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Alla ricerca del Corsaro Nero

· L’«Economist» invita a leggere Salgari ·

È tempo di appelli per la Gran Bretagna. Mentre l’Ue invita le autorità del Regno Unito a tutelare i diritti dei cittadini europei residenti nel loro territorio, l'«Economist» esorta i connazionali a spezzare la logica isolazionista che rischia di investire e condizionare anche il versante culturale dedicandosi alla lettura di uno scrittore italiano cui in vita, scrive il prestigioso settimanale inglese, non arrise «tutto l'onore che pur meritava», ovvero Emilio Salgari. 

In un significativo commento intitolato Italy’s enduring lover affair with Emilio Salgari, l’«Economist» evidenzia non solo la sempre viva passione degli italiani per questo autore, morto più di un secolo fa (1911), ma ricorda anche che in altri paesi le avventure nate dalla mente vulcanica del padre di Sandokan e del Corsaro Nero hanno emozionato e incantato lettori illustri. Basti pensare a Pablo Neruda e a Gabriel Garcia Márquez, i quali giudicavano un motivo di orgoglio l’aver letto, o meglio divorato, tutte le opere del prolifico scrittore: un’impresa non da poco considerando che la produzione romanzesca comprende ottanta titoli, e più di duecento se si includono i racconti.
Salgari è pressoché sconosciuto in Gran Bretagna e dei suoi romanzi circolano poche traduzioni, peraltro non sempre accurate, lamenta l’«Economist», e questo è veramente un peccato (a pity) anche considerando come i lettori di Sua Maestà si siano rivelati, negli ultimi tempi, molto sensibili ad atmosfere magiche e surreali. E Salgari era un eccellente maestro, pur non avendo quasi mai viaggiato, nel saper creare contesti e ambientazioni dal carattere esotico, in cui far volteggiare la fantasia del lettore: ma nello stesso tempo — e in questo talento si specchia uno dei suoi maggiori pregi letterari — le avventure conservano sempre uno stretto contatto con la realtà, salvaguardando così quel rapporto con la verosimiglianza e la plausibilità, cifra inconfondibile di ogni degna opera letteraria.
Non a caso, la scrittrice Federica Fioroni, in un recente saggio, riconosce nel «vicino» e nell’«altrove» i due pilastri su cui poggia la «narrazione ipnotica» di Salgari. Il quale aveva cominciato a scrivere nelle appendici dei giornali: la sua prima opera pubblicata fu un racconto, I selvaggi della Papuasia (1882) che riscosse il plauso di critica e pubblico. Da allora si scatenò una vera e propria eruzione di romanzi, da I pirati della Malesia (1896) a Il Re del Mare (1906), da Il Corsaro Nero (1898) a Gli ultimi filibustieri (1908), da Capitan Tempesta (1905) alle Straordinarie avventure di Testa di Pietra (1915). Eppure la sua gloria letteraria, ricorda l’«Economist», fu inficiata dai travagli della vita privata, nonché corrosa dall’ingratitudine di coloro (oggi sono chiamati agenti letterari) che fecero fortuna vivendo della “luce riflessa” di Salgari e che poi, nel momento del suo declino, gli voltarono le spalle. Eloquente, al riguardo, è quanto scrisse poco prima di morire: «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna». Quella penna — sottolinea l’«Economist» — che ha saputo far sognare generazioni di lettori e creare personaggi indimenticabili: ecco allora l’auspicio che quanto prima i lettori inglesi imparino a conoscere e ad amare anzitutto la sua creatura letteraria più rappresentativa, quel prode Sandokan «dai lunghi capelli fin oltre le spalle» e con quegli «occhi neri, ardenti, che fanno abbassare lo sguardo a chiunque osi fissarli».

di Gabriele Nicolò

 

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15 dicembre 2019

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