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Alice Underground

· Una rilettura di Lewis Carroll ·

Un dettaglio della copertina del libro illustrato da Sonia Maria Luce Possentini

«Se il primo tesoro di questo volume sono le immagini e il secondo una traduzione molto fedele all’originale, il tesoro nascosto di questo volume sono le note» scrive Monica Tappa nel suo blog, parlando di Alice nel paese delle meraviglie (Reggio Emilia, Corsiero Editore, 2017, pagine 130, euro 26,50) illustrato da Sonia Maria Luce Possentini e tradotto da Andrea Casoli. «Qui si entra ancor più nel mondo dell’epoca vittoriana, si scoprono caricature, parodie di canzoni popolari, allusioni e frecciatine. Qui si svelano i significati dei vari personaggi che appaiono, diviene manifesto chi rappresentino, cosa significhino, a chi o cosa alludano. Qui si puntualizzano le sgrammaticature (volute) e i giochi di parole (a volte davvero faticosi da rendere, bravissimo Casoli). In un gioco di specchi (ma questa è un’altra storia) si leggono le note poi si rilegge il testo poi si guardano le immagini ed è come l’aprirsi di un altro panorama improvviso, ampio all’infinito. Davvero un viaggio in Wonderland. Nella meravigliosa costruzione di una storia che non è per bambini ma che fa sognare anche i bambini».

Spesso però il Paese delle Meraviglie nasconde un retrogusto amaro. E dietro allo specchio delle filastrocche allegre, strampalate e surreali si nasconde un underground cupo e tragicamente reale. D’altra parte il titolo della prima stesura era proprio Alice’s Adventures Underground. L’espressione mad as a hatter, ad esempio, “matto come un cappellaio”, era molto comune ai tempi di Carroll. Nasce probabilmente dal fatto che il mercurio adoperato per il trattamento del feltro produceva avvelenamento con conseguenti tremiti, problemi di vista e di parola, fino alle allucinazioni. Tra l’altro, contrariamente all’opinione diffusa all’uscita del libro, i celeberrimi disegni del Cappellaio matto di John Tenniel del 1865 non sono una caricatura del primo ministro Gladstone, ma si ispirano invece a Theophilus Carter, commerciante di mobili che viveva vicino a Oxford, soprannominato Cappellaio matto per l’onnipresente cilindro e per la bizzarria delle sue invenzioni (tra cui un letto-sveglia che gettava a terra il dormiente all’ora programmata). Un aspetto che coincide con alcune caratteristiche del personaggio nato dalla penna del reverendo Charles Lutwidge Dodgson: la sua preoccupazione per il tempo e il costante impegno nello svegliare il ghiro appollaiato sul tavolo, usato dai partecipanti al Mad Tea-Party come un cuscino. Dietro al quale si celerebbe il vombato addomesticato dell’amico pittore Dante Gabriele Rossetti, abituato a dormire su un tavolino, incurante degli ospiti intorno a lui. Non solo; come fa notare il grande anglista Alessandro Serpieri, il vecchio grongo drawling-master delle arti del disegno e della pittura citato nel dialogo tra la protagonista e la finta tartaruga sarebbe un esplicito sberleffo a John Ruskin, «un vecchio anguillone che veniva una volta alla settimana; ci insegnava Disdegno, Sguizzo e Frittura a olio». Così appare, alto e sottile, in una caricatura di Max Beerbohm. Ruskin frequentava abitualmente la casa dei Liddell e insegnò disegno e pittura alla piccola Alice e alle sue sorelle. Nelle tavole più belle e più originali, la compresenza di iperrealismo e fantasia e il contrasto fra tinte aranciate squillanti e toni terrosi comunicano al lettore una strana inquietudine.

In fondo si tratta di una storia «impossibile da ricordare, sfilacciata, esasperante come le trame dei sogni raccontate a colazione, quando perdono l’incanto che al risveglio lasciava stupefatti» (Ilaria Gaspari). Riletto da adulti ci accorgiamo che in realtà non si tratta di un testo per l’infanzia, ma di una storia che dell’infanzia rac conta — indirettamente — la fine. Da qui, la sottile malinconia dei disegni della Possentini, che non censurano la poetica profondità dei passi più complessi e misteriosi del libro.

di Silvia Guidi

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14 dicembre 2019

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