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Alimentare la fratellanza
intorno
a un pozzo d’acqua

· L’attività dell’associazione Solidarietà in buone mani ·

Cooperazione e sostegno ai più bisognosi e poveri del mondo: sono queste le caratteristiche dell’associazione “Solidarietà in buone mani”, la onlus fondata nel 2003 da padre Arturo Buresti, parroco marista, impegnato per oltre trent’anni nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo. Dal novembre 2007, a seguito della sua morte, l’associazione è guidata da don Giuliano Faralli, parroco diocesano di Montecchio Vesponi a Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, anch’egli da sempre attivo in questo campo.

L’associazione distribuisce i proventi raccolti attraverso attività di beneficenza, tramite alcune congregazioni missionarie e altre organizzazioni umanitarie impegnate nella cooperazione internazionale. La onlus opera in Africa e in America Latina.

La testimonianza di don Giuliano è preziosa. Si percepisce subito il cambiamento di voce dal momento in cui inizia a raccontare la situazione di alcune realtà estremamente difficili; ma al contempo si avverte la gioia, e anche la certezza, di poter migliorare le condizioni di vita delle popolazioni aiutate, grazie a un’opera volenterosa e puntuale.

In Perú, ad esempio, da anni “Solidarietà in buone mani” oltre ad aver costruito scuole, riesce a garantire gli studi ai giovani e a offrire un pasto (la tazza di latte) a circa seicento bambini, che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di migliorare la propria condizione di vita. Inoltre, sostiene circa centocinquanta adozioni a distanza: un altro modo, questo, di offrire protezione, tramite piccoli versamenti periodici.

Don Giuliano racconta della sua opera soffermandosi sulla realtà africana, e in particolare sulla Sierra Leone. «È l’ottavo tra i dieci paesi più poveri al mondo», afferma sottolineando innanzitutto come il grande problema sia «l’emergenza sanitaria, causata da malattie quali la malaria e l’ebola, che hanno ulteriormente aggravato le già precarie condizioni della popolazione, caratterizzate da carenza cronica di cibo. Tutti elementi, questi, che hanno fatto innalzare il tasso di mortalità, soprattutto tra i bambini».

Per ovviare anche solo parzialmente a questa emergenza, l’associazione invia sussidi economici a nosocomi e cliniche sostenendo anche le cura di chi non può permettersi lunghi e costosi ricoveri ospedalieri.

Don Giuliano parla poi della vita dei missionari saveriani nei villaggi. Si tratta di persone che non esita a definire «eroi, perché sopravvivono in condizioni socio-ambientali spesso molto precarie». In alcune zone rurali nei pressi dei distretti di Kabala e Makeni, l’associazione ha costruito già più di diciotto pozzi d’acqua che hanno immediatamente contribuito a migliorare la qualità della vita degli abitanti. «Ogni mattina alcuni ragazzi, prima di andare a scuola erano costretti a percorrere a piedi non meno di dieci o quindici chilometri per riuscire a portare un po’ d’acqua al villaggio», racconta. Così, rendere l’acqua accessibile a tutti è diventata la sua priorità.

Ogni volta che don Giuliano torna in questi luoghi, li ritrova trasformati e rigogliosi, proprio grazie alle nuove risorse idriche. «Pochi giorni fa hanno finito di costruire un pozzo e il missionario locale mi ha scritto: tantissima gente vuole quell’acqua pulita da bere, anche i musulmani ti benedicono». Nei villaggi regna uno spirito di fratellanza, in un territorio in cui circa il 77 per cento della popolazione è rappresentato da musulmani, il 21 per cento da cristiani (di cui il 5 per cento cattolici) e il 2 per cento è di religioni tradizionali africane. Tra i missionari e gli abitanti, giovani e adulti e senza alcuna distinzione religiosa, si è creato un legame molto stretto. Tutti partecipano alle attività organizzate dalla missione.

Ogni progetto portato avanti è stato condiviso dalle diocesi locali, grazie allo stretto rapporto che, nel corso degli anni, l’associazione ha anche stabilito con il vescovo saveriano Natale Paganelli, amministratore apostolico di Makeni.

“Solidarietà in buone mani”, dopo essersi occupata delle priorità più urgenti per la popolazione, ha inoltre costruito edifici necessari per il benessere psicofisico dei ragazzi, come un centro sportivo e alcune scuole, anche se il problema rimane la formazione degli insegnanti che non possiedono titoli di studio adeguati.

I giovani si sono avvicinati alle attività più strettamente religiose. Don Giuliano infatti racconta di come partecipino alla messa, e più in generale a tutto quanto attiene l’opera dei missionari nei villaggi. È un modo per entrare in empatia con le popolazioni locali, aiutarle nei loro bisogni primari ma anche per costruire le fondamenta affinché un domani, con la giusta preparazione, possano trovare la loro strada nel mondo.

di Maria Teresa Simeoni

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