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Dante e la misericordia

· Nel segno dell’intelligenza teologica ·

Dante Alighieri è stato non solo il più grande poeta italiano, che ha vissuto con intensa partecipazione la vita dei suoi tempi, ma aveva anche una straordinaria intelligenza teologica che, con piglio sicuro, si è addentrata nelle problematiche più alte della dottrina cristiana.

Sul tema della misericordia divina il poeta fiorentino esprime considerazioni teologicamente profonde ed esatte. Attirano l’attenzione soprattutto due episodi raccontati nella cantica del Purgatorio, luogo di purificazione e di espiazione, che Dante qualifica come il posto in cui le anime attendono «a farsi belle» (Purgatorio ii, 75), per rendersi degne di salire in paradiso al cospetto di Dio.

Agnolo Bronzino, «Dante rivolto verso il Purgatorio» (1530)

Dante è sorpreso di trovare nel purgatorio, e non all’inferno, il re Manfredi, figlio di Federico ii, re di Sicilia e di Puglia. Anzi, è talmente sorpreso che, in un primo tempo, scambia quell’uomo «biondo... bello e di gentile aspetto» col re Davide e lo riconosce solo dopo che l’interessato gli dice: «Io son Manfredi, nipote di Costanza imperatrice».
Manfredi era stato scomunicato dal Papa ed era morto nella battaglia di Benevento il 26 febbraio del 1266. Egli chiede a Dante di chiarire, quando tornerà sulla terra, la sua sorte. E spiega che quando in battaglia fu colpito da due lance mortali, «io mi rendei, piangendo,
a quei che volertier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha si gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei» (Canto iii, vv.119-123)
Il secondo episodio si trova nel quinto canto del Purgatorio e riguarda Bonconte, figlio di Guido di Moltefeltro, ucciso nella battaglia di Campaldino nel 1289. In terra né la moglie Giovanna, né altri parenti lo ricordano nelle loro preghiere, per cui egli tiene sempre la testa bassa per la vergogna.
Bonconte racconta a Dante che quando nella battaglia gli fu «forata la gola» e perse la vista e la parola, «nel nome di Maria finii, e quivi caddi e rimase la mia carne sola» (versi 100-102).
Nel momento estremo della vita, Bonconte invocò il nome della Madonna, ricordando la conclusione dell’Ave Maria recitata in gioventù: «Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte».
Ma questa invocazione della Beata Vergine Maria, che salva Bonconte, fa arrabbiare il demonio che scatena una tempesta di proteste, perché un angelo del cielo gli strappa dalle mani quell’anima solo «per una lacrimetta» all’ultimo istante di vita, mentre Satana era sicuro di portarsi quell’anima all’inferno (versi 87-107).
Si tratta di altissima poesia, perfettamente corrispondente all’insegnamento cattolico sulla divina misericordia.
Per Dante, Dio non solo è «l’Amor che muove il sol e l’altre stelle», ma è anche colui che «volentier perdona».
Come insegna anche Papa Francesco, la misericordia di Dio è una dolcissima verità che sta al centro del Vangelo e che costituisce «l’architrave della vita della Chiesa». Dio non abbandona nessuno, ma dà a tutti la possibilità di un nuovo inizio. Non ci sono situazioni dalle quali non possiamo uscire. Nella vita si può sbagliare, ma l’importante è rialzarsi sempre. Dio ci ama, e proprio perché ci ama, nella sua infinita misericordia è sempre disposto a perdonarci, purché da parte nostra vi sia il pentimento del male compiuto e il proposito di portare i nostri passi sulla via del bene.

di Giovanni Battista Re

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08 dicembre 2019

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