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Alla radice della questione sudanese

Il malessere politico-istituzionale che sta attraversando, da molti anni, il Sudan è sfociato con la destituzione del presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir, al potere dal lontano 30 giugno 1989. È evidente che il paese africano deve misurarsi con una serie di sfide sociali, politiche ed economiche che non possono prescindere dai nuovi scenari imposti dalla storia contemporanea. La secessione dei territori meridionali del Sudan, sancita dalla consultazione referendaria del gennaio 2011, ha influito non poco sulla sorte dell’establishment di Bashir, in riferimento soprattutto al business del petrolio. A ciò si aggiunga la disputa legata al controllo delle Montagne di Nuba, collocate nel Kordofan meridionale, per non parlare della crisi del Darfur che, dal 2003 ha seminato morte e distruzione.

Manifestazioni a Karthoum (Reuters)

Di fronte a questo scenario, l’indagine storiografica può risultare utile per comprendere la vitalità e le contraddizioni di questo paese che nel suo passato ha vissuto la dialettica tra sufismo e fondamentalismo, misticismo e azione bellica, solitamente sfere separate all’interno dell’esperienza religiosa.

Occorre pertanto ricordare la vicenda di Muhammad Ahmad ibn al-Sayyid ‘Abd Allah ibn Fahl, il derviscio sudanese che nel 1881 si proclamò Mahdi e combatté contro i turco-egiziani costituendo uno Stato islamico. Fatti e accadimenti d’allora evocano ancora oggi un’atmosfera ottocentesca quasi favolistica, avvolta per certi versi dall’esotismo. Sta di fatto che lo stato mahdista — è bene rammentarlo — resistette agli attacchi dei contingenti ottomani ben dopo la morte del fondatore, fino alla vittoriosa spedizione britannica guidata dal generale Horatio Herbert Kitchener nel 1896. E non è un caso che quanto avvenne allora in Sudan divenne negli anni, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la metafora del conflitto romantico fra l’Occidente, portatore dei suoi valori, e un Oriente segreto, imperscrutabile e considerato violento.

La complessità dello scacchiere geopolitico sudanese, segnato dal colonialismo, emerse successivamente nel 1947, durante la Conferenza di Juba, quando si consolidò l’idea che le regioni meridionali del paese, a matrice animista e cristiana, si unissero definitivamente politicamente al nord musulmano con la creazione di uno Stato unitario. Non è un caso se nel 1955, prima ancora che fosse proclamata l’indipendenza dalla corona britannica (1 gennaio 1956), formazioni ribelli sudiste si sollevarono per contrastare questo disegno, temendo una islamizzazione forzata dei loro territori. Sta di fatto che il Sudan, allora il più vasto paese dell’Africa, è stato quello in cui si è combattuto il più lungo conflitto post-coloniale del continente.

Se infatti si sommano le due grandi guerre civili — la prima ribellione, denominata Anya-Nya i (1955-1972), e la seconda, Anya-Nya ii (1983-2005) — risultano quasi quarant’anni di ostilità, con un bilancio catastrofico. Nel secolo scorso, il Sudan, nonostante i rigurgiti dell’estremismo islamista radicato nei circoli della politica (ospitò personaggi del calibro di Osama bin Laden, legati al salafismo più intransigente), ha comunque vissuto delle stagioni di grande vivacità in cui, ad esempio, il tema della tolleranza religiosa e della partecipazione, sono stati dibattuti.

Basti pensare alla figura di Mahmud Muhammad Taha (1909-1985), un politico di fede musulmana, il cui ricordo è ancora vivo e presente oggi nella società civile sudanese. Fu soprattutto mirabile il modo in cui seppe coniugare le istanze dell’intelletto con quelle di un devoto sentimento religioso. Egli riuscì a concepire e proporre una svolta politica in grado di scuotere le coscienze e suscitare il vivo interesse di molti giovani connazionali che, in quegli anni, non trovavano nell’islam ufficiale dei dottori della legge risposte adeguate ad attese, desideri e speranze.

Muhammad Taha, in sostanza, ebbe l’ardire di proporre una delle più radicali rivoluzioni del pensiero islamico, senza precedenti nella millenaria storia di quel credo e dell’ordine sociale conseguente. Una visione esposta con chiarezza in un suo saggio, pubblicato per la prima volta nel 1967, dal titolo «Il secondo messaggio dell’islam». Per Muhammad Taha era urgente tornare all’ispirazione originaria del pensiero islamico, aggirando l’evoluzione storica e politica che quella religione aveva subito nel corso dei secoli, sin dai tempi del suo profeta, Muhammad. Secondo Taha, l’ispirazione originaria dell’islam era troppo alta e sublime per i beduini arabi del deserto, nel settimo secolo dell’era cristiana. Il profeta dovette pertanto piegare quelle che erano le vere istanze spirituali dell’islam originario ai costumi delle popolazioni arabe del suo tempo, di matrice nomadica.

Per questa ragione fu imposta una legge rigorosa che regolasse tutti gli aspetti della vita umana. Muhammad Taha denunciò anche lo strapotere degli intellettuali musulmani, soprattutto della classe dei dottori delle scienze religiose. In altre parole, Muhammad Taha desiderava proporre un nuovo modo di leggere il Corano che portasse alla netta separazione tra la dimensione religiosa della rivelazione, considerata universalmente valida e immutabile, e quella politica, legata alle situazioni storiche e contingenti, dunque mutevole. E per questa via proponeva la riconciliazione dell’islam con la libertà di religione, con i diritti umani e con l’uguaglianza dei sessi.

Furono queste convinzioni che spinsero Muhammad Taha a fondare il movimento dei Fratelli repubblicani in opposizione al movimento politico, fondato in Egitto, dei Fratelli musulmani. Per questa sua visione di grande apertura e dialogo pagò con la vita. Il 18 gennaio 1985, venne impiccato a Karthoum, come apostata e il suo corpo sepolto sotto la sabbia del deserto per volontà dell’allora presidente Gaafar Nimeiry.

Da rilevare che la sua esecuzione avvenne durante la guerra fredda, nella più totale indifferenza dell’Occidente che considerava il Sudan un proprio alleato. Un’omissione che pagarono amaramente, negli anni successivi, le minoranze religiose e i paladini del dissenso.

di Giulio Albanese

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