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Al servizio della Chiesa tra diplomazia e pastorale

· A colloquio con il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete della basilica papale di Santa Maria Maggiore ·

Alle spalle ha una lunga carriera diplomatica il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Un impegno che l’ha portato a servire la Santa Sede in molti Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud, ma è stato in Europa che ha dovuto affrontare le sfide più impegnative e drammatiche, come la guerra del Kosovo. Era infatti nunzio apostolico nella Repubblica Federale di Jugoslavia quando iniziarono i bombardamenti Nato su Belgrado. Scelse di rimanere sul posto per affrontare la crisi con equilibrio e coraggio limitando i danni non solo alle rappresentanze diplomatiche, che lo avevano eletto loro portavoce — caso unico in tempo di guerra per un nunzio apostolico — ma anche alla Chiesa. In questa intervista al nostro giornale ripercorre con grande partecipazione il periodo di permanenza nella nunziatura del Paese balcanico e anticipa alcuni progetti che ha in animo per il suo nuovo incarico nella basilica liberiana.

Nella sua carriera diplomatica ci sono degli episodi che le sono rimasti impressi in maniera particolare?

Ho svolto un lungo servizio diplomatico. Ho iniziato, infatti, la mia carriera diplomatica nel 1967, e ho girato diversi Paesi per rappresentare la Santa Sede. Il ricordo più vivo di questi anni è legato al mio incarico nella Repubblica Federale di Jugoslavia. Ero appena arrivato, nel febbraio 1996, e mi sono trovato ad affrontare una difficile crisi: la guerra del Kosovo che sconvolse la regione. Belgrado era sotto i bombardamenti notturni della Nato. L’ho vissuta direttamente l’esperienza di quel conflitto. A Belgrado, il nunzio apostolico non era il decano del Corpo diplomatico, ma visto che il decano era quasi sempre assente, gli ambasciatori vollero eleggere un coordinatore e un portavoce che difendesse le missioni diplomatiche. Scelsero me, all’unanimità. Non fu un compito facile da interpretare. Ho dovuto prendere delle decisioni non semplici e proporre al governo dei cambiamenti radicali per far rispettare le missioni diplomatiche.

Come ha affrontato quei momenti?

Ho avuto degli incontri con alcuni esponenti governativi durante i quali ho ribadito certe esigenze assolute. Devo dire con risultati positivi.

Ci può fare qualche esempio?

Ricordo che, tanto per dirne una, avevano vietato ai i diplomatici di riunirsi tra di loro. Mi sono opposto molto energicamente e ho avvertito che avremmo comunque continuato ad esercitare un nostro diritto in quanto diplomatici. Sono stato oggetto di intimidazioni e minacce, ma alla fine hanno dovuto rispettare la nostra decisione. Altra criticità fu quando venne bombardata l’ambasciata cinese. Ci riunimmo e decidemmo di inviare una formale protesta alla Nato per chiedere la protezione delle missioni diplomatiche. Scrissi personalmente all’allora segretario della Nato. L’ambasciatore cinese apprezzò molto e a crisi conclusa mi disse: «Vediamo come la Santa Sede sa agire rispettando i diritti di tutti e come il decano sa anche essere indipendente per rendersi garante della sicurezza di tutte le missioni anche di quelle che non hanno relazioni con noi». Pur trattandosi di un periodo difficile è stato possibile salvare vite umane e risolvere molte cose a livello diplomatico e di interesse per la Chiesa.

Ci racconta la sua esperienza di insegnante di spagnolo di Giovanni Paolo II?

Nel 1978, l’anno in cui è stato eletto Giovanni Paolo II, ero a capo della sezione di lingua spagnola della Segreteria di Stato. All’udienza generale del mercoledì leggevo l’elenco dei gruppi spagnoli presenti. Un giorno, dopo l’udienza, Giovanni Paolo II mi chiese quante persone nel mondo parlassero spagnolo. E quando gli dissi che erano quasi la metà della Chiesa, esclamò: «allora un Papa non può non saper parlare lo spagnolo». In quel momento non avrei mai immaginato che di lì a poco mi avrebbe chiesto di insegnargli la mia lingua. Rimasi molto sorpreso e quasi in imbarazzo. Il Papa mi mise però subito a mio agio. Andavo da lui tutti i giorni appena aveva un po’ di tempo, perché si stava preparando il viaggio in Messico, voleva imparare in fretta. È stata un’esperienza molto bella e conservo bei ricordi sulla sua capacità straordinaria di imparare e del suo buon umore.

Nel novembre scorso il Papa l’ha nominata arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Come intende svolgere questo ruolo?

Il nome stesso indica che è il più importante tempio dedicato alla Madonna, anche se non è stato il primo a essere costruito: quello di Efeso è anteriore. Data questa importanza, molte chiese mariane hanno avuto l’onore di venire affiliate a Santa Maria Maggiore, godendo così di alcuni privilegi e indulgenze concesse alla basilica liberiana. Sono ben cosciente dell’importanza di questo tempio per la pastorale e per la devozione alla Madonna. Per questo, penso di dedicare tutte le mie energie per mantenere tutto quello di bene che è stato fatto fino a ora e se possibile intraprendere qualche nuova iniziativa che possa aiutare di più la pietà dei fedeli per promuovere la devozione alla Madonna. La mia intenzione è di far sì che la basilica diventi anche un centro di irradiazione del magistero del Papa in tutti i campi. Il suo magistero deve essere non solo ascoltato, ma promosso, insegnato, ripetuto in maniera tale che i fedeli si nutrano di quel ricchissimo insegnamento.

Quali sono i compiti dell’arciprete della basilica?

I compiti sono quelli di guidare e coordinare la vita della basilica in collaborazione con il capitolo. È proprio il capitolo, composto da vescovi e sacerdoti, che sostiene l’attività dell’arciprete. Ho notato che esiste la buona volontà di operare per il bene pastorale della basilica, affinché svolga adeguatamente la sua missione.

Nella basilica si conservano numerose opere d’arte inestimabili. Come pensate di valorizzare questo patrimonio e renderlo fruibile ai fedeli e al pubblico?

Le opere d’arte sono effettivamente tante in questa basilica. Conservarle e restaurarle per mantenerle nello splendore originario implica diverse responsabilità, da quella dei servizi tecnici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per esempio, a quella dei Musei Vaticani. È opportuno perciò continuare a promuovere questa buona intesa esistente. È mia intenzione fare il possibile perché queste opere siano disponibili per la visita dei fedeli e servano per far riflettere sui testimoni di fede del passato e sulle radici cristiane della nostra società. Pensiamo per esempio all’icona della Salus Populi Romani . Le visite organizzate, ma anche i singoli pellegrini e non solo romani, che passano per la basilica si soffermano a vedere questa icona che ha una tradizione antichissima. L’immagine è collocata in un posto di rilievo all’interno della cappella paolina e credo che identifichi la basilica. È mia intenzione valorizzarla al massimo, perché Maria offre la possibilità di avvicinarsi a Dio. La stessa cosa si può dire della reliquia della culla e del presepe di Arnolfo di Cambio. Avere una reliquia come questa significa ravvivare nella coscienza dei fedeli il ricordo dell’umiltà della nascita di Gesù. Durante la solennità del Natale al momento del Gloria in excelsis Deo si va processionalmente davanti a essa per ricordare il canto degli angeli.

Da spagnolo come vive il particolare legame che unisce questa basilica al re Juan Carlos?

Ho avuto un piacere particolare nell’essere nominato arciprete della basilica non solo per l’affetto a Maria, ma per il legame che questa chiesa ha con la mia patria. In molte occasioni i reali spagnoli hanno beneficato la basilica. Basti per tutti ricordare che il primo oro che arrivò dall’America fu offerto per dorare il tetto della basilica. Un fatto che, sembra sia storicamente accertato. I reali, poi, sono intervenuti molte volte nel corso dei secoli per abbellire e decorare la basilica. A memoria di questo legame storico, è conservata una statua di Filippo iv, il re che ha fondato l’opera pia spagnola, un’istituzione che si incarica di aiutare i pellegrini che si recano a Roma e in Terra Santa. L’opera è ancora attiva ed è molto legata all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. Ogni re che sale sul trono spagnolo è protocanonico del capitolo liberiano.

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