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Alla ricerca del Dio della parete nord

· Nell’ultimo libro di Hervé Clerc ·

La parete nord del Monte Cervino

Chi ha visto con i suoi occhi la parete nord del Cervino, così nera e scabra rispetto a quella sud, ridente e accogliente grazie a cime intermedie e ad appigli intuibili anche da lontano, può capire pienamente la forza del titolo del libro di Hervé Clerc A Dio per la parete nord (Milano, Adelphi, 2018, pagine 286, euro 15). La via che propone per arrivare a conoscere Dio, infatti, è quella più dura, e anche se egli sostiene in fondo una tesi non troppo originale — cioè che l’unità fra religioni diverse può realizzarsi sul piano della mistica più alta, quella che osa incontrare un Dio inconoscibile e indefinibile che coincide con il tutto — originale e appassionante è il modo con il quale arriva a questa conclusione.
Senza trascurare letture dei testi sacri di varie religioni, Clerc si affida soprattutto alla sua esperienza personale di uomo che cerca Dio, e di giornalista che osserva la società occidentale e viaggia nel mondo come inviato in zone di guerra, là dove la morte è di casa e dove spesso gli scontri hanno il sapore di conflitto religioso.
Quando intervista il grande condottiero afgano Massud, pochi giorni prima della sua morte, egli si accorge che accanto al letto, nel rifugio spartano, stanno i testi della mistica islamica. Non è una scoperta casuale: egli guarda all’islam e all’induismo e buddismo con grande interesse, con gli occhi di chi è profondamente consapevole che la “morte di Dio” minacciata da Nietzsche per la cultura occidentale si sta verificando, ma solo per quanto riguarda il dio personale della tradizione cristiana, cioè la “parete sud”, mentre il suo posto viene preso dal Dio impersonale, inconoscibile, misterioso che — secondo Clerc — nella nostra tradizione religiosa è stato evocato solo da Meister Eckhart, ma che invece è ben presente nell’induismo e nell’islam: «Ciò che cresce oggi nella desolazione del mondo, occultato da questa desolazione, è la faccia desertica di Dio». E specifica che «al dio antropomorfo i credenti si avvicinano tramite la preghiera, al dio nudo, senza forma né volto, ci si avvicina tramite la meditazione».

Gianni Turella, «Cantico delle creature» (2015)

Il dio nudo è quello che egli ha sperimentato fin da bambino, come una “presenza” che lo accompagna, esperienza che descrive come “una fede spoglia”. Una fede libera da ogni dogma, indifferente alle appartenenze religiose che si concilia perfettamente con la modernità e la libertà di pensiero di origine greca.
Egli quindi parte alla scoperta di tradizioni religiose antichissime con l’idea che queste ci porteranno al nostro futuro, un futuro in cui la ricerca di Dio si svolgerà con modalità libere, perché conoscere Dio significa conoscere il reale, e quindi essere liberati, realizzati.
Dopo avere riconosciuto la realtà monoteista dell’induismo — camuffata agli occhi dei profani da una moltiplicazione di dei minori — Clerc afferma che esso condivide con l’islam l’insegnamento più importante e più sacro: l’unità del reale. Davanti a questo mistero gli esseri umani si dividono in tre famiglie: quelli che pensano di avere trovato, e vivono all’interno di una tradizione religiosa senza porsi domande, quelli che ostentano disinteresse per la questione, e quelli che continuano a cercare perché aspirano a una vita più elevata, intensa, e cercano altri modi di percepire, pensare, esprimere, sognare.
Le sue riflessioni sull’islam mistico — aspetto di questa tradizione che certo è poco conosciuto nella nostra società — sono le più interessanti e vive del libro perché si basano sulla conoscenza vera delle persone, non solo dei libri. Per questo spiega che un aspetto della cultura islamica che molto ci inquieta — la mancanza di curiosità per l’esterno, cioè per noi — si fonda sulla sensazione dei credenti musulmani di avere «la parte migliore». Il Corano infatti è un libro dai molteplici significati, dalle molteplici possibilità di lettura, che egli definisce come schiena e ventre. La schiena è la versione comprensibile, letterale, il ventre è versione mistica, cioè la possibilità di portare coloro che lo recitano con pazienza, rispetto e attenzione fino alla meta della vita terrena, cioè alla conoscenza di Dio, il cercato per essenza. Nel nome di Allah, quindi, si intrecciano inestricabilmente la faccia nord e la faccia sud di Dio.
Si tratta quindi di un testo appassionante, che fa riflettere sulla carenza di spiritualità che caratterizza la tradizione cristiana oggi, tale da far credere a persone che non ne hanno una conoscenza approfondita che si tratti di una religione senza “parete nord”, di una religione che consiste sostanzialmente in una morale sostenuta da una tradizione addomesticata. A Clerc nessuno ha spiegato che il cantico delle creature di Francesco è una rivelazione dell’unità divina del reale, che il volto misterioso e inconoscibile di Dio fa parte dell’esperienza di mistici come Juan de la Cruz o Teresa di Lisieux; che Theilard de Chardin, mistico e scienziato, ha cercato di spiegare con un linguaggio scientifico proprio quell’intuizione che egli attribuisce solo a induismo e islam. Ma se non se ne è accorto, e ha trovato la complessità misteriosa di Dio, il richiamo alla via spirituale, solo in altre religioni, la colpa non deve essere considerata sua: siamo indubbiamente di fronte a un fallimento complessivo della trasmissione cristiana intesa nella sua profondità spirituale.

di Lucetta Scaraffia

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25 marzo 2019

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