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Alla ricerca di una sistemazione

Da molti anni la ricerca storica ha messo in luce una sapienza particolare: quella mostrata da uomini, famiglie e soprattutto donne in ogni contesto delle società occidentali di intuire, individuare pieghe e contraddizioni di sistemi giuridici anche complessi, per insinuarvisi e orientare a proprio favore norme, procedure e magistrati solo in apparenza lontani dai minuti conflitti della vita quotidiana.

«Osea e Gomer»miniatura tratta dalla Bibbia di Manerius (1185-1195 circa)

Si è dimostrato così che almeno per tutta l’età moderna non si trattava affatto di una contrapposizione tra apparati giudiziari univocamente volti alla repressione e singoli resi impotenti dall’ignoranza delle leggi: era in atto invece una relazione dinamica e fertile, in cui appunto anche e soprattutto le donne si muovevano con disinvoltura, capaci di mobilitare le figure sociali e istituzionali più utili a raggiungere i loro scopi.

L’ambito nel quale tanta sapienza creativa si manifestava con maggiore evidenza era quello del matrimonio, per lunghi secoli governato in esclusiva dal diritto canonico. I canoni che componevano il Corpus iuris canonici si arricchirono e si modificarono profondamente nel corso del tempo, senza tuttavia alterare alcune caratteristiche del matrimonio cristiano. Primo, il suo essere non un evento semplice nella vita degli individui, derivato lineare di incontro e attrazione reciproca, ma un processo provvisto di tappe diverse e capace di coinvolgere soggetti ben oltre i protagonisti e i loro familiari. Secondo, il ruolo fondamentale che nell’intero processo — e non soltanto nella sua conclusione — svolge la sessualità. Terzo, la dimensione pubblica di ogni sua tappa.

Prima del concilio di Trento la formazione del matrimonio era garantita esclusivamente dallo scambio del consenso tra i partner. Ritualità diverse da regione a regione scandivano poi i vari momenti del suo perfezionamento: lo scambio delle fedi, il trasferimento nella casa coniugale. Ma tutto si fondava sugli sponsali, cioè sullo scambio della promessa, che generavano obbligo grave di concludere le nozze e che anzi potevano trasformarsi in matrimonio perfetto solo attraverso il congiungimento carnale.

Fu il concilio di Trento, nella seconda metà del Cinquecento, a imporre la cesura: i canoni tridentini stabilirono che il consenso dovesse essere scambiato davanti al parroco e ai testimoni, riservando alla Chiesa l’esclusività nella celebrazione delle nozze e il monopolio della giurisdizione ecclesiastica sul matrimonio. Il concilio tuttavia non si pronunciò in modo esplicito su validità e ruolo della promessa, lasciando così aperta una via lungo la quale nei secoli successivi si incamminarono molte donne alla ricerca della sistemazione matrimoniale.

21 Fernando Botero«Il matrimonio Arnolfini»

Se infatti era inevitabile per le donne pensarsi in riferimento all’ordine familiare, il matrimonio rappresentava il passaggio dalla condizione in primo luogo naturale di figlia a quella sociale e giuridica di moglie. Un obiettivo che toccava non tanto l’ambito materiale del mantenimento economico — privilegio inarrivabile per le mogli dei ceti popolari — quanto la percezione di sé e del proprio posto nelle relazioni sociali; un obiettivo per raggiungere il quale molte decidevano di rischiare mettendo in gioco la risorsa a disposizione di tutte: la sessualità.

La promessa continuò così a costituire la svolta decisiva dopo frequentazioni e corteggiamenti, avviando semplicemente la preparazione dei documenti necessari alla celebrazione del matrimonio, e a essa potevano seguire senza scandalo rapporti sessuali e magari anche una gravidanza, purché subito regolarizzata dalle nozze.

Qualcosa però poteva andare storto, e il percorso matrimoniale farsi più tortuoso e conflittuale. Potevano emergere profonde differenze di genere nella percezione dell’impegno reciproco: lui aveva insistito nella richiesta di incontri sessuali e lei aveva inteso tanta insistenza come una prova, una garanzia della fondatezza della promessa; lui aveva continuato a sentirsi libero per ogni ripensamento — pronto semmai ad accusare lei di una eccessiva disponibilità — e lei si era concessa forse consapevole di forzare ipotesi astratte, accordi solo ventilati, amministratrice accorta di una risorsa, la sessualità, che poteva rappresentare la garanzia dell’esito matrimoniale.

Era a questo punto che il diritto canonico, gli apparati giudiziari e le gerarchie ecclesiastiche entravano in scena da comprimari, con poteri decisivi. Aut nubat, aut dotet, aut ad triremes tuonava la norma che guidava tutti nell’intervento sui conflitti matrimoniali: il promesso sposo che aveva convinto la fanciulla alla congiunzione carnale sarebbe stato costretto a sposarla oppure a fornirle una dote, altrimenti sarebbe stato condannato alla galera.

La rappresentazione dei sessi propria della politica ecclesiastica appare lineare, univoca: maschi seduttori che approfittavano della fiducia e della debolezza femminile, donne ingenue che si concedevano passivamente confidando nell’esito matrimoniale della copula.

Naturalmente tutti sapevano che spesso le cose non stavano così. Già nel corso del Settecento vescovi e cardinali lamentavano «gli abusi delle donne», la troppa «facilità di queste nel lasciarsi sedurre nella speranza del conseguimento della dote, o del matrimonio», fornendo immagini ben più articolate rispetto agli stereotipi della prevaricazione maschile e della pudicizia femminile. Ma la politica della Chiesa non cambiava, non si modificava l’uso che clero e fedeli facevano del diritto e delle sue smagliature. Il favor matrimonii era lo spirito che aleggiava su ogni intervento delle istituzioni ecclesiastiche: la priorità — soprattutto una volta accertata l’unione carnale — era concludere, accelerare al massimo i tempi delle nozze. Così, se le pressioni della parentela non erano state sufficienti a convincere seduttori recalcitranti, le donne e le loro famiglie ricorrevano ai tribunali ecclesiastici, le magistrature deputate a sovrintendere sulle dispute matrimoniali e in genere sui comportamenti sessuali. Si faceva appello a poteri antichi, mai definitivamente superati: quelli che a partire dal medioevo attribuivano alla relazione sessuale che seguiva la promessa un valore fondativo del legame coniugale, e che facevano dell’evasione all’impegno così acquisito un crimine da perseguire non con una causa civile ma con un procedimento penale.

Rientrava così in gioco un’altra delle caratteristiche della formazione del matrimonio tridentino, la pubblicità: questa volta non delle nozze ma dell’unione sessuale. Davanti ai giudici non potevano bastare il racconto di giovani deflorate o la testimonianza dei parenti più stretti e più interessati al ripristino dell’onore familiare. Ed ecco dunque ragazze che si erano lasciate prendere negli angoli bui delle città informare dell’accaduto i conoscenti incontrati sulla via di casa, fanciulle sedotte in abitazioni momentaneamente deserte precipitarsi a mostrare ai vicini le camicie con i segni dello sverginamento: gli incartamenti conservati negli archivi dei tribunali ecclesiastici sono pieni di storie che mostrano come la diffusione della notizia della copula fosse una finalità precisa di ragazze determinate a costituire prima di tutto prove e deposizioni utili davanti ai giudici. E tanta pubblicità non destava scandalo: negli orizzonti mentali di clero e fedeli il sesso dopo la promessa continuava a essere non approvato ma almeno accettato, perché consumato non per il piacere o per indifferenza verso la morale cattolica, ma per raggiungere finalmente il «retto fine del matrimonio».

Marc Chagall«La sposa a due facce» (1927)

Il ricorso al tribunale apriva così la via giudiziaria alle nozze. E poiché l’assenza dello scandalo non rendeva necessaria una punizione esemplare, poteva avviarsi una trattativa paziente e delicata, i cui negoziatori — il parroco nella prima tappa e poi i giudici — svolgevano una funzione determinante come meccanismi di pacificazione e di arbitraggio. Convocavano, interrogavano, persuadevano mostrando capacità di accoglienza e di mediazione infinite. Vittime di un inganno e loro artefici, innocenti e complici, le donne chiedevano ai giudici riparo e tolleranza, e ottenevano protezione, risarcimento, reintegrazione di un’onorabilità vacillante.

Ma i tempi cambiano, e la fine del potere temporale del Papa portò con sé l’estinzione dei tribunali ecclesiastici e l’affermazione definitiva della legislazione civile sulle questioni matrimoniali; diede spazio e autorevolezza ad altre istituzioni — lo stato nazionale, i partiti politici, le ideologie — che si proposero di affermare e diffondere una morale sessuale diversa e lontana da quella cattolica.

Pressata da nuovi competitori, la Chiesa scelse di rispondere irrigidendo i propri precetti, chiudendo gli spazi di contrattazione, elaborando un modello di virtù femminili che esaltava verginità e purezza e chiedeva alle donne di difendere un’illibatezza tutta fisica anche a costo della vita, come Maria Goretti. Il canone 1017 del nuovo Codex iuris canonici promulgato nel 1917 stabilì esplicitamente che la promessa di matrimonio non dà il diritto di reclamare la conclusione delle nozze. E i suoi interpreti più rigorosi sostenevano che in nessun caso sia lecito un intervento monitorio, del confessore in foro interno o di istituzioni ecclesiastiche in foro esterno, per convincere alla celebrazione del matrimonio. Era il più convinto riconoscimento della responsabilità individuale, ma era anche la concorrenza con i nuovi soggetti istituzionali nella difesa del primato sulla morale sessuale e familiare.

Non per questo la castità prese a regolare i rapporti tra i fidanzati. Ma la trattativa sull’unione carnale diventò tutta privata, si svolse nel segreto, minaccia concreta di un disonore ormai irrecuperabile: davanti al ricatto tutto maschile sulla «prova d’amore» ormai compromesse e perdenti saranno le donne. E anche molto più sole.

di Margherita Pelaja

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10 dicembre 2019

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