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Al mondo
la vera gioia

Wolfgang Betke «State  of Humanism» (2015)

Dopo la morte di Papa Montini «La Civiltà Cattolica» scriveva: «Il passo più importante e più nuovo che la Chiesa ha compiuto con Paolo VI nei suoi rapporti col mondo è stato il fatto che essa ha preso coscienza che (...) deve farsi carico (...) di tutti i problemi dell’uomo». Il manifesto di questo assunto era già la costituzione Gaudium et spes. Paolo VI definisce i termini di un «nuovo umanesimo» che sviluppa in tutto il suo ministero, nello sforzo di ricostruire una mentalità cristiana sull’uomo, e convinto della missione non esclusivamente religiosa, ma insieme umana e civile della Chiesa, «che osserva, che ama, che soffre, che serve».

La passione per l’uomo è la molla dell’impegno ecclesiale e civile del Montini prete, educatore, arcivescovo e pontefice. Giovane sacerdote, in una lettera del 1921 all’amico Cesare Trebeschi lamenta: «Non ne avremo mai a sufficienza di uomini completi». E due anni dopo, nel breve, sofferto incarico alla nunziatura di Varsavia, conferma al fratello Lodovico il proposito di «cercare l’uomo per cercare Dio».

A Milano, a proposito del mandato episcopale, constata: «Non avremo più un giorno per noi, un’ora per noi, una cosa per noi; dovremo essere gli appassionati dell’umanità». Cristo, in questa prospettiva, è l’«uomo nuovo». Già nell’Introduzione allo studio di Cristo, pubblicata nel 1934, Montini invita a meditare sull’umanità del Salvatore. E nei commenti ai vangeli domenicali del 1938-1939 scrive che Cristo è «il vero fondatore dell’“umanesimo”» perché «Cristo è venuto per rifare nuovo l’uomo». Nell’omelia del primo Natale milanese, il 25 dicembre 1955, l’arcivescovo, sulla scorta della lettera pastorale Omnia nobis est Christus, riflette così: «Cristo, uomo-Dio, è il ponte religioso fra il cielo e la terra.[...] La teologia del presepio è la più alta, la più chiara, la più consolante antropologia. La vita umana acquista in Cristo la sua significazione, il suo valore, la sua dignità, il suo carattere sacro, che è quanto dire la sua libertà, la sua intangibilità personale». Ancora Gaudium et spes afferma che la Chiesa trova «nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (n. 10) e l’enciclica Populorum progressio, nel 1967, ricorda che gli sforzi umani trovano il loro vertice in «quell’Uomo perfetto di cui parla san Paolo, “che realizza la pienezza del Cristo” (Efesini, 4, 13)» (n. 28). E nel Pensiero alla morte Papa Montini condenserà in una «meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo».

La motivazione missionaria di Montini lo porta ad allargare questo concetto del «nuovo umanesimo» all’universalità in senso paolino. I viaggi apostolici rientrano indubbiamente in questa prospettiva. L’enciclica programmatica Ecclesiam suam (cioè, di Cristo) struttura un intervento complessivo, impostato sulla metodologia del dialogo della salvezza, a partire dall’ascolto. E all’assemblea generale delle Nazioni Unite, composta da delegati cristiani, induisti, musulmani, buddhisti, confuciani, atei, Paolo VI chiede di collaborare a «pensare in maniera nuova l’uomo». La Populorum progressio, ripartendo dal discorso all’Onu sulla Chiesa «esperta in umanità», va ancora oltre, raffigurando i termini di un «umanesimo trascendente» che, nutrito dei «valori superiori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione», permetta il compiersi in pienezza del «vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane». Paolo VI, citando Maritain per la seconda volta nell’enciclica, e accostandolo a de Lubac, conclude la prima parte, intitolata «Per uno sviluppo integrale dell’uomo», con le celeberrime parole: «È un umanesimo plenario che occorre promuovere. [...] “L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto».

In questo processo di sostegno di tutto l’uomo entra come motivo dirimente la coscienza morale. Paolo VI, dalla tribuna dell’Onu, dichiara: «Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo». Ciò comporta un impegno diretto: la Santa Sede «ha il dovere di interpretare la “coscienza morale” dell’umanità».

Considerata tale complessiva, ampia e profonda valutazione dell’uomo, non si può ridurre Paolo VI a difensore di questo o quel punto della dottrina; ma bisogna considerare, alla base di ogni sua parola e gesto di promozione e difesa dei valori, questo impianto di pensiero sul nuovo umanesimo cristiano, nel quale progrediscono i molteplici aspetti dell’esistenza del singolo e delle scelte dei popoli. Per il Pontefice è urgente accompagnare i contemporanei alla scoperta della grazia immanente — che è l’amore, la misericordia, la ricchezza tutta di Dio — declinata in ogni dimensione della vita umana.

In questo campo così delicato e fondamentale, come in tutte le convinzioni e le realtà collegate al nuovo umanesimo, si conferma il metodo montiniano, che prevede diversi criteri: l’amore all’uomo, «primo valore dell’ordine terreno» e «segno dei tempi»; lo scavo nei suo problemi — spesso sotto forma di domande — con razionalità e realismo; uno stile tensivo, mosso dalla volontà tenace di evangelizzare; infine, lo slancio spirituale, che comporta fortezza e umiltà. Bisogna educare una coscienza purificata, avvertita e limpida, che conduca l’uomo e tutti gli uomini a un retto discernimento morale; il susseguente agire umano avrà aspetti di creatività, prudenza, audacia; una capacità inesauribile dell’uomo di rigenerare istituzioni, idee, energie e di portare la vera gioia al mondo.

di Giselda Adornato

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26 maggio 2018

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