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Al servizio
delle famiglie povere
dell’India

· Verso la canonizzazione di Maria Teresa Chiramel Mankidiyan ·

«Chiesa domestica», come la definisce Lumen gentium (n. 11), la famiglia è il luogo dove la fede viene vissuta e trasmessa. Perciò dove le famiglie sono a rischio, a essere in pericolo non è solo la Chiesa ma la società stessa. E al servizio di questa cellula fondamentale della società si colloca il carisma della religiosa indiana fondatrice della congregazione delle Suore della Sacra famiglia (Chf), la beata Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, che il prossimo 13 ottobre Papa Francesco eleverà agli onori degli altari.

Statua della fondatrice a Kuzhikkattussery (Kerala)

Vissuta tra la seconda metà del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo nello stato del Kerala, in seno alla Chiesa siro-malabarese, era stata beatificata da Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000. «Per la sua vita sacrificata nel servizio di poveri e miserabili», il cardinale Simon Lourdusamy (1924-2014) e molti altri connazionali l’hanno paragonata a Teresa di Calcutta. In comune con la santa fondatrice delle Missionarie della carità, aveva anche la statura minuta, «anche se a quei tempi meno esposti ai media — scrisse il porporato su «L’Osservatore Romano» in occasione della beatificazione — la sua fama non raggiunse il palcoscenico mondiale, ma rimase confinata alla sua regione, dove persino l’ufficio postale era lontano e l’automobile non ancora apparsa».

Nata nel villaggio di Puthenchira, il 26 aprile 1876 in una famiglia aristocratica in declino, era la terza dei cinque figli di Thanda (Maria) e Thoma Chiramel Makidiyan. Battezzata, come si usava all’epoca, a sette giorni, fu chiamata Thresia, in onore della santa di Ávila.

Fu sua madre, donna molto devota, a trasmetterle sin da piccola l’amore per Gesù. Illustrandole i racconti biblici e la vita dei santi, suscitò in lei il desiderio delle virtù e il gusto per la preghiera. Thresia ricorderà spesso la sua infanzia in famiglia come scuola di santità. Ma tale insegnamento non durò a lungo, poiché sua madre morì nel 1888, quando lei aveva solo dodici anni, proprio come Teresa d’Ávila. Da quel momento, la giovane trovò consolazione nella Madre di Gesù. Fu il direttore spirituale, Joseph Vithayathil, ad aggiungere al suo anche il nome di Mariam, al fine di ricordarne l’amore per la madre di Dio, che le veniva in soccorso nei momenti di dolore e di difficoltà.

Desiderando profondamente unirsi a Dio nella solitudine, la giovane si rivolse al vicario apostolico di Trichur, che la indirizzò verso un convento carmelitano a Ollur. Ma ella comprese subito che non era lo stile di vita che il Signore le chiedeva. Pertanto, il suo padre spirituale riferì al vescovo e, dopo un tempo di discernimento, decisero di farla tornare al suo paese natale. Il presule diede istruzioni a padre Vithayathil perché costruisse per Thresia una Ekanthabhavanam (“casa della solitudine”). E quel romitaggio a Puthenchira in seguito divenne la prima struttura delle Holy Family Sisters (Chf). L’edificio fu completato grazie alle generose donazioni di terre e materiale da parte della gente del posto. E il 7 ottobre Mariam Thresia vi si trasferì, insieme a cinque compagne. Fu l’inizio di una nuova famiglia religiosa femminile, la cui missione era incentrata principalmente sull’apostolato delle famiglie.

La fondatrice andava a trovare quelle in difficoltà economiche e morali. E queste esperienze la portarono a comprendere quanto fosse fondamentale la famiglia per l’edificazione della Chiesa e della società. Iniziò a prendersene cura visitandole regolarmente, aiutandole a educare i figli nella fede cristiana e sostenendole nella speranza nel Signore. In un periodo storico in cui le donne raramente venivano mandate a scuola, ebbe il coraggio di immaginare l’importanza dell’educazione delle donne per la famiglia e la società. Così diede inizio a un certo tipo di formazione per le ragazze. Sebbene lei stessa non avesse ricevuto un’istruzione scolastica formale, bensì un tipo di Kalari, ovvero un insegnamento domestico di base nella lettura e nella scrittura, con questa visione del futuro prese iniziative per la scolarizzazione delle donne. Fu l’inizio di una rivoluzione non solo per il villaggio di Puthenchira, ma anche con vaste ripercussioni sulle famiglie e sulla società più in generale.

A quei tempi non era facile per le donne prendere simili iniziative, e di fatto ciò aggravò le sue sofferenze. Anche se poteva contare sul sostegno di tanti, c’erano però forti opposizioni da parte degli ambienti colti e di quelli ecclesiastici. La sua esistenza quotidiana era spesa nella meditazione, nella preghiera, nel visitare i malati, i poveri e le famiglie. Si dice che per tutta la vita sia stata tormentata da demoni, e che questo la portò a vivere in austerità e penitenza. Offriva le sue sofferenze per la remissione dei peccati del mondo intero. Nel 1909 ricevette le stigmate come segno del suo amore per Gesù Crocifisso, verso il quale aveva una particolare devozione. Ma mantenne sempre segrete le ferite per non attirare l’attenzione su di sé. Trascurò la sua malattia, il diabete, che la portò alla morte l’8 giugno 1926 a soli cinquant’anni. Prima di esalare l’ultimo respiro, chiamò le sue figlie attorno a sé e affidò loro la congregazione ancora giovane. Poi domandò al padre Vithayathil di assumersi la responsabilità delle religiose.

Mariyam Thresia era una donna dotata di virtù e coraggio, convinta che la famiglia e l’educazione fossero i fondamenti della società. Pur non essendo una professionista nell’ambito dell’istruzione, portò avanti la sua missione attingendo forza dal suo Sposo. E la congregazione fece propria la sua idea visionaria, continuando a metterla in pratica nel mondo. Oggi conta 248 case, 234 delle quali in India e 14 all’estero, con 1995 suore professe. Prosegue il suo apostolato diffondendo i valori cristiani nelle famiglie, prendendosi cura dei malati e degli abbandonati ed elevando socialmente gli oppressi. Adotta anche iniziative per aiutare le famiglie con centri per liberare le nuove generazione dalle dipendenze dai vizi.

La canonizzazione di Mariyam Thresia giunge molto puntuale rispetto ai segni della società moderna, in cui la famiglia è in pericolo. L’individualismo e l’egoismo conducono verso una cultura usa e getta, come continua a ripetere Papa Francesco. Tutto ciò che non è considerato utile viene buttato via, anche quando riguarda la vita umana. Dal rifiuto di quella nascente all’abbandono degli anziani, nulla in questi tempi sembra scalfire anche solo minimamente la coscienza dell’uomo. Sta qui l’importanza della nuova santa, che ha dato rilievo all’educazione e ai valori cristiani della famiglia.

di Roobini Chinnappan
Delle Suore carmelitane teresiane (Ctc)

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20 settembre 2019

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