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Al fianco dei deboli

· Prospettive e impegni della Chiesa del Cile dopo la visita «ad limina» dei vescovi ·

In uno dei paesi con maggiore disuguaglianza economica, la Chiesa si impegna al fianco dei più deboli per «recuperare la capacità d’incontrarsi, di dialogare e di progettare una società inclusiva», passando dal considerare le donne e gli uomini «da “individui” a “persone”». Ne è convinto il vescovo Santiago Silva Retamales, presidente della Conferenza episcopale del Cile, che ha iniziato lunedì 20 febbraio la visita «ad limina». In questa intervista all’Osservatore Romano il presule, che è anche ordinario militare, si sofferma sull’attuale situazione della nazione latinoamericana.

Come si è svolto l’incontro con Papa Francesco?

«Sant’Alberto Hurtado»  (murale nel museo a cielo aperto di  San Miguel, Cile)

La nostra Conferenza episcopale ha già compiuto varie visite «ad limina». Da quest’ultima ci aspettavamo quello che avveniva di solito: un incontro di carattere formale, con un saluto del presidente e un discorso del Pontefice. Invece c’è stata una modalità nuova, una conversazione libera sui temi che, come pastori, ci è sembrato opportuno presentare. Menziono qui alcuni aspetti positivi di questa nuova modalità. In primo luogo, la totale libertà nel presentare i temi, con un immediato orientamento da parte del Papa. In secondo luogo, lo spirito fraterno dell’incontro: il Pontefice ci ha invitati a dialogare, come fratelli e come pastori, sulle nostre diocesi e sull’attuale situazione del Cile. Ossia, quello che Francesco chiede alla Chiesa riguardo alla comunione e alla sinodalità è stato messo in pratica in modo evidente nell’incontro. E in questi giorni abbiamo messo in atto questo spirito contrassegnato dalla comunione, al quale ci ha invitato Francesco, anche nelle visite ai dicasteri della Curia romana. È evidente che la comunione e la sinodalità sono il modo, auspicato dal Pontefice, per “essere Chiesa” e “fare Chiesa”. Dovrebbero diventare “metodologia ecclesiale” per tutte le conferenze episcopali e per le nostre comunità.

Che bilancio si può fare della visita nella prospettiva del lavoro che vi attende?

Questa è la terza visita «ad limina» alla quale ci prepariamo con un ritiro o un pellegrinaggio. La prima volta, nel 2002, abbiamo organizzato un ritiro di quattro giorni ad Assisi. Nel 2008 ci siamo recati in pellegrinaggio in Terra santa. Quest’anno siamo tornati nei luoghi francescani per tre giorni di preghiera e di esperienza spirituale. Momenti del genere ci permettono di acquisire uno spirito speciale per la visita al Papa e ai suoi collaboratori. Alla luce della vita di Francesco d’Assisi, abbiamo rinnovato la consapevolezza di essere discepoli di Gesù, fratelli nella fede e pastori del suo popolo, sempre servitori a partire dalla fraternità, dall’umiltà e dalla radicalità di una vita donata. In questo spirito, la visita non è un rendiconto dei lavori realizzati, ma una mutua condivisione spirituale e pastorale. Ciò ci consente di vivere meglio il mandato del Signore, di testimoniarlo, soprattutto nel tempo attuale, pieno di sfide, in particolare nella società cilena, dove tali sfide presentano alcuni tratti in comune con quelle a cui deve far fronte l’evangelizzazione in Europa. Proprio per questo, il dialogo con i diversi dicasteri apre prospettive, incoraggia e rafforza, dà saggezza per portare avanti un’evangelizzazione più pertinente, che riesca a inserire il vangelo nelle culture che segnano il Cile di oggi. Penso che dobbiamo vivere la sequela del Signore mostrando che il vangelo è cammino di umanizzazione, poiché tutto ciò che è realmente umano — desiderio di trascendenza, felicità, libertà — trova in Cristo la sua pienezza.

Quali sono le sfide che preoccupano la Chiesa in Cile?

Una delle sfide è legata ai casi di abusi sessuali da parte del clero verificatisi nel nostro paese, alcuni dei quali ampiamente riportati dai media. Ne abbiamo parlato con il Papa. Sono state situazioni assolutamente deplorevoli, che non avrebbero mai dovuto accadere: purtroppo sono accadute e con dolore lo riconosciamo. Stiamo affrontando questi casi con coraggio, convinti che solo la verità rende liberi. Il nostro processo attuale è di purificazione, di accompagnamento delle vittime e di educazione pastorale. Abbiamo creato una commissione che ci aiuta a formare i nostri agenti di pastorale che sono a contatto con i bambini e i giovani. Un’altra sfida è di fare nostro e di annunciare il vangelo, in modo tale che sia veramente “buona novella”, capace di cambiare la vita, di trasformare la cultura, di trasformare menti, cuori e mani — pensiero, sentimenti e azioni — e di conseguenza il modo di essere e di costruire la società. Il vangelo ha una forza eccezionale nel favorire rapporti che portino a una società impegnata con i più deboli, con un’immensa capacità di misericordia e di perdono. Sembra che il mondo stia diventando sempre più inospitale, anche a causa della logica imposta dalla cultura digitale e dalla robotica. Dobbiamo recuperare invece la capacità d’incontrarsi, di dialogare e di progettare una società inclusiva, dove sia protagonista la vita in tutte le sue forme e non la morte, la verità e il rispetto per l’altro e non l’individualismo. Dobbiamo urgentemente passare da “individui” a “persone”.

di Rocío Lancho García

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17 settembre 2019

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