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Alla ricerca di un senso più grande

· ​A colloquio con Giorgia ·

In una carriera musicale in continua ascesa, iniziata a Sanremo nel lontano 1994, ha venduto sette milioni di dischi, ha vinto i premi più prestigiosi, ha duettato con i mostri sacri della musica mondiale, ha cantato due volte per Giovanni Paolo II: Giorgia (che sarà ospite del sessantasettesimo festival della canzone italiana nella serata di mercoledì), classe 1971, è una delle cantanti più note e apprezzate dal pubblico italiano e sulla scena internazionale.

Oronero (Michroponica, distribuito da Sony Music), il suo decimo album, recentemente uscito, contiene quindici canzoni capaci di restituire l’immagine di una donna che con autenticità si pone in ricerca, che con sincerità si interroga, che con umiltà si mostra. I testi, scarni, sobri, essenziali, sono quasi tutti scritti dalla stessa Giorgia, che con noi ne ripercorre il sofferto cammino esperienziale. In tutte le canzoni di questo album, il dolore infatti sembra essere lo sfondo di partenza, il grado zero da cui iniziare una tenace risalita volta alla conquista delle vette della chiarezza e della fiducia. 

La cantante Giorgia

Per non pensarti è una canzone incentrata su un lutto ancora insuperabile, la morte di una persona cara, che si spera di incontrare nuovamente, in un’altra vita. La morte, la finitezza, sono misteri che pongono domande: «La perdita è uno dei temi della condizione umana — riflette Giorgia — forse il più difficile da elaborare e comunque resta razionalmente ingiustificabile. Ma per assurdo, i momenti di lutto, di un dolore che appare infinito sono anche occasioni per accedere a risorse personali ancora sconosciute. Il decidere di sopravvivere e passarci attraverso richiede l’apertura di porte nuove, lo svelamento di risposte diverse da quelle in cui credevamo fino a poco prima. È uno di quei momenti in cui ci si avvinghia all’anima per ascoltare attraverso di lei l’eco di chi non c’è, e sentire che la morte non è una fine ma un passaggio».
Eppure in Amore quanto basta Giorgia canta il desiderio di sentirsi «libera da ogni strappo che ho addosso», facendo i conti con un passato il cui peso rischia di diventare insopportabile, compromettendo il presente, paralizzando il futuro. Gli errori, gli sbandamenti, i dolori della propria vita divengono pietre miliari di un cammino duro, ma necessario, volto alla costruzione di un’individualità finalmente decisa a spiccare il volo: «Il passato, o meglio le esperienze fatte, ovviamente aiutano a definirci. Voltarsi indietro e guardare può rafforzare, ma può anche essere l’inizio di una libertà nuova: libertà da ciò che si è stati prima, una libertà comunque all’insegna del cambiamento. Il sentirsi “liberi dagli strappi addosso” è questo: corrisponde cioè a quei rari momenti di grazia in cui il passato diventa spinta e non àncora. Davvero rari!». Il cambiamento, al centro di Credimi si cambia, ha come suo motore l’amore: «Sempre si cambia per amore — commenta Giorgia — ma non necessariamente per amore verso qualcun altro, bensì per uno stato di amore cellulare direi, che non ha pretese e non ha giudizio, ma che ci appartiene intimamente». Un amore disinteressato, fraterno, smisurato, che non è solo un sentimento, ma una virtù, uno stato spirituale: un amore gratuito da parte di chi dona se stesso, senza prevedere o pretendere nulla in cambio, ed è perciò incondizionato e assoluto. Una postura esistenziale che richiede un atteggiamento, non sempre scontato, di ascolto e di apertura: «Credimi si cambia / Ogni cosa che sfiori ti cambia / Ogni voce che sogni nel buio/ Ti parla». Continua Giorgia: «A volte abbiamo il coraggio di morire e rinascere nel percorso di una vita, di distruggere e ricostruire la nostra personalità, a volte riusciamo, nel caos della vita quotidiana, a coltivare la nostra vita interiore, a volte intuiamo di essere parte di un tutto, a volte, cioè in quelle occasioni che generano terreno fertile per la capacità di credere, riusciamo ad affidarci, senza pretesa o condizioni. È in quel momento che guardiamo alla realtà relativizzandola all’insegna di un senso più grande». Il bisogno di affidamento diviene centrale per mettersi radicalmente in gioco, rompendo così le chiusure di un ego barricato in se stesso, nelle proprie sterili ma coriacee convinzioni, incapace dunque di aprirsi per accogliere l’altro. «La parola “credo” — spiega Giorgia — con le sue implicazioni è forse una delle più difficili da pronunciare in questo tempo, dove i valori cambiano di continuo e in cui a volte vale tutto e niente vale. La capacità di credere, di provare fede in sé, nell’altro, nell’oltre, è invece una conquista. Nel mio caso, questo è un passaggio fondamentale con cui mi confronto ogni giorno; un passaggio che richiede un processo di rinascita, frutto della conoscenza e anche della messa in discussione di sé: e come ogni nascere, porta con sé un’immancabile sofferenza».
Giorgia è mamma di un bambino di 7 anni, che ogni giorno accompagna e riprende a scuola, insieme al suo compagno, senza delegare mai a tate o nonni. Più che mai, dopo la nascita di suo figlio, la necessità di ridefinire i propri desideri e scopi le si è rivelata pressante: «Quando arriva un figlio, tutto si scompone, le priorità cambiano radicalmente e bisogna dunque reimpostarsi come persona. Un figlio lo richiede, perché sa arrivare nei punti più fragili e incerti di te; bisogna riprogrammare anche la vita di coppia, che non sarà più quella di prima, ma sarà una vita rinnovata, spesa nel grande privilegio di assistere alla crescita di una persona nuova». Di nuovo ricorre nelle parole di Giorgia, come anche nei suoi testi, l’intuizione di un «arretramento personale» come possibilità di crescita e di maturazione. La nascita di un figlio o la volontà di vivere un rapporto di coppia solido e duraturo (come in Scelgo ancora te), la costringe a ridefinire la portata della propria libertà, constatando come questa si realizzi solo in relazione alla libertà delle persone amate: «Sono cresciuta con due genitori folgorati da un amore passionale e contraddittorio, che a volte si trasformava in una guerra; da qui ho capito invece che l’amore richiede impegno, volontà, scambio alla pari. In un’ottica forse molto femminile, penso che ci si debba rinnamorare di continuo della stessa persona, e che non si debba mai darla per scontata: il tempo che passa è un valore aggiunto al rapporto solo se diviene un’occasione quotidiana di rinnovare la promessa, e a volte ciò non è facile mentre la vita corre».
In tutto l’album di Giorgia si dispiega a gran voce una critica allo stile e ai ritmi di vita della società attuale basata su falsi valori, sull’egoismo, sull’avere anziché sull’essere, come nella canzone Vanità: «Vanità racconta appunto le cose vane, le illusioni a cui ci appendiamo per sentirci accettati o integrati in una società che vive di modelli di inconscio collettivo, e ne siamo vittime anche senza accorgercene, tanto che anche la spiritualità viene travolta dalle “esigenze del mercato” o diventa strumento di potere: l’amore viene facilmente confuso con altro, ma poiché continua a essere chiamato amore, diventa un imbroglio». Il titolo dell’album, Oronero, ben stigmatizza il concetto che ciò che nasce come risorsa può diventare invece veleno: «Così come il petrolio è risorsa per la terra, ma usato male diventa potere, guerra e morte, così la relazione con gli altri, che nasce come scambio gratuito, diventa veleno se, nell’illusione di elevare noi stessi, giudichiamo l’altro, lo distruggiamo». Come acrobati dà voce alla reazione di Giorgia a questo stato di cose: qui la percezione di una precarietà esistenziale è unita alla fiducia nelle proprie forze e il bene provato è frutto di un entrare in relazione («Sarò sole e vento tra la gente che si sente sola»). Il proprio talento artistico, lungi da essere vissuto come vanità e autoreferenzialità, viene messo al servizio delle altre persone: «Avere un dono comporta responsabilità e libertà. Responsabilità di sviluppare questo dono, farlo progredire, e libertà di esprimersi. Per questo ogni lavoro interiore influisce sulla mia espressione artistica e la alimenta. Comunque quando compongo, non mi fermo a pensare a un probabile influsso sui pensieri degli altri, altrimenti mi blocco dalla paura di sbagliare e sbagliare è inevitabile! Spero solamente, con tutte le mie forze, di riuscire ogni tanto a provocare un’emozione, e questo si può definire dono, il dono di cui si è tramite, non proprietari».
Le canzoni di Giorgia nascono nei modi più vari: «Parto da un beat di basso e batteria e ci faccio sopra una melodia, oppure riadatto canzoni in inglese, oppure lavoro su basi di altri, o ancora su accordi di pianoforte che suono d’istinto. Lavoro anche col mio compagno e con lui c’è una grande sinergia». Eppure esiste un momento in cui il potere creativo e la spinta comunicativa delle sue canzoni raggiungono l’apice: «La vera magia succede quando in qualche misterioso modo ci si ritrova connessi con l’alto, per cui si diventa strumenti di qualcosa di già scritto che va colto con un volo d’anima senza la mente, e allora sai che nella canzone c’è qualcosa che dev’essere raccontata. Per parlare di noi, di come soffriamo i sentimenti, del tempo che viviamo, dell’ansia che condividiamo, e della speranza che, anche davanti alle peggiori brutture, l’essere umano possa ritrovare se stesso».

di Elena Buia Rutt

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26 maggio 2019

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