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​Alla scoperta del monastero delle tigri

· ​Nei romitori copti egiziani sulle orme dei padri del deserto ·

Parto dal Cairo la mattina molto presto. È venerdì e la città è ancora deserta e addormentata. La macchina scivola veloce lungo le larghe strade della città. Il mio amico Nabil guida sicuro e prende la direzione per Ismailia verso il Golfo di Suez. Invece di seguire il corso del Nilo ha scelto di arrivare fino alla costa del Mar Rosso per poi scendere a sud oltre Ras Zafarana dove una deviazione verso l’interno del deserto orientale ci condurrà fino al monastero di San Paolo l’eremita e poi, risalendo, al monastero di Sant’Antonio, fondatore e iniziatore dell’anacoresi cristiana in Egitto.

I due monasteri si trovano nell’ampia fascia desertica che separa la Valle del Nilo dal Mar Rosso, alle propaggini dei monti Galala meridionali (Jebel el Galala el Qibliya), non lontano dal Golfo di Suez, su due versanti opposti del massiccio del Jebel al Galala. 

Le cupole  del monastero di San Paolo

Arriviamo al monastero di San Paolo, in arabo Deir amba Bula, che è da poco finita la liturgia della mattina. Una folla di uomini, donne e bambini esce dalle mura del monastero per tornare a casa. Ci viene incontro un giovane monaco, Abbas Khyron, per accompagnarci nella visita del monastero costruito intorno alla tomba del santo. Monaco ed eremita, Paolo di Tebe visse in una caverna per quasi novant’anni. La sua storia ci è stata tramandata da san Girolamo nella Vita Pauli scritta tra il 375 e il 380 dove Paolo viene presentato come il primo monaco. Originario della Tebaide inferiore, nasce in una ricca famiglia nel 228. A sedici anni perde entrambi i genitori, decide allora di rinunciare all’eredità e di dedicare tutta la sua vita a Dio andando a stare nel deserto orientale dove vive in solitudine fino a tardissima età. La sua veste era una semplice tunica di foglie di palma intrecciate. Un giorno, racconta san Girolamo, Antonio ebbe una rivelazione secondo la quale viveva nel deserto un cristiano più perfetto di lui. I due si conobbero quando ormai Paolo era vicino alla morte. E tanta fu l’ammirazione che Antonio ebbe per Paolo che, dopo la sua morte, durante le celebrazioni di Pasqua e di Pentecoste indossava sempre la tunica di foglie di palma dell’eremita.
Il monastero di San Paolo è nominato nel resoconto di viaggio di Antonino, originario di Piacenza, che andò in visita alla tomba del santo negli anni 560-570. Gli storici e i viaggiatori medievali chiamarono il monastero di San Paolo anche con il nome di Deir an Numur (monastero delle tigri) per la natura difficile dei luoghi.
Oggi è meta di pellegrinaggio e nuovi edifici sono stati costruiti al di fuori della cinta muraria che lo circonda per ospitare i tanti visitatori che vengono a pregare sulla tomba del santo. Abbas Khyron ci mostra la torre del complesso monastico, ultimo baluardo di difesa dai predoni del deserto. Il piano terra era adibito a cimitero per i monaci, il secondo piano era usato come magazzino per il cibo, al terzo piano c’erano le celle per i monaci mentre all’ultimo piano c’è una cappella dedicata alla Vergine il cui santuario è coperto da una cupola in legno. Poco distante è la chiesa sotterranea di San Paolo — vero centro spirituale del monastero — che si trova tre metri sotto il livello del terreno. Vi si accede tramite una scala addossata alle pareti di un locale coperto da una cupola affrescata con immagini di santi guerrieri. Al suo interno si trovano tre santuari interamente decorati e dedicati ai ventiquattro anziani dell’Apocalisse, a sant’Antonio e a san Paolo. Una teca di marmo custodisce il corpo del santo. La chiesa di San Mercurio (Abu Sefein) si trova sopra la grotta di San Paolo mentre vicino alla celle dei monaci c’è la chiesa di San Michele (El Malak) usata per la liturgia quotidiana, dato che la chiesa sotterranea di San Paolo è molto piccola. Coperta da dodici cupole, la chiesa ha due santuari, quello di san Michele e quello di san Giovanni Battista. L’antico refettorio ha un grande tavolo in muratura; all’estremità è scolpito a forma di leggio e usato per la lettura dei testi sacri o delle vite dei santi e dei martiri durante il pasto comunitario. Una sorgente d’acqua, chiamata la sorgente di san Paolo, offre ancora oggi ai monaci il necessario per bere, cucinare, lavare e irrigare il giardino e gli orti. A poche centinaia di metri a sud del monastero si trova una seconda sorgente detta fontana di Maria dal nome della sorella di Mosé e di Aronne che, secondo la tradizione, vi si sarebbe bagnata durante l’esodo dall’Egitto.
Il sole è alto nel cielo quando salutiamo Abbas Khyron e riprendiamo la strada verso il monastero di Sant’Antonio, il più antico monastero copto d’Egitto che segna l’inizio della tradizione monastica nel paese. Monaco, santo e autore di miracoli e prodigi, sant’Antonio deve la sua fama ad Atanasio, patriarca di Alessandria, che ne scrisse la biografia per presentare al mondo cristiano un perfetto esempio di vita monastica.
Nato nel 250 nel Medio Egitto da una famiglia contadina benestante, all’età di venti anni lascia la sua vita agiata per ritirarsi in una necropoli abbandonata, sottoponendosi a una severa disciplina con durissime privazioni. A 35 anni, sentendo la necessità di ritirarsi in una località ancora più appartata, Antonio si trasferisce in una fortezza abbandonata in una zona desertica chiamata Pispir — l’attuale Deir el Maimun, un villaggio isolato abitato prevalentemente da copti — vicino alla riva orientale del Nilo, e qui passa venti anni di vita eremitica in compagnia di alcuni discepoli. Ma tanta è la sua fama di monaco santo che in moltissimi vanno a trovarlo; decide allora di rifugiarsi in un luogo inaccessibile, si unisce a una carovana di beduini e si inoltra nel deserto orientale fino ad arrivare «su di un monte molto alto dove sotto scorreva dell’acqua limpida, dolce e molto fresca. Antonio amò quel luogo» racconta Atanasio nella sua Vita Antoni (49, 7). Lo amò a tal punto da rimanervi in solitudine ascetica per cinquant’anni fino alla morte avvenuta, secondo la tradizione, all’età di centocinque anni nel 356. Durante tutto questo tempo, Antonio rimase in contatto con i suoi discepoli di Pispir e con i vertici della chiesa di Alessandria a cui diede un valido aiuto durante le dispute dottrinali contro gli ariani.
Arriviamo al monastero nelle prime ore del pomeriggio. Anche qui una folla di persone. Ad accoglierci un monaco anziano, padre Ruwais, che ha fama di santità, come ci diranno poi al Cairo. Abuna Ruwais ci racconta che il monastero, costruito ai piedi della montagna dai discepoli del santo all’epoca di Giuliano l’Apostata, imperatore dal 361 al 363, era in origine dotato di edifici molto poveri ed essenziali: una chiesa, un refettorio e alcuni locali di servizio come la cucina e il magazzino delle provviste. I monaci vivevano nelle grotte delle montagne circostanti e si riunivano nel monastero soltanto per la celebrazione eucaristica e il pasto comunitario della domenica e delle altre festività dell’anno liturgico. In seguito, intorno al v secolo, i monaci cominciarono a costruire le loro celle più vicino al monastero per difendersi dalle scorrerie dei beduini del deserto e per dare la possibilità ai più giovani di poter avere delle guide spirituali e un’assistenza ai più anziani e ai malati. La regola antoniana rimase però sempre semi-anacoretica. Nel V secolo il monastero divenne un luogo di rifugio per gli anacoreti del deserto di Scete nel basso Egitto, costretti ad abbandonare i loro eremitaggi a causa delle violenze e dei saccheggi ad opera dei predoni berberi.
Tra i molti monaci che lasciarono Scete per il monastero di Sant’Antonio c’era anche san Giovanni il Nano che vi restò fino alla morte. Negli anni il monastero divenne un centro molto importante per la cultura copta. I secoli XIII e XIV furono il periodo di massimo splendore per il complesso monastico. Sono di questo periodo le decorazioni pittoriche della chiesa di Sant’Antonio (1232-1233), l’ampliamento della biblioteca con un importante sviluppo dell’attività di ricopiatura degli antichi manoscritti, di traduzione e di ricerca.
Tra i lavori più importanti, la traduzione in lingua etiope, a opera di un monaco di nome Simeone, del Sinassario, il libro dei santi della chiesa etiope, in origine disponibile solo in copto e in arabo. Oggi la biblioteca ospita oltre 1700 manoscritti. Nel XV secolo, l’abate Giovanni venne scelto come rappresentante della chiesa copta al concilio di Firenze (1438-1445), un evento di straordinaria importanza teologica in quanto fu un tentativo di unione tra la chiesa latina di Roma e quelle orientali, tanto quella bizantina di Costantinopoli che quelle monofisite egiziana, siriaca ed armena.
Alla fine del XV secolo il monastero subì l’attacco da parte dei beduini del deserto circostante: la chiesa di Sant’Antonio fu usata come cucina e gli antichi manoscritti vennero bruciati per alimentare il fuoco per la cottura dei cibi. Il complesso venne restaurato qualche decina di anni dopo, durante il patriarcato di Gabriele VII (1438-1568) che inviò venti monaci dal monastero dei siriani a wadi Natrun per riavviare l’attività e la tradizione monastica. Durante il XVII secolo fu frequentato anche dai padri francescani che avevano il permesso di risiedere presso il convento per imparare la lingua araba e prepararsi all’attività missionaria in oriente.
Oggi il monastero — che nell’arco della sua esistenza ha visto eletti molti patriarchi tra i suoi monaci antoniani — è rinchiuso in una cinta muraria lunga più di un chilometro Al suo interno si trovano la foresteria, la torre, uno degli edifici più antichi del monastero che, come per il monastero di san Paolo, serviva da rifugio in caso di attacco, con al piano terra un pozzo e un magazzino per il cibo, al primo piano le celle dei monaci e al secondo ed ultimo piano una piccola cappella dedicata a san Michele Arcangelo, il difensore dei monasteri copti. La chiesa di Sant’Antonio, la più antica del complesso, è interamente affrescata con un ciclo iconografico che, nonostante la perdita di alcune sue parti, è il più completo del mondo pittorico copto; è formata da una navata, un coro e un triplice santuario dedicati a sant’Antonio, sant’Atanasio e a san Marco Evangelista. Viene detta la chiesa estiva, perché vi si celebra la liturgia da aprile ad ottobre, la chiesa dei Santi Apostoli (Pietro e Paolo) che ha una copertura con dodici cupole, tre delle quali sui rispettivi santuari (dedicati alla Vergine, agli apostoli e a sant’Antonio), e le altre nove sulla navata. Al primo piano dell’antico refettorio, oggi in disuso, si trova la chiesa dedicata alla Vergine a una navata, con un santuario sormontato da quattro cupole e con una preziosa iconostasi lignea del XVII secolo intarsiata con avorio e motivi a croce.
Nella prima metà del mese di agosto la chiesa assume particolare rilevanza perché vi si celebrano le funzioni nei quindici giorni di digiuno che precedono la festa dell’Assunzione. Cinque cupole e due alte torri campanarie disegnano il profilo della chiesa di Sant’Antonio e San Paolo, mentre la chiesa di San Marco, asceta e discepolo di sant’Antonio, costruita nel grande palmeto del monastero, è coperta da dodici cupole e ha tre navate e altrettanti santuari dedicati a san Marco, san Teodoro, e san Mercurio. Anche qui una sorgente — detta di sant’Antonio — consente la vita al monastero. Poco distanti vi sono il frantoio per l’olio e due macine per il frumento che risalgono all’epoca medievale, le cucine, le celle dei monaci e i giardini. Sulla montagna alle spalle del monastero si trova la grotta di sant’Antonio, a un’ora di cammino. Dall’alto, la vista spazia sulla pianura desertica. Qui, in completa solitudine, trascorreva i suoi giorni il monaco tra preghiere e lavori manuali, come realizzare cesti intrecciando foglie di palma.
La visita è finita e, dopo la benedizione di abuna Ruwais, ritorniamo al Cairo portando con noi un po’ di quella pace sentita tra le mura dei monasteri in pieno deserto.

dal Cairo Rossella Fabiani

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20 settembre 2019

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