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Aleppo senz’acqua

· Circa due milioni di civili privi di approvvigionamento idrico ·

Non conosce fine il dramma di Aleppo, un tempo seconda città della Siria, oggi un cumulo di macerie a causa del conflitto. La città è controllata dalle forze governative, tranne alcune aree dove sono ancora presenti ribelli o gruppi jihadisti. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i civili: anche nelle zone liberate, sono costretti a vivere in condizioni estreme. Ieri l’ultimo allarme delle Nazioni Unite: dallo scorso 14 gennaio circa due milioni di persone sono senza acqua potabile. Il portavoce Stéphane Dujarric ha riferito che «l’Onu sta fornendo il combustibile per alimentare le pompe di cento pozzi e ha inviato cisterne piene d’acqua». I combattimenti hanno distrutto gran parte delle infrastrutture e soprattutto gli ospedali.

Distribuzione di acqua potabile da parte della Croce Rossa in un quartiere di Aleppo  (Epa)

L’appello di ieri è solo l’ultimo di una lunga lista. Meno di un mese fa l’organizzazione umanitaria internazionale Save The Children aveva indicato che tra gli sfollati di Aleppo est «migliaia sono bambini e neonati, in condizioni di estrema vulnerabilità, spesso malnutriti, dopo mesi sotto assedio senza cibo adeguato». Dato confermato dall’Unicef, che denunciava la tragedia di «molti orfani che hanno bisogno di aiuto immediato o rischiano la morte».

Come detto, se ad Aleppo città i combattimenti sono finiti, le violenze continuano invece nella provincia. L’esercito siriano ha annunciato ieri di aver completamente circondato i miliziani del cosiddetto stato islamico (Is) asserragliati ad Al Bab, a nord di Aleppo e a 25 chilometri dal confine turco. Proprio in questa zona sono ancora attivi molti gruppi jihadisti. È stato preso il controllo dell’unica strada che ancora collegava la città a Raqqa, un altro importante centro jihadista contro il quale nel frattempo è scattata la terza fase dell’avanzata delle Forze democratiche siriane (insieme di gruppi di ribelli e forze curde che agiscono supportate dalla coalizione internazionale a guida statunitense).

Ma non è solo l’area di Aleppo a essere sede di violenze. Il ministero della difesa russo ha registrato ieri otto violazioni della tregua nelle ultime 24 ore, di cui quattro nella provincia di Latakia, tre in quella di Hama e una in quella di Damasco. La Turchia invece ha denunciato sette violazioni della tregua: quattro nella provincia di Damasco, una nella provincia di Idlib, una nella provincia di Aleppo e un’altra nella provincia di Homs. E sempre ieri ad Astana, in Kazakhstan, le delegazioni di Russia, Turchia e Iran hanno confermato di essere «pronte a cooperare negli interessi della piena esecuzione della tregua».

Intanto, in un rapporto l’organizzazione Amnesty International ha denunciato che oltre 13.000 persone sarebbero state giustiziate in un carcere di Damasco in cinque anni di guerra. L’organizzazione riferisce di migliaia di impiccagioni di massa avvenute nella prigione di Saydnaya in un periodo che va dall’inizio della rivolta del 2011 al 2015. Nel rapporto, basato su interviste a 31 ex carcerati e oltre cinquanta funzionari, Amnesty sostiene che le esecuzioni sarebbero state autorizzate da alti funzionari governativi. Queste azioni — si legge nel documento — «miravano a schiacciare ogni forma di dissenso tra la popolazione siriana». Le autorità di Damasco hanno negato le impiccagioni.

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