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Aleppo ancora al centro
del conflitto siriano

· Alle violenze si aggiunge il dramma di centomila bambini nati da genitori rifugiati all’estero e ora considerati apolidi ·

L’esercito siriano ha respinto ad Aleppo un attacco congiunto dei ribelli, insorti da oltre quattro anni contro il presidente Bashar Al Assad, e di milizie islamiste, estranee comunque al cosiddetto Stato islamico (Is), che avevano bersagliato la città con razzi e obici di mortaio provocando la morte di almeno nove civili.

Il militari dell’esercito siriano durante combattimenti al villaggio di Eirah (Ansa)

In precedenza, fonti dell’opposizione siriana all’estero avevano attribuito l’attacco esclusivamente a milizie islamiste, tra le quali il Fronte Al Nusra, sostenendo che erano riuscite ad avanzare nel quartiere di Jamia al Zahra e, prima di essere respinte, avevano lasciato sul terreno cento morti. Proprio esponenti del Fronte Al Nusra, riuniti per la cena dell’iftar, che spezza il digiuno diurno nel ramadan, sono stati uccisi ieri sera in un attentato che ha provocato venticinque morti in una moschea di Ariha, nella provincia siriana nordoccidentale di Iblid, al confine con la Turchia. L’attentato non è stato rivendicato, ma il Fronte Al Nusra ha esplicitamente accusato l’Is. Tra le spaventose ricadute del conflitto si registra anche la condizione di almeno centomila bambini nati da genitori rifugiati all’estero e ora considerati apolidi. Il fenomeno — secondo un rapporto dell’Onu e delle ong — si registra soprattutto tra i rifugiati in Turchia, cioè quasi la metà del totale (un milione e ottocentomila sugli oltre quattro milioni registrati dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati). Per molti di loro, l’unico documento è quello che ne certifica la presenza come «ospite temporaneo». Così ai nuovi nati — in media 76 al giorno — resta un presente da apolidi e un futuro d’incertezza. In Turchia sono almeno sessantamila, mentre altri quarantamila nati in Libano sono in analoga condizione giuridica.

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20 marzo 2019

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