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Alla ricerca di un luogo
isolato e disagiato

· ​Il secondo volume del "Corpus Coelestinianum" ·

Da poco è in libreria il secondo volume del Corpus Coelestinianum, con gli atti del processo informativo in partibus svoltosi nel 1306-1307 e tramandati da un codice unico conservato a Sulmona (Il processo di canonizzazione di Celestino v 2, a cura di A. Marini (Corpus Coelestinianum 1/2), Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2016, ISBN 978-88-8450, pagine 359).

Affresco raffigurante il «santo eremita» (XIV secolo)

Gli studiosi perciò — dopo che nel primo volume (cf. L’Osservatore Romano, 7 novembre 2015, pagina 4) era stato pubblicato il preziosissimo Compendium della Inquisitio in partibus, che consente in qualche modo di integrare le lacune del codice sulmonese — possono ora avere facile accesso alle fonti relative al processo imbastito per accertare la santità di Pietro del Morrone, il quale per il breve tempo di pochi mesi aveva detenuto il potere delle chiavi affidate da Cristo a Pietro e ai suoi successori con il nome di Celestino V.

Il codice di Sulmona, acefalo e mutilo (risultano deperditi 32 fogli, più quelli finali la cui entità è impossibile precisare), riporta le deposizioni rese da 117 testimoni su un totale di 324 nel corso dell’inchiesta, affidata da Clemente V all’agostiniano Giacomo da Viterbo, arcivescovo di Napoli, e a Federico Raimundi de Lecio, vescovo di Valva e Sulmona. I giudici iniziarono le loro audizioni a Napoli, il 13 maggio 1306, per proseguire poi l’indagine a Capua (25 maggio), a Castel di Sangro (27 maggio), a Sulmona (29 maggio-3 giugno), a Santo Spirito di Valva (4 giugno), ancora a Sulmona (6 giugno) e portarsi infine a Ferentino in una data impossibile da precisare. A dispetto della sicurezza con la quale il quarantenne Niccolò Verticello, canonico della Chiesa di Napoli e professore di diritto civile, affermava che la fama pubblica di frate Pietro corresse nelle provincie di Abruzzo, Campagna, Terra di Lavoro e nelle altre provincie del Regno di Sicilia, nonostante vari testimoni attestassero la grande notorietà di cui egli godeva nell’area di Capua, e malgrado il costruttore (fabricator) di Sulmona Nicolò di Berardo asserisse di aver visto che il re di Sicilia e suo figlio, il re d’Ungheria, insieme a molti altri nobili si erano recati a visitarlo, di fatto la fama sanctitatis dell’eremita prima della sua elezione papale sembra restringersi a un’area piuttosto limitata, cioè alle località dell’Abruzzo che facevano corona al massiccio della Maiella.
La griglia delle domande rivolte ai testimoni rivela l’intento, perseguito da Clemente V, di concentrare il processo di canonizzazione su Pietro del Morrone monaco, non su papa Celestino V e sulla sua abdicazione: si chiese loro, infatti, di riferire sulla vita di frate Pietro del Morrone (art. 1), sulla sua attività monastica, vale a dire sull’opera di fondatore e organizzatore di monasteri (art. 2), sui suoi miracoli in vita e post mortem (art. 3), infine sulla sua fama pubblica (art. 4). La linea scelta da Clemente v appariva così chiara sin dall’inizio: poiché la figura di «frate Pietro» chiamava inevitabilmente in causa la persona di Bonifacio VIII, la sua canonizzazione in quanto Papa avrebbe gettato una pesante ipoteca sul pontificato del suo successore. Bertrand de Got venne quindi incontro, per un verso, alle richieste del re di Francia Filippo IV, accogliendone — dopo un regolare processo — l’istanza di canonizzazione, per l’altro resistette invece alle sue pressioni, ascrivendo nel catalogo dei santi Pietro del Morrone, non Celestino V.
I notai assolsero al loro compito con notevole precisione: nel riferire l’età dei testimoni tennero conto in maniera accurata delle diverse sfumature percepibili dalle loro asserzioni, per cui affiancarono spesso un «circa» al numero degli anni da essi indicato o vi aggiunsero un «e più» oppure un «e oltre», rivelando in tal modo un’adesione fedele all’oralità di ciascuno. La stessa fedeltà si riscontra nei resoconti dei miracoli: annotarono, infatti, in modo scrupoloso se i testimoni erano stati spettatori diretti dei fatti narrati oppure se li avessero appresi per sentito dire, fino a precisare — all’interno di una stessa guarigione — quali azioni avessero visto con i loro occhi e quali, invece, gli fossero state solo riferite. Chiarirono pure che Pietro Grasso, napoletano, notaio del re di Sicilia, depose a modo suo, vale a dire «non seguendo l’ordine degli articoli».
Delle testimonianze superstiti, 82 si devono a uomini e 35 a donne 

di Felice Accrocca

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20 agosto 2019

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