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Al servizio
di poveri e indifesi

· In India il cardinale Amato beatifica suor Rani Maria ·

Era il 25 febbraio 1995 quando suor Rani Maria Vattalil, appena quarantunenne, venne uccisa mentre viaggiava su un bus diretto a Bhopal. Il sicario infierì sul suo corpo con cinquantaquattro colpi di coltello. Mentre veniva massacrata, la religiosa ripeteva il nome di Gesù. Così il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha ricordato in India il martirio della clarissa francescana. A distanza di ventidue anni, Rani Maria è stata beatificata. Presieduto dal porporato in rappresentanza di Papa Francesco, il rito si è svolto a Indore sabato 4 novembre.

Consorelle di suor Rani Maria  in preghiera sul luogo del suo martirio

Rievocando la sua efferata uccisione, il cardinale ha ricordato che «il motivo di tanto accanimento omicida era il fatto che la suora predicava il Vangelo della carità e difendeva i poveri dall’ingiustizia» di quanti «in modo fraudolento, si impossessavano delle terre». Per opporsi a questo sopruso, nel villaggio di Udainagar (Mahya Pradesh) suor Rani «cercava di sottrarre i piccoli proprietari al suicidio o a un triste destino di indigenza, con concrete iniziative di cooperazione e microcredito». La sua opera riceveva «la gratitudine del popolo ma attirava l’ira dei prepotenti». Segno evidente dell’efficacia apostolica del suo martirio è «il pentimento dell’assassino Samunder Singh e il suo desiderio di diventare cristiano».

Suor Rani, ha fatto notare il porporato, era preparata spiritualmente al martirio. La sua apertura «ai doni dello Spirito, la sua fede nell’Eucaristia, la sua fiducia nella Provvidenza, la sua preghiera continua alla beata Alphonsa — canonizzata poi nel 2008 — per mantenersi forte nelle difficoltà e nelle sofferenze», testimoniano «la sua tensione alla perfezione e alla santità». Di fronte agli ostacoli diceva: «Dio è con me. Perché dovrei avere paura?». La fede «le infondeva pazienza, coraggio, serenità e spirito di conciliazione». Per il suo perenne ottimismo, nonostante le lacrime delle sofferenze, fu chiamata l’«apostola del sorriso». Aveva infatti «un modo amabile di sorridere di fronte ai problemi». Questo livello di maturità «lo si deve alla sua spiritualità francescana. Era, infatti, una mistica della preghiera. Amava pregare e insegnare a pregare».

Conservò sempre «un atteggiamento di benevolenza e di generosità verso il prossimo». Nessuno, ha detto il porporato, «veniva escluso dalla sua carità, dal suo consiglio, dal suo incoraggiamento». Amava tutti, «al di là delle barriere di casta, religione e lingua. Era in buoni rapporti con i ricchi e con i poveri, con le persone colte e con gli illetterati». Si recava spesso, infatti, «negli uffici governativi per perorare le cause dei bisognosi e dei poveri, per i quali era una generosa benefattrice». Ma il suo eroismo raggiunse «l’apice nella carità verso i nemici». Un giorno, ha ricordato il prefetto, seppe «delle minacce di un suo nemico dichiarato, che si opponeva alla sua opera sociale. Suor Rani si recò al villaggio, incontrò personalmente l’avversario, che, vinto dalla sua gentilezza e dalla sua bontà, da quel giorno divenne suo amico».

La superiora della sua congregazione era «piena di ammirazione per lo zelo di Rani, che, con grande semplicità, esortava le consorelle a essere forti e coraggiose». Ella amava ripetere: «Non dobbiamo cercare sicurezza e agi nella nostra opera missionaria; con coraggio e fiducia in Dio, le sorelle dovrebbero essere pronte a rischiare la vita per servire i poveri e i bisognosi nei villaggi sottosviluppati».

Il martirio di suor Rani, ha sottolineato il porporato, è «una benedizione non solo per la missione di Udainagar, ma per l’intera Chiesa cattolica in India». Il suo sacrificio «è diventato un faro di luce per la moltitudine dei missionari, che trovano in lei ispirazione e protezione». E le suore francescane clarisse, ha aggiunto il prefetto, sono particolarmente fiere di avere ora, oltre alla protezione di santa Alfonsa Muttathupaddathu, anche quella della beata Rani.

La religiosa «invita le consorelle alla fedeltà alla vocazione e al sacrificio, nella loro lodevole missione di testimonianza evangelica e di apostolato sociale». In un orizzonte multiculturale e multireligioso, la sua «figura mostra la bellezza e l’alta dignità della persona umana, soprattutto della donna, anch’essa protagonista coraggiosa della proclamazione del messaggio sociale di Gesù rivolto agli emarginati» e a quanti «soffrono violenza e ingiustizia». Ella morì «per promuovere e difendere i valori evangelici della giustizia, della fraternità, del perdono, da lei proclamati e praticati».

Suor Rani, ha ricordato ancora il cardinale Amato, era «animata da un grande desiderio di evangelizzazione». Il suo apostolato sociale «era radicato su un profondo atteggiamento di adorazione e su un continuo ascolto della parola». La sua vita missionaria «univa armoniosamente la preghiera con la responsabilità sociale, la vita comunitaria con la fraternità». Infine dalla sua testimonianza scaturisce l’invito «a pregare per i persecutori della Chiesa».

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