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Alla scoperta dell’io interiore

· La presenza marrana nella diaspora europea e mediterranea ·

Un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio, nel pensiero e nelle vicende storiche, questo libro di Donatella Di Cesare Marrani. L’altro dell’altro (Torino, Einaudi, 2018, pagine 113, 12 euro). Il volume spazia infatti in tutti i luoghi e i momenti della presenza marrana nella diaspora europea e mediterranea.

Marrani sono infatti definiti in Spagna, a partire dalla metà del Trecento e in un’accezione dispregiativa, gli ebrei convertiti più o meno forzatamente al cattolicesimo, considerati ancora nascostamente ebrei. A partire dalla metà del Quattrocento, leggi basate sulla purezza del sangue cominciano in Spagna a distinguere tra i vecchi cristiani, privi di ascendenze ebraiche, e i nuovi cristiani, appunto gli ebrei convertiti e i loro discendenti.

Nel 1492 l’espulsione degli ebrei dalla Spagna è accompagnata e seguita da una vera e propria persecuzione dei nuovi cristiani, attuata dalla nuova istituzione dell’Inquisizione, dipendente, tanto in Spagna che più tardi in Portogallo, dalle monarchie e non da Roma. I marrani si spargono nel Mediterraneo e in Europa, si espandono nei domini spagnoli. Dai Paesi Bassi deriva la Comunità ebraica di Amsterdam, composta da marrani tornati all’ebraismo, in cui nascerà l’eretico Spinoza. Nelle Americhe spagnola e portoghese si leveranno numerosi i roghi dell’Inquisizione. Il marranesimo, vasto fenomeno di dissimulazione religiosa, toccherà anche i paesi musulmani, con l’avventura messianica di Sabbatai Zevi e dei suoi seguaci. E numerose interpretazioni riconducono alla setta sabbatiana dei donmeh l’origine dei Giovani turchi e della loro rivoluzione.

Da questa storia affascinante nascono le domande dell’autrice, filosofa di formazione, sul senso e il valore di questa esperienza: la duplicità religiosa, l’essere sul confine, la dissimulazione, l’innovazione e la creatività, il primato dell’interiorità, l’incontro con la modernità.

Tutti temi ancora ben attuali, che ci riportano alla conclusione di Donatella Di Cesare: «Chi può dire di non essere marrano?», scrive infatti al termine di questo percorso in parte carsico, in parte vittoriosamente alla luce del sole, riallacciandosi alle suggestioni di Derrida, ma prima ancora a Spinoza e a tanti altri studiosi del cui pensiero è intessuta la trama della nostra tradizione culturale.

Esito di un fenomeno essenzialmente religioso, quello del passaggio forzato da una fede all’altra, il marranesimo tocca in profondità, ancor più che la fede d’origine, quella a cui si approda. La trasforma dall’interno, in una rielaborazione creativa vivacissima in cui, come scriveva De Certeau, «una strana alleanza congiunge la parola “mistica” e il “sangue impuro”». Juan de la Cruz, Teresa d’Ávila e tanti esponenti del misticismo spagnolo del Cinquecento ne rappresentano gli straordinari esiti.

Ma le due religioni erano, per questi “apostati”, davvero così contrapposte? È questo forse una delle suggestioni più notevoli di questo piccolo libro, che collega la scelta — perché in alcuni casi di scelta e non di forza si trattava — di alcuni degli intellettuali ebrei più importanti del Quattrocento spagnolo a conversioni o a mancate conversioni del Novecento, prima fra tutte quella, appunto mancata, di Franz Rosenzweing: così, nel Trecento, il rabbino capo di Burgos, Shlomo Halevi, più tardi vescovo di Burgos, e con lui Jehoshua Halorki, poi chiamato dagli ebrei megadef, il blasfemo, presero il battesimo nella convinzione di restare dentro l’ebraismo, convinti che rifiutando il Messia gli ebrei avessero commesso un grave errore.

Come non pensare, ci dice l’autrice, al gran numero di conversioni dall’ebraismo al cristianesimo nella Germania del Novecento? In primis, certo, pensiamo ad Edith Stein, che volle morire con il suo popolo. Ma aggiungerei io, pensiamo anche all’arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger e al rabbino capo di Roma Israel Zolli, e al modo in cui definivano, da cattolici, il loro rapporto con l’ebraismo.

Ma il marranesimo non portava solo a una visione diversa del rapporto tra le due religioni, ma anche, in altri casi, all’abbandono di ogni religione, all’eclissi della trascendenza. Valga per tutti il caso di Spinoza, il primo a non aderire a nessun’altra religione dopo la sua traumatica espulsione dalla sinagoga. E soprattutto il marranesimo portava alla scoperta del sé e alla nascita dell’interiorità.

Per decifrare l’altro che era in sé, o il sé che era nell’altro, per leggere in quella duplicità era necessario scrutarsi a fondo ed imparare a convivere con le sfumature, le tracce interrotte. Ecco la nascita della modernità che emerge da quella drammatica esperienza storica: l’Europa, dalla Francia del marrano Montaigne all’Inghilterra del rabbino Menasseh ben Israel, che favoleggiava di ebrei perduti e di marrani nascosti; e la Turchia di Sabbatai Zevi, che teorizzava la duplicità, musulmano ed ebreo insieme, facendone il motore del suo messianesimo.

Anni fa, in un libro dedicato ai rinnegati cristiani all’Islam, Lucetta Scaraffia si poneva lo stesso problema del rapporto con l’interiorità e con la modernità. Solo che, mentre per l’Inquisizione il primato del cuore portava ad assolvere la duplicità dei cristiani rinnegati, nel caso dei marrani accettare il primato del cuore volle dire, come sappiamo, diffidare ancor più dei nuovi cristiani e perseguirli come ebrei nel cuore.

Come ancora scriveva De Certeau, «l’incontro fra due tradizioni religiose, una respinta in un ritiro interiore, l’altra trionfante ma “corrotta”, ha permesso ai nuovi cristiani di essere in gran parte creatori di un discorso nuovo, liberato dalla ripetizione dogmatica e strutturata, una sorta di marranesimo spirituale, mediante l’opposizione tra la “purezza” dentro e la “menzogna” fuori». Una libertà che nasce sul confine.

Anna Foa

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18 settembre 2018

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