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Alla ricerca del vero

· Pubblicato l'epistolario di Pico della Mirandola ·

A più di cinquecento anni dalla parziale raccolta approntata dal nipote Giovan Francesco, le lettere di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) vedono per la prima volta la luce in un’edizione critica, a cura di Francesco Borghesi, volta a restituire un testo filologicamente corretto delle missive, in latino, del filosofo, facendo luce sui suoi rapporti con personalità del calibro di Angelo Poliziano, Marsilio Ficino, Lorendo de’ Medici, Federico i Gonzaga. 

Cristofano dell’Altissimo «Pico della Mirandola» (XVI secolo)

Ma non si esaurisce qui il merito da ascrivere al libro Giovanni Pico della Mirandola. Lettere (Firenze, Leo S. Olschki editore, 2018, pagine 188, euro 26), poiché esso offre anche un’accurata localizzazione, nonché un’esaustiva analisi, dei manoscritti e delle edizioni a stampa quattrocentesche e cinquecentesche di notevole interesse per le epistole pichiane. E oltre a proporre un’approfondita disamina della editio princeps delle lettere del grande umanista, pubblicata a Bologna nel 1496 dallo stampatore Benedetto Faelli, il volume risulta arricchito di un prezioso capitolo che offre un’interessante ricerca, ad opera della filologa Maria Agata Pincelli, sul manoscritto Capponi 235 conservato presso la Biblioteca apostolica vaticana. Il manoscritto appartiene al novero dei codici donati dal marchese Alessandro Gregorio Capponi alla Biblioteca vaticana, con testamento datato 25 aprile 1745. Il testo si presenta come una raccolta di lettere di celebri umanisti della fine del Quattrocento, probabilmente allo scopo di creare una prontuario di raffinata epistolografia latina.
Nel codice, rileva la studiosa, si alternano diverse mani corsive, sicuramente di persone di un livello culturale elevato. Il Capponiano, dunque, sarebbe il prodotto di un raffinato ambiente culturale interessato alla raccolta e alla diffusione della migliore epistolografia dell'ultima stagione dell’umanesimo, di cui Pico della Mirandola rappresentò uno dei frutti più maturi.
Il carteggio pichiano non rappresenta un testo sistematico: cionondimeno è fondamentale per dipanare alcune incertezze sul rapporto tra il periodo precedente e quello successivo al 1487. Nel marzo di tale anno, infatti, una commissione di teologi e canonisti condannò sette proposizioni e giudicò dubbie e indifendibili altre sei delle novecento tesi, costringendo Pico della Mirandola, ormai in urto con Papa Innocenzo VIII, ad una fuga che ebbe termine — dopo aver subito in Francia anche l’onta della carcerazione — nel maggio dell’anno successivo, quando, raggiunto da una lettera di Ficino, decise di tornare a Firenze, dove rimarrà sotto la protezione di Lorenzo de’ Medici.
Cominciava in questo modo il periodo più fecondo della vita di Pico, quello completamente dedito agli studi e alla meditazione, sempre più dominato da una forte tensione spirituale e morale. La concordia di tutte le filosofie e di tutte le religioni, alla base del progetto delle novecento tesi, si ispirava all’anelito volto a conseguire un’armonia universale, che spazzasse via fratture, discordie e velenose divergenze. In quelle tesi — sottolinea il curatore nella premessa al libro — palpitava la volontà di realizzare una reformatio che investisse non solo il mondo cristiano e cattolico, ma anche il genere umano nella sua interezza. Al riguardo gli studiosi e i critici sono concordi nel forgiare la formula “ecumenismo filosofico”, per indicare il proposito di Pico di ricondurre ad una unità originaria le diverse correnti di pensiero sorte sin dall’antichità, accomunate dall’aspirazione al divino e alla sapienza, e culminanti nel messaggio della Rivelazione cristiana.
In questo scenario vengono quindi a convergere non solo i teologi cristiani ed esoterici, insieme a Platone e ad Aristotele, ma anche i neoplatonici e tutto il sapere gnostico ed ermetico proprio della filosofia greca, nonché il pensiero islamico, ebraico e cabalistico.
Le lettere offrono poi la possibilità di apprezzare la vis polemica che caratterizzava l’umanista. Prova ne sia la missiva De generi dicendi philosophorum , del 3 giugno 1485, con cui Pico risponde all’umanista e diplomatico Ermolao Barbaro, che il 5 aprile dello stesso anno gli aveva scritto una lettera elogiando i suoi progressi negli studi letterari e, nello stesso tempo, rivolgendo un’aspra critica contro i “barbari” filosofi medievali. Nella responsiva, Pico reagisce polemizzando con Barbaro e prendendo posizione a favore dei filosofi medievali contro gli umanisti: così facendo, difendeva la sostanza della speculazione filosofica contro la forma dell’elaborazione retorica, e affermava la superiorità della sententia sulla littera. Come ha scritto Eugenio Garin, questa epistola rappresenta «una fierissima requisitoria contro i grammatici perduti in minuzie stilistiche, ed è un inno alla filosofia che, come processo logico volto alla ricerca del vero, costituisce la più alta celebrazione dell'uomo». Ma non meno significativa è la lettera che Pico aveva inviato, in precedenza, a Lorenzo il Magnifico, datata 15 luglio 1484. In essa tesse gli elogi dei versi scritti da Lorenzo, con i quali riesce a esprimere con grazie «i contenuti seri dei filosofi» ma, soprattutto, non fa mistero della sua assidua ricerca di uno stile espressivo forbito ed elegante, che si pregi della raffinatezza d’espressione. In meno di un anno, tale concezione era destinata dunque a subire una sensibile modifica: la priorità, infatti, come testimonia la successiva lettera a Ermolao Barbaro, veniva assegnata alla sententia, con buona pace della littera.

di Gabriele Nicolò

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25 agosto 2019

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