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Albania
sempre più instabile

· Tra proteste e violenze contro il governo ·

Da tempo l’Albania è attraversata da un’ondata di proteste, spesso violente, contro il governo del Partito socialista (Ps), guidato dal primo ministro, Edi Rama. La manifestazione indetta sabato scorso a Tirana dai principali partiti di opposizione, capeggiati dal Partito democratico (Pd, di centro destra di Lulrim Basha), è degenerata con l’assalto di alcuni dimostranti alla sede del governo.

Dimostrante di fronte ai poliziotti  a Tirana (Afp)

Gli oppositori chiedono a gran voce le dimissioni dell’esecutivo in carica, accusato di sostenere un sistema clientelare, nepotista e corrotto, e che venga nominato un governo tecnico per organizzare al più presto elezioni legislative anticipate. Corruzione che rimane uno degli elementi che induce Bruxelles a lasciare Tirana fuori dall’Ue.

Il Ps ha vinto le ultime due tornate elettorali, nel 2013 e nel 2017. Alle ultime elezioni i socialisti hanno ottenuto poco più del 48 per cento dei voti contro il 28,8 per cento dei rivali democratici, ma il dato più significativo è stato quello legato all’affluenza alle urne, crollata al 46,6 per cento. A dimostrazione della profonda disaffezione dei cittadini verso i partiti e il sistema politico.

In particolare, gli oppositori accusano il primo ministro di avere comprato i voti con il denaro della criminalità organizzata e di guidare l’Albania senza seguire alcuna regola del diritto. Ma sono aspramente contestate anche le politiche economiche, in un paese dove la povertà è diffusa.

La grave crisi politica ha radici profonde. Con la fine del comunismo di stampo stalinista portato avanti a partire dal 1948 dal Partito del lavoro, di estrazione marxista-leninista, l’Albania ha dovuto affrontare una complicata transizione, la cui fine, ad oggi, sembra tutt’altro che conclusa. Le manifestazioni degli studenti di Tirana del 1990 hanno costretto l’allora premier, Ramiz Alia, a convocare le prime elezioni multipartitiche nel paese (marzo 1991). Nonostante la netta vittoria del Partito del lavoro, le tensioni interne non si sono sopite, portando a una massiccia fuga di cittadini albanesi verso l’Europa.

Successivamente, il partito ha deciso di cambiare nome in Partito socialista, sancendo in questo modo la fine definitiva dell’esperienza comunista. Il nuovo orientamento del sistema politico ha portato poi alla nascita di un partito di centrodestra, il Pd, guidato da Sali Berisha. La storia dei successivi decenni è stata così caratterizzata dall’alternanza tra Ps e Pd, che ogni due mandati sono passati dal governo all’opposizione.

Dopo la sconfitta elettorale subita dai socialisti nel 2005 è stato nominato segretario del partito il sindaco di Tirana, Edi Rama, attuale premier. Alla crisi economica globale scoppiata nel 2008 si è così aggiunta l’aggravarsi di quella politica dopo le elezioni del 2009.

La marcata diversità tra i due schieramenti si è evidenziata con violenza durante le manifestazioni di piazza organizzate dal Ps nel 2011 che, proprio come successo sabato scorso, si sono concluse con l’assalto alle sedi governative. In quell’occasione, però, si contarono quattro morti negli scontri.

Il confronto è tutto interno. In politica estera, infatti, sia il Pd che il Ps considerano prioritaria l’adesione di Tirana all’Ue. L’Albania rappresenta, però, l’unico paese europeo a stragrande maggioranza musulmana e questo ha importanti sviluppi nelle relazioni con i paesi mediorientali e con la Turchia. Sia Rama che Basha possono contare su un ottimo rapporto con il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, che considera l’Albania fondamentale per allargare l’influenza turca nel resto della regione. Il paese ha anche buone relazioni con gli stati del Golfo in cui sono sempre più numerosi i giovani albanesi emigrati in cerca di lavoro, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, grazie agli accordi raggiunti per la liberalizzazione dei visti con paesi come Bahrain, Oman, Qatar e Arabia Saudita.

Il rapporto privilegiato con Riad ha inoltre permesso all’Albania di ottenere importanti investimenti, erogati dal Fondo di sviluppo saudita, per il finanziamento di alcuni progetti strategici.

La politica estera albanese non sembra, quindi, essere messa in discussione dallo scontro tra Ps e Pd, che rimane in ambito nazionale. Due diversi blocchi di potere in competizione per la gestione dello stato. E le tensioni non si sono placate nemmeno dopo il recente rimpasto di governo.

Con una mossa mirata a minare ulteriormente la legittimità dell’esecutivo, il Pd ha ritirato lunedì tutti i deputati dal parlamento. Il Partito democratico dispone di 43 seggi sui 140 di cui è composta l'assemblea nazionale. Il suo alleato, il Movimento socialista per l’integrazione, ha 18 deputati, ma ancora non ha deciso se intende fare lo stesso. Giovedì prossimo, l’opposizione ha convocato una nuova manifestazione di protesta a Tirana per chiedere le dimissioni di Rama, che non intende lasciare. Il presidente albanese, Ilir Meta, ha rivolto un appello alla calma, ricordando che «i cittadini devono potere manifestare liberamente, ma rispettare le istituzioni».

La situazione rischia però di degenerare in ulteriori violenze, che potrebbero avere pesanti ripercussioni su tutta la regione balcanica.

di Francesco Citterich

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21 luglio 2019

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