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Alla ricerca della felicità

· Rosmini tra politica, diritto e religione ·

«Politica, diritto e religione nel pensiero di Antonio Rosmini» è il tema di un convegno curato dall’arcivescovo di Crotone e Santa Severina, Domenico Graziani, e tenuto in questi giorni nel Centro culturale e di spiritualità Casa Rosmini a Isola di Capo Rizzuto. L’incontro è anche un’occasione per ricordare i 180 anni dall’uscita della Filosofia della politica, testo lungimirante e profetico. Rosmini riparte dal tentativo illuministico del diritto alla felicità, ripreso dalla Costituzione statunitense, lo rivisita alla luce della tradizione cattolica e preferisce usare il termine appagamento, più aderente alla visione cristiana. In quest’ottica, l’essere umano ha dei diritti che non sono oggetto di conquista, ma che derivano dal suo stesso essere persona che, in quanto tale, è diritto sussistente.

Francesco Hayez ritratto di Antonio Rosmini

Si evidenzia qui la profonda sensibilità del Rosmini convinto che «esiste un diritto ogni qualvolta esista una persona atta almeno a patire, nel qual caso esiste nelle altre persone il dovere morale di non cagionarle dolore». Ne deriva la coincidenza immediata tra diritto e persona. «Dove si cancellasse la coincidenza appena rilevata, non si avrebbe più soggetto di diritto». Il diritto, poi, «non è metro a se stesso», ha i suoi limiti. «Il suo metro sarà il suo stesso principio fondante», cioè la persona che diventa il criterio per il quale la stessa società si organizza politicamente. Ciò spiega perché la persona può realizzarsi pienamente grazie al diritto, alla morale e alla società.

Questa realizzazione di sé passa attraverso la conoscenza propria e della realtà che sta attorno a noi. Senza la possibilità di sviluppare il conoscere, e quindi l’intelligenza, è impossibile il miglioramento umano e sociale. Una società politica deve sempre interrogarsi sull’insieme dell’intelligenza che riesce a esprimere. Questo insieme è dato da due diversi tipi di razionalità: la ragion pratica delle masse e la ragione speculativa degli individui. La prima guida quell’istinto sociale che opera soprattutto per il vantaggio presente e immediato, la seconda è, invece, quella creativa di particolari individui. Entrambe sono fondamentali per lo sviluppo delle società e per l’appagamento degli individui.

Se la prima è una forza più conservatrice, la seconda garantisce la necessaria innovazione. Conservazione e innovazione diventano le due componenti di un armonico itinerario che si attua all’interno di quelle società che garantiscono il costruttivo rapporto tra due principi solo in apparenza contrastanti. Quando si interrompe questo rapporto ne risente anche l’appagamento dei singoli. Ma perché accade tutto questo?

Perché nella ragione dei singoli esistono due particolari facoltà: quella di pensiero e quella di astrazione. Alla prima spetta il compito di analizzare i fini delle nostre azioni, alla seconda «di somministrarci i mezzi al conseguimento dei fini». Occorre, però, che «lo sviluppo della facoltà di pensare preceda, e che lo sviluppo della facoltà di astrarre le venga appresso». Altrimenti, i mezzi vengono anteposti ai fini e tutto si riduce alla spasmodica ricerca di mezzi per soddisfare bisogni dietro ai quali non sussistono più finalità. I bisogni artificiali si sostituiscono così a quelli effettivi e tutta l’intelligenza si concentra nella ricerca dei mezzi. La stessa cultura si fa mezzo per soddisfare solo bisogni utilitaristici.

Rosmini non è contrario a una produzione utile a soddisfare bisogni, ma si oppone a un consumo fine a se stesso che finisce per creare un pericoloso paradosso: una dimenticanza dei fini genera una pericolosa insoddisfazione. Si accrescono sì i beni a disposizione, ma le società sono via via inappagate e più infelici. Quello del rapporto fini-mezzi diventa un problema cruciale per una politica che voglia realmente generare un vero appagamento degli esseri umani.

Il concentrarsi solo sui mezzi e non sui fini comporta l’appiattimento sulla realtà con la pretesa di plasmarla sui nostri bisogni. Da qui le utopie che, in fondo, si somigliano tutte, perché non riescono ad andare oltre il bisogno, tutto immediato, di una realtà perfetta, che non si interroga più sul dopo di noi. Da qui la critica sia verso la prospettiva liberista sia verso quella socialista. Entrambe, infatti, mirano a una visione perfettista.

L’individuo, così facendo, si consuma e si vanifica nell’immediatezza. Proprio questo ritirarsi nella sola dimensione dell’immanenza, genera un «processo di pan-economicizzazione» che poi, per usare termini marxisti, si trascina nella lotta di classe e, ancor prima, in un diffuso egoismo che ci chiude gli occhi davanti la realtà. Si assume così una mentalità estranea e, pian piano, si arriva a classificare l’economia nella categoria dell’utilità e a darle un’autonomia non solo metafisica ma anche sociale. Rosmini non è per un’economia controllata e gestita dallo stato, ma neppure ritiene che l’economia sia un’unica causalità sociale indipendente da altre componenti.

Quando si attua un processo di pan-economicizzazione, la società, per reagire, ha la necessità di riscoprire elementi ritenuti contrari o non eterodossi alla realtà economica. Occorre riscoprire forme che superino la ristretta visione economica che, pur nella sua importanza, non può esaurire del tutto le complesse attese umane. Si riscoprono allora forme sempre più diffuse di carità che riescono a riplasmare, quasi interiormente, alcuni individui. È quanto si vede, oggi, per tanti volontari delle diverse Caritas diocesane. In molti casi si arriva a ripensare il bisogno del perfezionamento delle passioni e dell’individuo. Si comprende la necessità di ricercare una giustizia nuova che si identifichi con la carità.

La Congregazione fondata da Rosmini si chiama Istituto della carità ed esercita in primo luogo quella intellettuale. Certo, questa visione sfocia in una cultura anche politica della carità, che non accetta i canoni dell’odierno spirito di decadenza, la cultura del non-senso e neppure l’esaltazione sommaria della scienza. Tutto ciò genera quella sfiducia radicale che attraversa tanta cultura del nostro tempo. L’infelicità che caratterizza oggi soprattutto i paesi cosiddetti evoluti e l’accettazione rassegnata del presente, non è di Rosmini. C’è in lui l’ottimismo dell’uomo di fede e c’è soprattutto il senso della storia tipico della tradizione cristiana.

di Rocco Pezzimenti

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20 novembre 2019

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