Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Alla fine del mondo

· La tragedia dell’emigrazione clandestina e della schiavitù in scena a San Miniato ·

«Sono solo le esperienze a cambiare le persone — scrive Gianni Clementi — e Finis Terrae vuole essere l’umile tentativo di rendere lo spettatore, insieme ai protagonisti, testimone di un’esperienza altra, lontana, inimmaginabile se vissuta in prima persona e non mediata dai mezzi di comunicazione».

Nel viaggio onirico firmato da Clementi e diretto da Antonio Calenda andato in scena il 17 luglio alla Festa del teatro di San Miniato, le due guide per caso, i due scalcinati Virgilio che guidano lo spettatore alla scoperta di un “aldiqua” tanto reale quanto invisibile si chiamano Peppe e Carbieli, due nomi che nascondono un significato altrettanto invisibile, ma anche altrettanto reale, come vedremo più avanti. Durante il viaggio incontreranno il demonio Caronte e i suoi «occhi di bragia» sotto le sembianze di un moderno mercante di schiavi con gli occhi arrossati dal sole e dalle notti insonni e il viso scarlatto, maschera visibile di un male che nella vita di tutti i giorni si nasconde dietro un’apparenza di rispettabilità: algoritmi economici complessi e neutri nella loro esattezza matematica, operazioni finanziarie in guanti bianchi, collusioni a vario titolo e a molteplici livelli con il racket degli scafisti che fruttano profitti a molti zeri.

Le cause non si vedono, nascoste sotto una spessa coltre di ipocrisia, solidarietà simulata e retorica vuota, ma gli effetti non possono essere nascosti a lungo: il business della tratta continua a uccidere, violentare, distruggere.

Peppe e Carbieli — contrabbandieri loro malgrado, a disagio nel ruolo di fuorilegge, irresistibili nell’interpretazione di Nicola Pistoia e Paolo Triestino — devono riscoprire se stessi e il loro vero nome (Giuseppe, come il padre putativo di Gesù e Gabriele come l’angelo dell’Annunciazione) prima di essere in grado di accogliere gli altri; un salto di consapevolezza simboleggiato da parole auliche e rime baciate che fanno irruzione in scena insieme alle percussioni di Ismaila Mbaye e degli altri attori e musicisti provenienti dal Senegal, dal Mali e dal Burkina Faso che lo affiancano.

Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE