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Al servizio dello sviluppo dei popoli

· Trentuno anni fa la visita di Giovanni Paolo II all’Ifad ·

Destinare allo sviluppo dei paesi più poveri «le immense risorse investite nella costituzione di arsenali atomici o nell’acquisizione di armi convenzionali». Giovanni Paolo ii pronunciò questo accorato appello dalla tribuna dell’Auditorium della tecnica nel quartiere romano dell’Eur, intervenendo alle celebrazioni del decennale del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), allora la più giovane agenzia specializzata dell’Onu. Era il 26 gennaio 1988 e sebbene siano trascorsi trentun’anni esatti, quelle parole restano significativamente attuali, anche alla luce della visita che Papa Francesco compirà il prossimo 14 febbraio alla Fao per partecipare alla cerimonia di apertura della quarantaduesima sessione del Consiglio dei governatori dell’Ifad.

Il discorso di Giovanni Paolo ii all’Ifad  (26 gennaio 1988)

Quella di Papa Wojtyła avvenne sul finire dell’epoca della “guerra fredda”, con il mondo ancora diviso in due blocchi contrapposti ma alla vigilia di quel processo che in poco tempo ne avrebbe decretato il tramonto, con il crollo del “muro di Berlino” e la dissoluzione dell’Unione sovietica e dei regimi della “cortina di ferro”. Al punto che lo stesso Pontefice accennò al «processo di distensione internazionale» in atto, «contrassegnato da un primo accordo di disarmo effettivo concluso tra Washington e Mosca». Il riferimento era al trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) siglato nella capitale statunitense l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, a seguito del vertice di Reykjavík (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due capi di Stato di Usa e Urss per porre fine alla vicenda degli euromissili, ovvero delle testate nucleari a raggio intermedio installate dalle due potenze sul territorio del vecchio continente.

Accompagnato dal cardinale Casaroli, segretario di Stato, dagli arcivescovi Martínez Somalo, sostituto, e Silvestrini, segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, e dal vescovo Monduzzi, prefetto della Casa pontificia, Papa Wojtyła fu accolto al suo arrivo nel centro congressistico dal presidente dell’Ifad, Idriss Jazairy. Con lui era l’osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, il vescovo Ferrari Toniolo. Il Pontefice fu salutato anche dal presidente del consiglio dei ministri Goria, che guidava la delegazione del governo italiano composta dai ministri degli Esteri, Andreotti, e dell’Agricoltura, Pandolfi.

Dopo aver firmato il registro d’onore, Giovanni Paolo II fece ingresso nell’aula per ascoltare l’omaggio rivoltogli dal presidente Jazairy, il quale lo definì «difensore dei poveri della terra; un uomo che nei suoi viaggi apostolici ha diviso il pane» con loro, ne ha visto le sofferenze, riconoscendo la loro innata dignità e l’attitudine ad aiutarsi a vicenda. In particolare elogiò l’enciclica Laborem exercens, per come rimarcava la dignità dei lavoratori agricoli e deplorava le situazioni ingiuste dei contadini dei paesi in via di sviluppo. Concetti che secondo il presidente ricorrono anche nei testi sacri delle grandi religioni: dalla Bibbia al Corano, alle preghiere dei buddisti. Quindi il capo del Governo italiano annunciò un contributo aggiuntivo di dieci milioni di dollari per un programma speciale per i Paesi dell’Africa subsahariana colpiti da siccità e desertificazione. Quegli stessi paesi ricordati da Giovanni Paolo ii nel suo discorso, quando rievocò la creazione nel 1984 della Fondazione pontificia per il Sahel, che oggi porta il suo nome: «Le Chiese locali — auspicò — studino e amministrino i progetti di sviluppo previsti in una regione così duramente provata dalle calamità naturali. Esse partecipino anche agli sforzi delle popolazioni, dando la priorità alla formazione degli africani, al fine di renderli in grado di lottare contro la siccità e la desertificazione». Ma non solo in Africa, aggiunse, anche in Asia e America latina «impressionanti condizioni di miseria permangono nonostante un aumento notevole della produzione alimentare mondiale».

Dunque fu un discorso di ampio respiro quello indirizzato agli allora 142 stati membri dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite per l’incremento delle attività agricole, che era sorta dieci anni prima e che da cinque aveva scelto Roma come sede definitiva. Istituito per raccogliere e utilizzare risorse finanziarie a favore di progetti e programmi concernenti l’agricoltura e l’alimentazione nelle zone più depresse, l’Ifad fu incoraggiato fin dall’origine dalla Santa Sede, che — come asserì lo stesso Pontefice — «attribuisce un’importanza particolare allo sviluppo pacifico e solidale della comunità internazionale» e «alla lotta contro la fame e la denutrizione». Anche perché, ricordò, questo grave problema «che tormenta tante regioni del mondo, non può essere risolto solo con l’intervento dei paesi produttori di derrate alimentari»; al contrario, si tratta di stimolare «le considerevoli risorse umane dei lavoratori agricoli, dei pescatori e degli allevatori ai quali mancano mezzi economici e tecnici». E perciò «è necessario che la ripartizione degli aiuti, la retribuzione del lavoro produttivo tenga in massimo conto le esigenze della giustizia sociale e favorisca la cooperazione».

Nella consapevolezza che «nessuno può lottare da solo contro fattori ecologici coercitivi come le condizioni atmosferiche sfavorevoli, la siccità prolungata, i parassiti, o contro l’incredibile degrado della terra dovuto a interventi sconsiderati o all’incuria dell’uomo», il Papa polacco assicurò l’appoggio della Santa Sede perché per numerosi paesi l’Ifad «rappresenta un mezzo concreto per assumersi le loro responsabilità verso lo sviluppo dei più poveri». Dopo aver espresso compiacimento per le facilitazioni di credito e le donazioni gratuite erogate dal fondo, fece riferimento alle sue attività di studio della situazione economica mondiale, visto che, «malgrado gli sforzi, continenti interi si trovano davanti alla necessità imperiosa di migliorare le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di milioni di persone». Citando sia la Populorum progressio di Paolo VI, sia la Mater et magistra di Giovanni XXIII, Wojtyła sottolineò l’importanza delle collaborazioni multilaterali, che a differenza di quelle bilaterali «possono fare superare il rischio di un neocolonialismo o il timore di un’egemonia strategica, in situazioni in cui vengono privilegiati interessi politici, militari, economici o ideologici, a detrimento dei bisogni umani delle popolazioni».

Da qui la richiesta per «uno sviluppo veramente a misura d’uomo e della sua dignità. Non vedere più intere popolazioni morire perché mancano del necessario: non è un’utopia, ma una speranza» disse invocando la rinuncia «a eccessive spese militari, per consegnare il massimo delle risorse alla cooperazione economica, sociale, agricola, sanitaria, culturale, scientifica. Lo sviluppo dipende dalla possibilità che avranno i lavoratori, soprattutto i più emarginati, di unirsi in una cooperazione produttiva, per commercializzare il frutto della loro fatica. Dipende dal modo in cui anteporremo alla ricerca del profitto il rispetto dell’uguale dignità di tutta la famiglia umana, affinché l’uomo non sia considerato come uno strumento e i popoli più poveri come semplici fornitori di materie prime». Un invito dunque al «rispetto per l’umanità umiliata dai bisogni e dalla miseria» e alle società sviluppate chiamate ad aiutare «concretamente lo sviluppo dei più diseredati». Perché, concluse, «nessuno tra noi può sentirsi la coscienza a posto finché esistono uomini e donne che mancano del necessario».

Al termine i rappresentanti di cinque nazioni — Laos, Tanzania, Panamá, Qatar e Belgio — rivolsero al Papa il loro ringraziamento e apprezzamento per l’azione svolta dalla Santa Sede in favore della pace.

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