le leggende, come quella che ricorda la fondazione di Tadmor da parte del re Salomone: la racconta, tra gli altri, lo storico Giuseppe Flavio, nel primo secolo dell’era cristiana, precisando che la città che i greci chiamano Palmira si trovava a «due giorni di viaggio dalla Siria superiore e un giorno di viaggio dall’Eufrate, mentre la distanza dalla grande Babilonia era di sei giorni». Come vero e proprio centro abitato Palmira verrà conosciuta solo a partire dal terzo secolo prima dell’era cristiana, nell'età ellenistica, e rivestirà un ruolo di primissimo piano, quale metropoli dell’Oriente romano. Protagonisti della vertiginosa ascesa della città sono Odenato e, dopo il suo assassinio, la moglie Zenobia, la grande regina che verrà poi sconfitta dall’imperatore Aureliano.
Certamente la storia di Palmira non finisce qui, sebbene non tornerà più ai fasti dei secoli precedenti. Il suo ruolo nel nuovo sistema difensivo dell’impero, impostato alla fine del terzo secolo dell’era cristiana, è documentato dal Campo di Diocleziano, il grande complesso militare sorto all’estremità occidentale dell’abitato. Le grandi basiliche cristiane costruite a partire dal quarto secolo e in uso per almeno cinque secoli testimonino la continua vitalità della città e la presenza di una nutrita comunità cristiana.
Solo nel Settecento tuttavia Palmira comincia a fare breccia nell’immaginario collettivo dell’occidente: viene vista, anzitutto, come una meta esotica e affascinante. E nel 1753 fu pubblicato The Ruins of Palmyra otherwise Tadmora in the Desert, scritto dal britannico Robert Wood: il libro, corredato dai disegni dell’architetto piemontese Giovanni Battista Borra, segnerà un punto di svolta nella storia della “scoperta” di Palmira da parte dell’Europa.
La prima immagine della città che il vecchio continente ha conosciuto si deve a un artista olandese, Gerard Hofstede van Essen, che aveva preso parte, nel 1691, a una spedizione, alla volta dell’oasi, composta in prevalenza da mercanti inglesi. Lungo oltre quattro metri, il dipinto (oggi conservato nel museo archeologico dell’università di Amsterdam) fu rielaborato dai disegni fatti sul posto e mostra un immenso campo di rovine, con frammenti architettonici sparsi ovunque, chiuso all’orizzonte da una miriade di colonne.
Qualche critico d’arte ha rilevato che quella tela eccede in romanticismo, idealizzando un po’ troppo il paesaggio, fino a trasformarlo in un «improbabile miraggio di colonne» nel contesto della steppa desertica siriana. Grassi dissente da questa valutazione. «Ancora dopo oltre trecento anni — scrive — arrivando su una comoda strada asfaltata e su un pullman carico di turisti, di solito nel tardo pomeriggio, al tramonto, stanchi per qualche visita precedente, posso testimoniare che lo stupore del viaggiatore, per quell’improvvisa apparizione delle colonne di Palmira, è identico».
Uno dei monumenti più ammirati e fotografati della città è il Tetrapilo, parzialmente distrutto dai terroristi dell’Is. Dal Tetrapilo ha inizio il tratto mediano della cosiddetta Grande Via Colonnata concluso, dall’altra parte, da una “scenografia” di rara bellezza prodotta dall'Arco monumentale, a tre fornici, cioè con tre passaggi sormontati da un’arcata. L’Arco era stato eretto in onore dell'imperatore Settimo Severo all’inizio del terzo secolo dell’era cristiana, ma dopo qualche decennio era servito per celebrare Odenato e la sua famiglia. Vi si leggeva, a fatica, a causa del cattivo stato di conservazione, un’iscrizione greca in onore del figlio di Odenato, Erodiano, datata intorno al 260. L’Arco monumentale, per quasi due millenni, si è ben conservato. Nel Settecento le sue condizioni erano peggiorate (alcuni blocchi della parte superiore erano crollati) ma il degrado era stato bloccato da un efficace intervento di restauro effettuato nel 1930. «Pur con qualche inevitabile acciacco» rileva Grassi, l’Arco ha resistito alle ingiurie del tempo, ma nulla ha potuto contro le ingiurie degli uomini, inflitte nel 2015. E così l’immagine oggi più conosciuta dell'Arco è quella di una mano che tiene una foto che illustra com’era, davanti al cumulo di rovine del monumento abbattuto.
La studiosa evidenzia che a Palmira uno degli aspetti meno conosciuti riguarda la vita quotidiana dei suoi abitanti. Mentre buona parte dei monumenti pubblici, civili e religiosi sono noti e ben indagati, molto rimane ancora da scoprire per quanto concerne il privato, prima di tutto le abitazioni, ma anche gli spazi delle attività artigianali e commerciali, botteghe e officine. Sarà questo indubbiamente, osserva Grassi, uno degli ambiti di ricerca in cui si dovranno cimentare le prossime generazioni di studiosi. E così per cercare di conoscere i palmireni, la loro mentalità, la loro cultura, e i loro valori, ci si deve rivolgere, almeno per il momento, non tanto alla città dei vivi, quanto alla città dei morti. Palmira era circondata, tranne che a est, da alcune necropoli. Si tratta di nuclei di tombe che, per il numero, la varietà di tipologie e lo stato di conservazione rappresentano uno dei complessi più importanti non solo del Medio oriente, ma di tutto l’impero romano. La più spettacolare di queste necropoli è nota come la Valle delle tombe che con le sue alte tombe a torre e lo spoglio paesaggio desertico sullo sfondo, ha accolto per secoli mercanti, soldati, viaggiatori, studiosi. Nella relazione scritta nel 1695 dal pastore William Halifax che, quattro anni prima, aveva raggiunto Palmira con una piccola spedizione, s’impongono lo stupore e la sorpresa per la visione inaspettata della Valle delle tombe.
Dopo aver immaginato che quelle torri fossero campanili di chiese in rovina, Halifax le interpreta correttamente come tombe. La spedizione deve averne visitata qualcuna, dato che è messo in evidenza il contrasto tra l’aspetto severo dell'esterno e la ricca decorazione interna, con pitture e sculture. Già nel 1695 il reverendo Halifax scrive che i rilievi funerari con i ritratti dei defunti erano sfigurati e spaccati.

Anche a Palmira, da sempre, gli uomini sono andati a caccia di fantomatici tesori nascosti nelle tombe, distruggendo tutto quanto non destava interesse. E la ricerca delle mummie fu certamente una causa non secondaria dello sfregio di molti rilievi. Purtroppo, sottolinea Maria Teresa Grassi, le distruzioni e i saccheggi di Palmira «non sono una novità del nostro tempo». E non a caso lo storico russo Michael Rostovtzeff, nel 1932, scriveva che Palmira era stata nel suo glorioso passato un happy hunting ground (“un felice terreno di caccia”) per collezionisti e antiquari, avidi e senza scrupoli.

di Gabriele Nicolò 

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